Regalo

Come ho conosciuto il sig. Mario l’ho raccontato qua.

Da allora mi ha allenata un sacco di volte: ci diamo appuntamento in una strada di campagna fuori dal paese, di solito la domenica mattina. Lui arriva in bicicletta e dalla tasca della tuta estrae un bellissimo cronometro.

Dopo i 3 km di riscaldamento che faccio per arrivare lì, mi mostra gli esercizi di ginnastica che devo eseguire (io non sapevo nemmeno come si pronunciasse, la parola ginnastica). E poi si comincia il vero e proprio allenamento: per un’oretta si va avanti ad allunghi e recuperi con lui che prende i tempi e mi controlla la frequenza cardiaca.

Parla tantissimo, Mario. Di muscoli e polmoni. Ma anche di quando allenava le squadre di calcio, di quando giocava lui stesso, della sua vita, tutta.

Io al contrario parlo pochissimo: soprattutto per carattere ma anche perchè in quei momenti tutto l’ossigeno mi serve per sopravvivere. Il fatto che io non ricambi il suo fiume di parole lo ha un po’ rattristato, all’inizio, ma adesso lo accetta.

E’ un allenatore esigente, Mario, ma gli si illuminano gli occhi per ogni mio minuscolo progresso.

Le nostre sessioni di allenamento sono gratuite e per me preziosissime. Per lui sono un motivo per uscire di casa, di dedicarsi a qualcosa che gli piace. Così mi ha detto. Io ho imparato da lui tutto quello che so sulla corsa e sull’allenamento fisico in generale: la respirazione, le fasi aerobiche e anaerobiche, le tecniche di allenamento, lo stretching, l’abbigliamento. Soprattutto su questo mi sgrida, perchè non metto strati di lana sotto la maglietta tecnica, perchè con il freddo e la pioggia non metto nulla in testa per ripararmi. Ho cercato di spiegargli che per me la corsa è un piacere ed una libertà, diventerebbe una tortura con della lana addosso, ma non l’ho ancora convinto.

Da un paio di mesi non lo incontro più, ma mi aveva preavvertita. Mario è anche un musicista e spesso il sabato suona con un piccolo gruppo in giro per locali e discoteche, torna a notte fonda, per cui la domenica mattina riposa.

Ieri l’ho trovato ad aspettarmi alla fermata dell’autobus, quando sono tornata dal lavoro.

Ero sorpresa, gli ho sorriso, gli sono andata incontro per salutarlo e per chiedergli come stava.

Non mi ha lasciato il tempo.

Mi ha messo in mano un sacchettino: “Scusa la confezione, ma mi sentivo di regalarti questa cosa, vedi di non farti più vedere in giro senza. Buon Natale.”

E se ne è andato.

Mi ha lasciata senza parole. Che non sono certo tornate quando ho aperto il sacchetto e ci ho trovato un berretto. Rosa.

E’ il regalo più bello di questo Natale: da un omone grande e grosso in imbarazzo per il gesto che stava compiendo ma che avrebbe compiuto a costo di qualunque cosa. E’ vero che nei regali si può percepire il sentimento di chi te li fa: in questo ho sentito tutto il suo affetto semplice e spontaneo, il suo desiderio di vedermi contenta, di proteggermi. Da quanto non succedeva.

Mezz’ora dopo, al buio e sotto la pioggia incessante ero fuori a correre. Sono passata davanti al bar dove ogni sera si ferma a bere un prosecchino prima di cena. L’ho indovinato nella cornice della porta, guardava fuori. Quando ha visto me e il berretto ha alzato il bicchiere.

Buon Natale anche a te, Mario.

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