Francamente

Mese: dicembre, 2010

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Parecchio movimento, lassù.

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I libri che mi hanno consigliato

Ho chiesto ai miei contatti su Twitter di consigliarmi un libro.

Ho scoperto così che su quel SN frequento gente davvero molto interessante, considerato che di tutti i titoli che mi sono stati segnalati ne ho già letti solo un paio e che di buona parte non ho mai sentito nominare nè titolo nè autore.

Ecco i titoli che ho raccolto:

DONALD ANTRIM – I cento fratelli

PAUL AUSTER – Uomo nel buio

STEFANO BENNI – Elianto

JONATHAN COE – Circolo chiuso

JONATHAN COE – La banda dei brocchi

JOHN BARROW –  I numeri dell’universo

ALAIN DE BOTTON – L’arte di viaggiare

HOFSTADTER DOUGLAS – Godel, Escher Bach

HANS FALLADA – Ognuno muore solo

FRANCO FORTE – I bastioni del coraggio

HERMANN HESSE – Il lupo della steppa

CORMAC McCARTHY – La strada

TOMMASO PINCIO – (Tutti)

GIUSEPPE PONTIGGIA – Nati due volte

PHILIP ROTH – Pastorale americana

MARCELA SERRANO – L’albergo delle donne tristi

PATTI SMITH – Just kids

SEBASTIANO VASSALLI – La chimera

WU MING – Altai

Spero di non averne dimenticato nessuno.

A tutti voi: @AnneStretter, @austerit, @dyd777, @Francerex, @GioBenelli, @giovannaroda, @kendalen, @LivePaola, @Lo_Psicofago, @luigimichielon, @marcolongobiz, @matteobertone, @paolopugni, @scarmic, @Shugotenshi un grazie di cuore ed il mio consiglio di lettura.

PS: accolgo sempre con molto interesse ogni consiglio di lettura. Potete quindi continuare ad inviarmene 🙂

Avrà fatto il giro lungo…

… ma adesso, sono sicura, arriva.

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Regalo

Come ho conosciuto il sig. Mario l’ho raccontato qua.

Da allora mi ha allenata un sacco di volte: ci diamo appuntamento in una strada di campagna fuori dal paese, di solito la domenica mattina. Lui arriva in bicicletta e dalla tasca della tuta estrae un bellissimo cronometro.

Dopo i 3 km di riscaldamento che faccio per arrivare lì, mi mostra gli esercizi di ginnastica che devo eseguire (io non sapevo nemmeno come si pronunciasse, la parola ginnastica). E poi si comincia il vero e proprio allenamento: per un’oretta si va avanti ad allunghi e recuperi con lui che prende i tempi e mi controlla la frequenza cardiaca.

Parla tantissimo, Mario. Di muscoli e polmoni. Ma anche di quando allenava le squadre di calcio, di quando giocava lui stesso, della sua vita, tutta.

Io al contrario parlo pochissimo: soprattutto per carattere ma anche perchè in quei momenti tutto l’ossigeno mi serve per sopravvivere. Il fatto che io non ricambi il suo fiume di parole lo ha un po’ rattristato, all’inizio, ma adesso lo accetta.

E’ un allenatore esigente, Mario, ma gli si illuminano gli occhi per ogni mio minuscolo progresso.

Le nostre sessioni di allenamento sono gratuite e per me preziosissime. Per lui sono un motivo per uscire di casa, di dedicarsi a qualcosa che gli piace. Così mi ha detto. Io ho imparato da lui tutto quello che so sulla corsa e sull’allenamento fisico in generale: la respirazione, le fasi aerobiche e anaerobiche, le tecniche di allenamento, lo stretching, l’abbigliamento. Soprattutto su questo mi sgrida, perchè non metto strati di lana sotto la maglietta tecnica, perchè con il freddo e la pioggia non metto nulla in testa per ripararmi. Ho cercato di spiegargli che per me la corsa è un piacere ed una libertà, diventerebbe una tortura con della lana addosso, ma non l’ho ancora convinto.

Da un paio di mesi non lo incontro più, ma mi aveva preavvertita. Mario è anche un musicista e spesso il sabato suona con un piccolo gruppo in giro per locali e discoteche, torna a notte fonda, per cui la domenica mattina riposa.

Ieri l’ho trovato ad aspettarmi alla fermata dell’autobus, quando sono tornata dal lavoro.

Ero sorpresa, gli ho sorriso, gli sono andata incontro per salutarlo e per chiedergli come stava.

Non mi ha lasciato il tempo.

