Francamente

Mese: marzo, 2011

Letture, arte e coincidenze

Ho recentemente finito di leggere “Gli acquari luminosi” di Sophie Bassignac. Racconta la storia di Claire, una ragazza piena di paure, ipocondriaca, solitaria che vive a Parigi. E’ una storia deliziosa: Claire di mestiere fa l’editor per una piccola casa editrice, ama l’arte, la bellezza, il Giappone, il silenzio e si troverà a dover risolvere un piccolo mistero.

Ora però non vorrei parlare della trama o esprimere un giudizio. Vorrei invece raccontare una piccola coincidenza che non posso condividere con nessuno perchè non conosco ancora nessuno che lo abbia letto.

Nel libro si racconta, ad un certo punto, di un gioco curioso che Claire ed un suo amico amano fare nei pomeriggi di noia: si recano al Musée d’Orsay e si mettono vicini al quadro di Courbet “L’origine del mondo” per spiare le reazioni della gente di fronte a quell’immagine. Il quadro rappresenta una donna nuda, sdraiata e con il sesso in primissimo piano. Claire ed il suo amico classificano le persone sulla base del loro atteggiamento mentre passano davanti all’opera rilevando che, in ogni caso, nessuno si ferma ad osservare il quadro per più di pochi secondi.

Ho letto questo brano pochi giorni fa.

Oggi scopro che quel quadro è per la prima volta in Italia, al MART di Rovereto, dove ha già creato qualche scompiglio.

Ecco. Dovevo assolutamente raccontarlo a qualcuno.

Pane fatto in casa da pigri

Spesso, quando non devo andare al lavoro, faccio il pane in casa, usando questa ricetta che ho trovato tempo fa e che non ho più lasciato.
Perchè è facile.
Perchè impegna pochissimo.
Perchè il risultato ti fa fare un figurone che neanche se avessi impastato per tre giorni di fila…

Quando mi alzo, mentre aspetto il caffè, prendo una ciotola piuttosto capiente, la metto sulla bilancia, peso 370 g di acqua, le faccio fare un giro di 30 secondi in microonde e poi le sciolgo dentro mezzo cubetto di lievito di birra  (12-15 g.). Rimetto tutto sulla bilancia, azzero la tara e butto nella ciotola mezzo chilo di farina bianca (quella che trovo in casa: tipo 00, manitoba, metà e metà…. come capita capita). Sì, è da scandalo buttare la  farina così tutta insieme, ma venite a dirmelo il sabato mattina…
Mescolo velocemente con una forchetta, aggiungo un po’ di sale fine (eh… io vado un po’ a occhio, saranno una quindicina di grammi), continuo a  girare finche viene un composto abbastanza omogeneo.
Fine.
Davvero.
Anche perchè a questo punto il caffè è pronto. Il tempo di spargere un po’ di farina sopra il composto, di coprire la ciotola con un po’ di pellicola trasparente e di mettere il tutto in un posto tiepido e tranquillo.
Non dovrete fare altro, fa tutto lui. Adoro questa parte…
Dopo un paio d’ore verso il composto in una teglia da forno: ecco, a questa fase sto attenta (d’altra parte sono in piedi da due ore… sempre che nel frattempo non sia tornata a letto), cerco di versarlo con molta delicatezza, facendolo praticamente scivolare lentamente ed aiutandomi con un leccapentola (è il mio attrezzo preferito, in cucina…).
Lascio lievitare ancora per un po’: mezz’ora, un’ora, due, quindici… il tempo che c’è.
Poi metto la teglia in forno e lo accendo: 200 gradi per 40 minuti.
Et voilà.

pane pane2

Non ci crederanno che l’avete fatto voi pur avendo dormito tutta mattina!

(La ricetta base l’ho trovata sul forum di cookaround dove potete trovare anche tutte le varianti oltre a migliaia di altre ricette)

