Torta ricottosa

ricotta

Nel robot da cucina ho messo 250 g di farina e 125g di burro freddo a pezzetti e l’ho azionato alla massima velocità. Ho aggiunto poi 60 g di zucchero (così però la base è venuta poco dolce), qualche goccia di aroma alla vaniglia, un pizzico di sale e 50 cl di latte. Ho mescolato bene, ho tolto l’impasto dal robot, l’ho avvolto nella pellicola e l’ho messo in frigorifero a riposare.
Credo basti un’oretta, io temo di avercelo lasciato un po’ di più. Dopodichè l’ho steso e l’ho messo in uno stampo a cerniera.
Ho quindi preparato il ripieno lavorando 3 tuorli, 120 g di zucchero, aggiungendo  500 g di ricotta fresca (il fromage blanc non l’avevo trovato…), 40 g di fecola di mais, ancora un po’ di aroma alla vaniglia e tre albumi montati a neve. La ricetta non lo prevedeva ma avevo in casa due quadrotti di cioccolato fondente che erano molto attratti dalla crema alla ricotta: li ho tagliuzzati ed aggiunti all’impasto. Ho versato poi il tutto sopra la base che avevo preparato nella tortiera e messo in forno a 200° per una quarantina di minuti.

In casa mia è durata meno di 24 ore.

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Lettera a F.

