Caro giornalista

Caro giornalista,
non posso sapere cosa ti porterà a leggere queste pagine. Forse sono scomparsa, forse sono stata aggredita o vittima di un fatto violento.
Forse ho perso la ragione e sono stata io ad aggredire qualcuno.
Ma se capiti qui, caro giornalista, posso immaginare abbastanza facilmente cosa cerchi.
Non posso certo impedirtelo. Già mi sembra di sentirla, la tua ipocrita difesa: “L’ha messo su internet, quindi era sua intenzione
condividerlo con tutti”.
Lascia allora che ti spieghi un paio di cosette, caro giornalista.
Lo sappiamo bene, quasi tutti, che internet è una vetrina raggiungibile da chiunque. Ma a volte è il volume, l’intensità delle
luci, a fare la differenza.
C’è gente a cui non dispiace affatto condividere parole e immagini con sconosciuti, passanti occasionali. Ma, per quanto ti possa sembrare
contraddittorio, per farlo sceglie una via secondaria ed evita insegne multicolori, musiche assordanti.
Ci sono persone a cui piace la possibilità offerta da un mezzo come internet di incontrare persone lontanissime e diversissime da sé. Non
mi sembra né un crimine né qualcosa di sconveniente.
Forse a volte lo fa con qualche leggerezza, visto che da anni, davanti alla sua vetrina, passa un gruppo sparuto di persone. Magari qualche
volta ha sperato che quei pochi diventassero molti, ma sempre dando per assunto che sarebbe stata lì a gestirne il flusso e gli sguardi.
Certo, l’ingenuità è sempre di chi si fida, ma la malizia è di chi accende un riflettore da stadio sulla camera di una sedicenne giustificandosi con il fatto che, in fondo, la finestra era aperta.
I miei, di 16 anni, non li ricordo nemmeno più. Ed è con la determinazione dei miei quasi 40 che ti invito ad andartene, a non toccare cose mie per imbrattarle sotto gli occhi di tutti.
Scrivi la notizia che devi scrivere, racconta se sono stata uccisa, se mi sono uccisa, se ho ucciso. Fai il tuo lavoro e fermati lì. Non devi scoprire nulla, né tu né chi ti segue; non vi servono indizi.
Leggi, se ti fa piacere, osserva, rifletti. E tieni tutto per te. Non avresti conosciuto che una piccola parte di me nemmeno se ci fossimo
frequentati per anni, non puoi pensare di scoprire la verità smontando un post o una chat.
Non accendere riflettori qui, per favore.
Ci sono cose che vengono costruite a bassa voce, che si fanno trovare solo da chi le cerca.
Il mio scrivere qui o da qualunque altra parte su internet non ti dà nessun diritto di amplificarne i contenuti. È mancanza di rispetto, quella.
È cattiveria.
Se diventassi parte di una notizia di cronaca e tu arrivassi qui in cerca di materiale per riempire qualche riga su un giornale o qualche minuto in un tiggì, usa questa lettera. C’è molto più in queste parole, di me, che in qualunque altro dettaglio tu possa trovare frugando in giro.
Lascia stare tutto il resto, per favore, che non è stato scritto né per te né per chi ti segue.
Lo so bene. Non posso impedirti di fare scempio delle mie parole, di rovistare a caso tra i miei pensieri, di dedurre l’indeducibile e quindi di inventare la storia con tutti i pruriti che ti piacciono.
Ma tu non puoi impedirmi di guardarti con disprezzo mentre lo fai. Con tutto il disprezzo che ho raccolto leggendo e ascoltando notizie di cronaca in questi anni che, lo ripeto, sono molti, molti più di sedici.
Lo lascio qui, quello sguardo.
Nel caso tu arrivassi quando i miei occhi saranno chiusi o impegnati, loro malgrado, a guardare altrove.

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