Auguri e coraggio

C’è una cosa che mi ha colpita, nella giornata di oggi.
No, non è stato il fatto di essermi alzata tardi di giovedì o di aver visto tante bandiere tricolori appese alle finestre.
Sono stati gli auguri.
Ci siamo fatti gli auguri per l’anniversario dell’Unità d’Italia.
In genere non capisco il senso degli auguri. Non afferro il senso degli auguri a Natale o Pasqua. Forse ci si augura semplicemente di passare una buona giornata, forse non capisco perchè ne ho perso il significato religioso, non so.
Non mi piacciono le cose che non capisco e quindi di auguri, di solito, ne faccio pochissimi.
Però oggi, man mano che trascorrevano le ore, man mano che sentivo quell’augurio espresso e accolto, ho iniziato a vederne un senso.
Non sarà stato così per tutti, forse, ma ho iniziato a vederci la voglia di ricordare qualcosa di grande che abbiamo fatto tutti insieme. Non c’era lo sguardo di circostanza del Buon Natale, c’era la complicità nel riconoscerci parte di una stessa cosa, di uno stesso percorso.
E quell’augurio l’ho interpretato come un “Eh, è stata dura, ma guarda quanta strada abbiamo fatto. E’ lì a dimostrarci che possiamo percorrere anche tutta quella che abbiamo davanti. Coraggio.”. Come se per un tempo molto lungo avessimo lavorato tutti alla costruzione di un edificio immenso ed oggi, ancora un po’ impolverati e con le mani sporche, guardando l’opera incompleta ci fossimo fermati un attimo e ci fossimo riconosciuti tutti artigiani dello stesso progetto.
L’augurio ce lo siamo fatti a vicenda con questa esortazione al coraggio, al non darci per vinti al peggio che da questa Italia in molti si stanno impegnando a tirare fuori.
Ho fatto  gli auguri alla gente che ho incontrato per strada, in edicola, al bar. Ho visto in ciascuno di loro gli antenati che avevano combattuto per questa Italia. E a me non sembra poca cosa.
Poi è vero, molto di questa Italia non mi piace come non piace a chi oggi ho sentito borbottare contro questa giornata di festa.
Però da qualche generazione la mia famiglia ne ha costruito un pezzetto. Il fatto che non sia venuta benissimo non mi dà una buona ragione per negare di farne parte, posso solo fare in modo che la mia, di parte, sia almeno onesta.
Auguri, quindi, a tutti gli italiani. A quelli fieri di esserlo, a quelli che se ne vergognano, ma soprattutto a quelli che ogni giorno l’Italia la fanno diventare un po’ migliore.
Grazie per la fatica vostra e di chi vi ha preceduto: è a questa vostra fatica che voglio aggiungere la mia.
Auguri. E coraggio.

Già.

E’ appena tornata dall’asilo, indossa ancora il grembiulino azzurro.

 

Quando entro in camera la sorprendo a parlottare da sola, o chissà con chi.

 

Solleva quella cascata di riccioli biondi spalancando due occhi che non ti aspetteresti, così grandi, sul viso di una bambina.

 

“Ciao”, le dico ” che stai facendo?”

 

“Niente” mi sorride di rimando. Ha impiegato qualche secondo ma mi ha riconosciuta.

 

Conosco questa bambina da sempre. Non ci vediamo spesso ma ogni volta che succede è come se fossi uscita dalla stanza solo pochi minuti prima.
Non è così trasparente con tutti. E’ come se avesse un sacco di anni di più e che stesse recitando la parte della bambina di tre anni. Ogni tanto negli occhi glielo leggo, che è tutto per finta.

 

“Come mai sei qui da sola?”
“Aspetto la mamma. E tu? Come mai sei qui?”

 

Forse ha ragione, forse ho bisogno di un motivo per essere qui.

Mi mancava, il vero motivo per cui sono qui è che mi mancava. Ma non è solo per quello.
Non ho mantenuto la promessa che le avevo fatto, che è allo stesso tempo il motivo per cui sono sparita per un po’ e il motivo per cui avevo urgenza di vederla.
Cerco di arrivare subito al punto: “Mi dispiace, sai…” non riesco neanche a finire la frase.
“Il tuo amico non c’è?”
Ecco, fa così. E’ un po’ arrabbiata, credo. Cambia argomento, quando è arrabbiata. Come se fosse solo un problema suo la delusione che le ho provocato, qualcosa che non le sembra opportuno farmi vedere.

 

“No, non poteva, aveva da fare, sai, i problemi dei grandi”
“Già”
Il modo in cui lei dice “Già” mi fa rabbrividire. Tre anni scarsi di vita ma sembra ne abbia già vissuti quaranta. E quel “già” ha il tono sconsolato e rassegnato di chi troppe volte ha aspettato un gesto, o una parola, che non sono arrivati.
Forse sono io che mi invento tutto ma con questa bambina succede sempre così: lei dice qualcosa e a me sembra di vedere i pensieri dietro quegli occhi, vedo la catena di parole e sentimenti che lei riesce a concentrare in quel “Già”.

 

Mantiene un mezzo sorriso, mentre con il ditino segue il contorno di un fiore sulla coperta del lettone a cui arriva a malapena. Ho sentito spesso la madre raccontare che lei è così: tranquilla, sempre sorridente, ubbidiente, serena. Nessuno la può conoscere meglio di sua madre, ma io non riesco a convincermene. Quella bambina ha un terremoto dentro e Dio solo sa quando riuscirà a tirarlo fuori. Il sorriso serve a tenere tutti distratti.