Cara F.
quando ieri mi hai invitata da te mi sono molto sorpresa.
Siamo amiche da un sacco di tempo, ma a casa tua non ero mai venuta. O meglio, non mi avevi mai invitata, ci siamo sempre incontrate in luoghi diversi.
Eri sola in casa.
Avevi preparato un dolce, lo sai che sono golosissima, ed il bollitore era già sul fuoco.
Nulla mi ha fatto pensare che poteva essere una chiacchierata diversa dalle centinaia che avevamo già fatto.
Ripensandoci ora qualche dettaglio avrei potuto notarlo: la tuta informe, l’assenza di trucco, i capelli un po’ scompigliati. Ma sei una di quelle persone a cui basta fare un sorriso per far scomparire ogni imperfezione.
Mentre versavi il tè mi hai chiesto del mio lavoro, dei miei figli e, naturalmente, del libro che stavo leggendo.
Mi hai ascoltata come fai sempre tu: guardandomi, sorridendo, facendo domande, proponendo punti di vista diversi, senza giudicare, ma condividendo ogni sillaba.
“E tu? tutto bene?”. Mi è venuto naturale, è un po’ il nostro schema. Io ti racconto dei miei casini e poi tocca a te, che mi parli di libri, di scuola, magari una nuova ricetta fino a quando trovi uno spunto per tornare a chiedermi qualcosa.
Ma questa volta hai risposto “non molto” e sorridendo hai abbassato gli occhi, come fai sempre quando sei in imbarazzo, o quando stai per dire o fare qualcosa che ferirà qualcuno.
In quel momento ho visto il filo rosso che avevi teso per portarmi lì, di fronte a te, con la torta e il resto.
“Hey…” ti ho sussurrato. E’ la prima cosa che hai fatto è stata scusarti. E prima ancora di dirmi che stava succedendo hai minimizzato, hai cercato di tranquillizzarmi, “Niente di serio, sono paturnie, passerà…”
Quello che poi mi hai srotolato davanti, senza mai alzare gli occhi e tormentandoti le mani mi ha tolto il fiato. E più parlavi più io mi davo della stupida per non aver visto prima, per non averti mai chiesto niente, nascondendomi dietro l’alibi che tu sei sempre stata così sicura di te, così riservata. E’ stato come toccare quella che avevo sempre pensato essere una statua di marmo e scoprire che era fatta di carta velina.
Io non sapevo cosa pensare, cosa dirti. Cosa dire ad una persona nel pieno della sua salute, della sua forza che ti viene a raccontare che l’unica cosa che spera è di andare a dormire e di non svegliarsi più? C’è chi ti darebbe della pazza, chi ti insulterebbe perchè butti via una vita apparentemente senza problemi, chi scapperebbe spaventato. Ma ti conosco troppo bene, non sei pazza e non sei certo il tipo di persona che si arrende davanti alle difficoltà. Ci sono i tuoi quarant’anni a dimostrarlo, tutti, pieni di cose che hai fatto, che hai costruito, pieni di gente che ti apprezza, pieni di montagne scalate e di traguardi raggiunti.
Non scappo, cara F. Non dev’essere stato facile per te, per una come te, condividere una cosa del genere. Non so perchè hai scelto me che non ho saputo dirti niente ieri sera e che non riesco a farlo neanche adesso.
Ti guardo e non capisco. Perchè è quello che vorrei fare, capire. So che è l’unica cosa che posso sperare di fare, l’unico vero motivo per cui l’hai detto a me.
Tu non vuoi essere aiutata, non non vuoi essere fermata. Ti ho sempre ammirata, e un po’ invidiata, per la tua intelligenza, per il tuo entusiasmo, per la tua capacità di trovare soluzioni. Chissà quali costruzioni, quali e quanti pensieri ti hanno portata a questo punto. Non posso avere la presunzione di dire, io, a te, che non si fa, che hai delle responsabilità, che certe cose non le puoi nemmeno pensare.
No, non lo farò.
Ma ti guardo, F., e non certo come si guarda una pazza.
Quello che mi hai raccontato ieri sera tra qualche lacrima ed il tuo sorriso che ogni tanto riappariva, mi ha svelato una F. che non conoscevo. Ed eri tu, con tutta la tua lucidità, la tua razionalità, la tua logica, le parole mai a caso, precise a descrivere un dolore che non si può descrivere. Che solo tu ci potevi riuscire. Che solo tu, forse, puoi provare.
Non scappo, cara F., e non cerco di convincerti che la tua valutazione e le tue conclusioni sono sbagliate. Conosco bene il tuo senso di responsabilità e so per certo che non farai fesserie.
Ma il saperlo non mi rasserena.
Perchè adesso ne conosco il prezzo.
E per assurdo vorrei che tu la trovassi quella forza e quell’incoscienza per spazzare via tutto, per spezzare tutto. Che saperti rinchiusa in quella prigione, ad espiare colpe forse mai commesse ma sicuramente enormi, è qualcosa che faccio fatica a sostenere e non credo di avere la tua resistenza nè la tua forza di volontà.
“Chissà cosa penserai ora di me” mi hai detto, alla fine.
Tutto il bene del mondo, cara F. Tutto il bene del mondo.

Spiedini di pollo glassati

pollo

Dopo aver litigato per un bel po’ con un petto di pollo (non ho ancora imparato la tecnica per estrarre gli ossicini senza maciullare tutta la carne) l’ho tagliato a pezzetti e li ho messi a marinare in un po’ di latte.
Nel frattempo ho lessato le patate per il purè: pelate, tagliate a pezzetti e nella pentola a pressione, per fare prima.
La ricetta prevedeva di formare gli spiedini con solo pezzetti di petto di pollo. Ma per me gli spiedini non sono spiedini se non c’è almeno qualche pezzo di salsiccia. E così li ho preparati alternando le due carni.
Li ho rosolati con un po’ d’olio in una pentola antiaderente e poi li ho passati in forno. Mentre terminavano la cottura ho schiacciato le patate e preparato il purè aggiungendo un po’ di latte, sale e burro.
Per gli uomini di casa il pranzo era pronto così.
I miei spiedini invece li ho glassati: ho sfumato il fondo della pentola antiaderente con un po’ di vino, ho aggiunto il succo di mezzo limone e un cucchiaio di miele di castagno. Ho quindi ripassato gli spiedini in questa padella girandoli per glassarli dappertutto.
Un sapore agrodolce insolito ma gradevole.

