Posta prioritaria

L’ufficio postale è un gran brutto posto.

Hanno cercato di aggiungere un po’ di giallo, un po’ di gadgets per renderlo un po’ allegro ma rimane sempre molto, troppo grigio.

Andarci vuol sempre dire perdere un sacco di tempo: spesso gli impiegati sono lentissimi, spesso le macchine si inceppano, spesso prima di noi c’è qualcuno che deve fare trentacinque raccomandate e pagare dieci bollettini, metà con bancomat di cui non ricorda il PIN e metà in monetine da venti.

Senza contare che, in genere, quando ci vai è per pagare qualcosa di antipatico (una multa, il canone RAI) che per tutto il resto ci sono i RID, c’è PayPal, la carta di credito.

Non si va mai di buonumore, in posta, e lì comunque fanno di tutto per fartelo passare.

L’unico modo che ho trovato per renderlo un posto meno triste, è di andarci ogni tanto a spedire qualcosa: una lettera, un libro, un regalino.

Anche se la fila è lunga (è sempre lunghissima) non me ne accorgo quasi.

Passo il tempo ad immaginare che faccia farà quando aprirà il mio pacchetto, che non se lo aspetta. O se alla mia lettera di carta risponderà con una lettera di carta (lo spero sempre).

E quando esco dalla posta, vi giuro, mi capita per qualche istante di essere felice.

(Oggi ho spedito a  mia mamma una copia dell’albo dell’Orso Ciccione con dedica fumettistica dell’autore. Impazzirà, ne sono certa)

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Se non ho altra voce

Se non ho altra voce per doppiare

in echi d’altri suoni il mio silenzio,

parlerò, parlerò, fino a scovare

la parola celata di ciò che penso.

E la dirò, contratto, tra sterzate

di freccia che avvelena anche se stessa,

o alto mare ostruito di vascelli

dove il braccio annegato ci fa cenno.

E spingerò in fondo una radice

se la pietra perfetta la via sbarra

e lancerò in alto quanto dice

che è più albero il tronco che è più solo.

E lei dirà, parola ora scoperta,

tutti i detti del vivere consueto:

quest’ora che sconforta e che conforta,

il non vedere, il non avere, il quasi essere.

(José Saramago)

 

Non ci ho capito quasi niente ma c’è qualcosa, qui dentro, che mi ha catturata.

Se qualcuno me la spiega forse capisco cos’è.

(Io le detesto, le poesie. L’ho già detto, vero?)