Lettera a F.

di francaberbenni

Cara F.
quando ieri mi hai invitata da te mi sono molto sorpresa.
Siamo amiche da un sacco di tempo, ma a casa tua non ero mai venuta. O meglio, non mi avevi mai invitata, ci siamo sempre incontrate in luoghi diversi.
Eri sola in casa.
Avevi preparato un dolce, lo sai che sono golosissima, ed il bollitore era già sul fuoco.
Nulla mi ha fatto pensare che poteva essere una chiacchierata diversa dalle centinaia che avevamo già fatto.
Ripensandoci ora qualche dettaglio avrei potuto notarlo: la tuta informe, l’assenza di trucco, i capelli un po’ scompigliati. Ma sei una di quelle persone a cui basta fare un sorriso per far scomparire ogni imperfezione.
Mentre versavi il tè mi hai chiesto del mio lavoro, dei miei figli e, naturalmente, del libro che stavo leggendo.
Mi hai ascoltata come fai sempre tu: guardandomi, sorridendo, facendo domande, proponendo punti di vista diversi, senza giudicare, ma condividendo ogni sillaba.
“E tu? tutto bene?”. Mi è venuto naturale, è un po’ il nostro schema. Io ti racconto dei miei casini e poi tocca a te, che mi parli di libri, di scuola, magari una nuova ricetta fino a quando trovi uno spunto per tornare a chiedermi qualcosa.
Ma questa volta hai risposto “non molto” e sorridendo hai abbassato gli occhi, come fai sempre quando sei in imbarazzo, o quando stai per dire o fare qualcosa che ferirà qualcuno.
In quel momento ho visto il filo rosso che avevi teso per portarmi lì, di fronte a te, con la torta e il resto.
“Hey…” ti ho sussurrato. E’ la prima cosa che hai fatto è stata scusarti. E prima ancora di dirmi che stava succedendo hai minimizzato, hai cercato di tranquillizzarmi, “Niente di serio, sono paturnie, passerà…”
Quello che poi mi hai srotolato davanti, senza mai alzare gli occhi e tormentandoti le mani mi ha tolto il fiato. E più parlavi più io mi davo della stupida per non aver visto prima, per non averti mai chiesto niente, nascondendomi dietro l’alibi che tu sei sempre stata così sicura di te, così riservata. E’ stato come toccare quella che avevo sempre pensato essere una statua di marmo e scoprire che era fatta di carta velina.
Io non sapevo cosa pensare, cosa dirti. Cosa dire ad una persona nel pieno della sua salute, della sua forza che ti viene a raccontare che l’unica cosa che spera è di andare a dormire e di non svegliarsi più? C’è chi ti darebbe della pazza, chi ti insulterebbe perchè butti via una vita apparentemente senza problemi, chi scapperebbe spaventato. Ma ti conosco troppo bene, non sei pazza e non sei certo il tipo di persona che si arrende davanti alle difficoltà. Ci sono i tuoi quarant’anni a dimostrarlo, tutti, pieni di cose che hai fatto, che hai costruito, pieni di gente che ti apprezza, pieni di montagne scalate e di traguardi raggiunti.
Non scappo, cara F. Non dev’essere stato facile per te, per una come te, condividere una cosa del genere. Non so perchè hai scelto me che non ho saputo dirti niente ieri sera e che non riesco a farlo neanche adesso.
Ti guardo e non capisco. Perchè è quello che vorrei fare, capire. So che è l’unica cosa che posso sperare di fare, l’unico vero motivo per cui l’hai detto a me.
Tu non vuoi essere aiutata, non non vuoi essere fermata. Ti ho sempre ammirata, e un po’ invidiata, per la tua intelligenza, per il tuo entusiasmo, per la tua capacità di trovare soluzioni. Chissà quali costruzioni, quali e quanti pensieri ti hanno portata a questo punto. Non posso avere la presunzione di dire, io, a te, che non si fa, che hai delle responsabilità, che certe cose non le puoi nemmeno pensare.
No, non lo farò.
Ma ti guardo, F., e non certo come si guarda una pazza.
Quello che mi hai raccontato ieri sera tra qualche lacrima ed il tuo sorriso che ogni tanto riappariva, mi ha svelato una F. che non conoscevo. Ed eri tu, con tutta la tua lucidità, la tua razionalità, la tua logica, le parole mai a caso, precise a descrivere un dolore che non si può descrivere. Che solo tu ci potevi riuscire. Che solo tu, forse, puoi provare.
Non scappo, cara F., e non cerco di convincerti che la tua valutazione e le tue conclusioni sono sbagliate. Conosco bene il tuo senso di responsabilità e so per certo che non farai fesserie.
Ma il saperlo non mi rasserena.
Perchè adesso ne conosco il prezzo.
E per assurdo vorrei che tu la trovassi quella forza e quell’incoscienza per spazzare via tutto, per spezzare tutto. Che saperti rinchiusa in quella prigione, ad espiare colpe forse mai commesse ma sicuramente enormi, è qualcosa che faccio fatica a sostenere e non credo di avere la tua resistenza nè la tua forza di volontà.
“Chissà cosa penserai ora di me” mi hai detto, alla fine.
Tutto il bene del mondo, cara F. Tutto il bene del mondo.

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