Caro giornalista

Caro giornalista,
non posso sapere cosa ti porterà a leggere queste pagine. Forse sono scomparsa, forse sono stata aggredita o vittima di un fatto violento.
Forse ho perso la ragione e sono stata io ad aggredire qualcuno.
Ma se capiti qui, caro giornalista, posso immaginare abbastanza facilmente cosa cerchi.
Non posso certo impedirtelo. Già mi sembra di sentirla, la tua ipocrita difesa: “L’ha messo su internet, quindi era sua intenzione
condividerlo con tutti”.
Lascia allora che ti spieghi un paio di cosette, caro giornalista.
Lo sappiamo bene, quasi tutti, che internet è una vetrina raggiungibile da chiunque. Ma a volte è il volume, l’intensità delle
luci, a fare la differenza.
C’è gente a cui non dispiace affatto condividere parole e immagini con sconosciuti, passanti occasionali. Ma, per quanto ti possa sembrare
contraddittorio, per farlo sceglie una via secondaria ed evita insegne multicolori, musiche assordanti.
Ci sono persone a cui piace la possibilità offerta da un mezzo come internet di incontrare persone lontanissime e diversissime da sé. Non
mi sembra né un crimine né qualcosa di sconveniente.
Forse a volte lo fa con qualche leggerezza, visto che da anni, davanti alla sua vetrina, passa un gruppo sparuto di persone. Magari qualche
volta ha sperato che quei pochi diventassero molti, ma sempre dando per assunto che sarebbe stata lì a gestirne il flusso e gli sguardi.
Certo, l’ingenuità è sempre di chi si fida, ma la malizia è di chi accende un riflettore da stadio sulla camera di una sedicenne giustificandosi con il fatto che, in fondo, la finestra era aperta.
I miei, di 16 anni, non li ricordo nemmeno più. Ed è con la determinazione dei miei quasi 40 che ti invito ad andartene, a non toccare cose mie per imbrattarle sotto gli occhi di tutti.
Scrivi la notizia che devi scrivere, racconta se sono stata uccisa, se mi sono uccisa, se ho ucciso. Fai il tuo lavoro e fermati lì. Non devi scoprire nulla, né tu né chi ti segue; non vi servono indizi.
Leggi, se ti fa piacere, osserva, rifletti. E tieni tutto per te. Non avresti conosciuto che una piccola parte di me nemmeno se ci fossimo
frequentati per anni, non puoi pensare di scoprire la verità smontando un post o una chat.
Non accendere riflettori qui, per favore.
Ci sono cose che vengono costruite a bassa voce, che si fanno trovare solo da chi le cerca.
Il mio scrivere qui o da qualunque altra parte su internet non ti dà nessun diritto di amplificarne i contenuti. È mancanza di rispetto, quella.
È cattiveria.
Se diventassi parte di una notizia di cronaca e tu arrivassi qui in cerca di materiale per riempire qualche riga su un giornale o qualche minuto in un tiggì, usa questa lettera. C’è molto più in queste parole, di me, che in qualunque altro dettaglio tu possa trovare frugando in giro.
Lascia stare tutto il resto, per favore, che non è stato scritto né per te né per chi ti segue.
Lo so bene. Non posso impedirti di fare scempio delle mie parole, di rovistare a caso tra i miei pensieri, di dedurre l’indeducibile e quindi di inventare la storia con tutti i pruriti che ti piacciono.
Ma tu non puoi impedirmi di guardarti con disprezzo mentre lo fai. Con tutto il disprezzo che ho raccolto leggendo e ascoltando notizie di cronaca in questi anni che, lo ripeto, sono molti, molti più di sedici.
Lo lascio qui, quello sguardo.
Nel caso tu arrivassi quando i miei occhi saranno chiusi o impegnati, loro malgrado, a guardare altrove.