Nata due volte

di francaberbenni

Il difficile è partire.
Il difficile è tornare da una giornata estenuante, di una settimana estenuante, di una vita da storcere il naso e non lasciarsi tentare dall’ozio.
Passare oltre il soggiorno, dove l’adolescente è lì svaccato sul divano da chissà quanto tempo.
Non lanciare neanche un’occhiata oltre le finestre dove il buio e la nebbia rendono i contorni molto approssimativi, molto.
Seguire il percorso imparato a memoria e non pensare a niente: togliersi i vestiti, indossare quegli altri, legarsi i capelli, allacciare le scarpe, il cronometro, il lettore mp3.
E poi uscire.
Imboccare la via davanti casa, già abbastanza trafficata a quest’ora: meglio, più gente c’è in giro e minore sarà la tentazione di fare pochi passi e tornare indietro.
Per almeno due chilometri mi ripeto come un mantra: “Ma chi me lo fa fare, ma io ho sonno, ma io adesso torno a casa e mi infilo sotto il piumone, che poi devo anche preparare la cena. E il mal di testa? Non si può correre con il mal di testa, dai”. Ma la tiritera la conosco ormai così bene che mentre me la racconto sorrido tra me e me.
E nel tempo in cui i due chilometri diventano quattro sono già lì che penso “Ma no dai, adesso che iniziavo a divertirmi dovrei già tornare? Dai, un altro giro ci sta, che dev’essere rimasto qualcosa in frigorifero da ieri e si fa presto a riscaldarlo per la cena”.
Torno dopo otto km, l’adolescente è stato raggiunto sul divano dal bradipo padre e brontolano che hanno fame, ma ora non scambierei la mia corsa per niente al mondo.
Questa corsa che mi fa passare la fame nervosa, il mal di testa, la tristezza, questa corsa che mi fa sentire forte, libera, saggia.
Mi chiedo cosa farei senza. Mi chiedo come ho potuto vivere per tanti anni senza neanche considerarla una possibilità.
Io sono nata il giorno che ho iniziato a correre.
Io rinasco ogni volta che esco a correre.

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