Mi ha messo in mano un sacchettino: “Scusa la confezione, ma mi sentivo di regalarti questa cosa, vedi di non farti più vedere in giro senza. Buon Natale.”

E se ne è andato.

Mi ha lasciata senza parole. Che non sono certo tornate quando ho aperto il sacchetto e ci ho trovato un berretto. Rosa.

E’ il regalo più bello di questo Natale: da un omone grande e grosso in imbarazzo per il gesto che stava compiendo ma che avrebbe compiuto a costo di qualunque cosa. E’ vero che nei regali si può percepire il sentimento di chi te li fa: in questo ho sentito tutto il suo affetto semplice e spontaneo, il suo desiderio di vedermi contenta, di proteggermi. Da quanto non succedeva.

Mezz’ora dopo, al buio e sotto la pioggia incessante ero fuori a correre. Sono passata davanti al bar dove ogni sera si ferma a bere un prosecchino prima di cena. L’ho indovinato nella cornice della porta, guardava fuori. Quando ha visto me e il berretto ha alzato il bicchiere.

Buon Natale anche a te, Mario.

Equilibri apparenti

E di nuovo un esercizio di equilibrismo.
Sono una campionessa ormai: movimenti estremi, che a pensarli li credi impossibili, eseguiti con un sorriso ed ostentando scioltezza.
Perchè è così che acquistano un senso.
Fuori.
Dentro continuo a chiedermi perchè. E a chiederlo al cielo.
Perchè così difficile? Perchè tutta questa fatica per qualcosa che dovrebbe essere il monumento della naturalezza, della spontaneità?
Che non sia un diritto lo comprendo, ed anche che comporti dell’impegno: ne vale senz’altro la pena.
Che ogni volta però io debba costruire un intero ecosistema per sentirmene comunque elemento estraneo e disturbatore, ecco, questo mi sembra un chiaro ed inconfutabile segnale che ci sia qualcosa di fondamentale che non funziona in me.
O forse sono solo un errore, madornale, di geolocalizzazione: non era previsto che io mi trovassi qui.

coccole

Fotografie

Due foto.

Scattate a circa un mese di distanza.

Sorrido in entrambe. Sorrido sempre, io. Che sciocca.

Ma anche occhi diversi dai miei vedrebbero, teso tra quei due sorrisi, l’abisso.

Nessuno, a parte me, le ha viste entrambe.

Sono davvero furbissima, io.

You stupid girl

caramelle

“You, stupid girl…”
Me le ricordo bene queste parole. Me ne ricordo il suono, quel tono un po’ stridulo che ti veniva quando ti arrabbiavi con me. Od il grassetto che utilizzavi quando le scrivevi per poi mandarmele via fax, che allora l’e-mail era ancora una fantasia.
Parole che attraversavano un oceano intero ma che non perdevano niente della loro energia, arrivavano precise come se a pronunciarle tu fossi stato davanti a me.

“You, stupid girl, you just go for candies!”

Quante volte me l’hai detto. E’ che con te niente era mai quello che sembrava. Tu partivi con quello che poteva sembrare uno scatto di rabbia, un insulto fine a sè stesso, ma poi srotolavi tutto un discorso in cui andavi a definire tutti i miei limiti con una precisione millimetrica, accendevi fari da stadio su ogni mia debolezza. E poi restavi lì. Aspettavi che ne prendessi coscienza. Poi, sempre con le parole, mi risollevavi. Ed alla fine, non capivo mai bene come, diventavo una “LLLLovely girl”. Proprio così, 4L’s, mi chiamavi.
Tu con le parole sapevi fare qualunque cosa.

Con le parole e con il tempo.

Se solo avessi saputo, allora, quanto era eccezionale quella combinazione. Se solo mi fossi resa conto che mai più nessuno al mondo avrebbe avuto tutto quel tempo per me, tutte quelle parole.
“You, stupid girl, you just go for candies!” . Non è cambiato molto sai? Se non che ora nessuno passa più ore al telefono con me, nessuno mi spedisce più cartoni interi di dolci per evitare che faccia sciocchezze. Ed io ho ripreso a farne, di enormi, e sempre per gli stessi motivi. Candies.
Chissà che mi diresti, oggi. Niente di molto diverso, credo. E allora lo faccio da sola, me lo ripeto in continuazione “You, stupid girl, stupid stupid girl”. Ma non funziona. Le stronzate che faccio per quattro caramelle sono sempre più grandi.

Il numero a cui mi chiamavi non esiste più.

Mi è venuto in mente solo adesso.

Prima di ricordare che sei morto più di dieci anni fa.

fuga
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