Francamente

Mese: febbraio, 2011

Come hanno fatto a me

Ti racconteranno la storia
e col passare del tempo
ti benderanno gli occhi,
come hanno fatto a me.
Ti mostreranno l’ascia
e passato un po’ di tempo
ti nasconderanno l’albero,
come hanno fatto a me.
Non ti serve a nulla sapere la verità
e avere ragione,
se quando gridi sai che
non ti ascoltano più.
Ti chiederanno di giurare
ti chiederanno di marciare
ti chiederanno le stesse cose
come hanno fatto a me.
Diranno che è tutto tuo
e se tenti di cambiarlo
ti pesteranno più forte
come hanno fatto a me.
Non ti serve a nulla sapere la verità
e avere ragione,
se quando gridi sai che
non ti ascoltano più.
Ti racconteranno la storia
e col passare del tempo
ti benderanno gli occhi,
come hanno fatto a me.
(Carlos Varela)

Visita in ospedale

Alla fine sono andata a trovarlo, in quel piccolo ospedale di provincia. Le corsie lucide, l’odore dei medicinali, l’ascensore… Ho vissuto per anni convinta che gli ascensori si trovassero solo lì: fortuna o meno di essere cresciuta in un piccolo paese di montagna.

Lui è troppo piccolo per quel letto. Non sembra nemmeno lontanamente l’uomo che ho temuto per così tanto tempo, ma la cosa non mi fa sentire meglio.
Mi vede, mi sorride e mi chiede come va. Lui. A me. Come sta lui un po’ già lo so e comunque per un tacito accordo nella nostra famiglia non ci si lamenta, non si esprimono emozioni, non ci si impietosisce. Quindi sì, è lì con una gamba rotta ed una schiena quasi, ma io gli parlo del mio lavoro. Poi mi chiede di mio figlio, sbagliando ancora il nome, usando quello del suo, di figlio, perso troppo in fretta.
Va tutto bene, gli dico, e tu?
L’unica cosa che mi dice, guardando altrove, è che è caduto proprio da stupido. E che spera di tornare a casa presto.
Poi la mamma mi racconta tutto nei minimi particolari, vuol farmi vedere dove lo hanno tagliato (no, ti prego, no), lo aiuta ad alzarsi, lo porta un po’ in giro sulla carrozzina, gli racconta i saluti di chi ha chiesto di lui.
Io rimango a distanza e li guardo.
E la vedo.
Mia madre. La guardo mentre gli parla, mentre lo aiuta, mentre lo cambia, mentre lo. E’ tutta rivolta verso di lui. Penso al senso del dovere, deve essere quello.
Ma poi mi sorprendo a osservarla mentre guarda mio padre. E quello che c’è in quello sguardo io l’ho visto un sacco di volte raccontato nei libri, descritto nei film ma mai, giuro, mai in una persona reale.
E non è una bella scoperta. Immersa come sono nel mio egoismo, l’unica cosa che riesco a pensare è che non solo non ci sarà mai nessuno che mi guarderà così, ma nemmeno io sarò mai capace di farlo. Penso istintivamente alla persona più cara che ho al mondo, penso a mio figlio, lo immagino al posto di mio padre e mi rendo conto che no, nemmeno lui riuscirei a guardare come ora mia madre sta guardando mio padre. Ma che diavolo sta succedendo? Io vengo da loro, porca miseria, e loro non me l’hanno mai insegnato a guardarsi così. Però è evidente, loro ne sono capaci, quindi forse io ero solo distratta, forse sono stupida, forse ho finito per il rifiutare, cocciutamente, quello che ora non trovo e che era così a portata di mano.

Esco dall’ospedale sconfitta. Sono andata a trovare mio padre.
Ho trovato mia madre e la mia aridità.

distanza
abbraccio
corsia

Porcamiseria

Un metro e sessanta di muscoli e nervi.

69 anni che sul volto sembrano di più tranne che negli occhi.

Quel pensiero del fare sempre fisso in mente.

E la fretta.

Credo di non averti mai visto camminare.

Anche da quando a causa di una malattia la vista ti si è ridotta parecchio, tu continui a muoverti velocemente. Se non puoi vedere puoi toccare e il tuo procedere è diventato un po’ a tentoni ma senza perdere velocità.

Hai tre figli, tutti indipendenti, con la loro famiglia ed il loro lavoro.

Alla tua età normalmente la gente si gode la pensione. Soprattutto chi, come te, non ha grossi problemi di salute e la vita di intenso lavoro gli ha regalato una certa sicurezza economica.

Tu no, tu hai sempre qualcosa da fare. Ma mica qualche metro d’orto come fanno i tuoi coetanei.

Tu ancora te ne vai a fare i lavori più impensabili, grazie a quella sindrome da Highlander nella sua forma più acuta, quella che ti rende convinto che quell’unico che resterà sarai tu.

Tu ti arrampichi sulle piante per tagliare i rami, su scale pericolanti appoggiate su muretti stretti e scivolosi.

Un femore rotto e quella donna che ti segue da quarant’anni terrorizzata all’idea di dover pensare ora, da sola, a tutti i tuoi affari.

Porcamiseria, papà.

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