Inizia a canticchiare una canzone dello Zecchino d’Oro. E’ una canzone che conosco anche io, ma meno bene di lei. Sbaglio le parole. Lei un po’ mi sgrida, un po’ ride.
Quando finisce la canzone il ditino torna a ricalcare i fiori sulla coperta, ma in maniera meno decisa.
“Mi porti con te, questa volta?”
“Non posso, piccola, lo vorrei tanto ma proprio non posso”
“Ti prometto che starò buonissima”
“Ma lo so, non è per quello, è che…”
“Ti vergogni di me?”
Può una bambina di poco meno di tre anni conoscere il significato della parola vergogna? E soprattutto come le può essere venuta in mente, davvero, non capisco, io….

Le passo una mano tra i riccioli. Si irrigidisce. Non capisce se quello è un gesto che la deve rassicurare o preoccupare e io non sono nelle condizioni di poterglielo insegnare.

Mi alzo. Per un attimo ho ancora la tentazione di prenderla in braccio, questa bambina che sorride a tutti ma che non si lascia toccare da nessuno. E di portarla via da lì, da quello che le succederà, da quello che l’aspetta lungo un percorso che conosco in ogni singolo passo. Sono l’unica che sa, l’unica che la può aiutare, l’unica che può insegnarle a difendersi, l’unica di cui può fidarsi.

Poi, mi ricordo chi sono.
Finisco il fiore che ha lasciato a metà.
Le sorrido tra qualche lacrima che spero non veda.
Lei mi guarda con occhi che chiedono pur avendo capito, che sperano, che aspettano.

Fb

Esco dalla stanza.

Sono sicura che lei è rimasta lì a fissare la porta.

Provo a spiegarti

Dunque, la linea rossa sono io.

provo

Lacrime condivise

Correre sotto la pioggia quando sono triste mi fa credere che il cielo condivida le mie ragioni.

lacrime

Oggi

Ho svaligiato una profumeria.
È arrivato l’ordine che avevo fatto su IBS.
Ho ricevuto un libro da un amico insieme ad una lunga lettera scritta a mano.
C’è il sole.
E io ho, finalmente, un piano.
Ad avercene, giornate così.

oggi

Ecco perché non comprerò un ebook reader. Forse.

Ho passato il 2010 a leggere le opinioni di chi è a favore del libro di carta e di chi è ormai passato al supporto tecnologico.

Ho letto le recensioni di tutti i principali ebook reader.

Ho eseguito diligentemente tutti i test che promettevo di indicarmi quale fosse quello più adatto a me. Ogni volta ne usciva uno diverso ma io risultavo sempre compatibilissima con quella forma di lettura.

Insomma, ho passato un intero anno a dire ai miei amici: “Ok, nel 2011 farò anche io il grande passo”. E già pregustavo il gesto di estrarre quella sottile e leggera tavoletta in metropolitana, in fila alla posta, o di posarla con eleganza a fianco del mio panino al bar.

Ma oggi non ne sono più così convinta.

No, non è un residuo di romanticismo (siamo seri, su…), di attaccamento all’oggetto o all’abitudine. E’ che ci sono una serie di punti che mi lasciano perplessa:

1- Il primo punto è fondamentale. Cosa diavolo me ne farò di tutti i libri che ho già comprato e che non ho ancora letto? Si dà il caso che io ne abbia un discreto numero. Calcolando una media di due libri al mese, potrei smettere di comprare libri oggi e vivere ancora una ventina di anni senza rimanere a secco. Ecco, siamo su quelle cifre lì. Avrebbe senso comprare ANCHE la versione elettronica di un libro che posseggo già di carta? Non credo sia mai stata presa in considerazione la possibilità di uno scambio, anche alla pari: io ti porto il cartaceo e tu mi dai la versione elettronica. No eh?

2- Una volta comprato il mio ebook reader, avrà ancora senso entrare in una libreria? E se sì, quale? La libreria è un ambiente in cui mi trovo bene, dove le commesse di solito non sono taglia 38 su tacco dodici e con capelli da favola. Le librerie sono il mio luogo d’appuntamento preferito, perchè io sono sempre in anticipo e gli altri sempre in ritardo, ma se devo aspettare qualcuno in una libreria gli perdono anche di essersi completamente dimenticato dell’appuntamento. E poi il raccogliere sette o otto libri tra gli scaffali e riuscire ad arrivare alla cassa solo con uno o due facendo il gioco della torre. Tutto questo non ci sarà più, vero? A meno che non si possa entrare in libreria, sfogliare e giocare con i libri di carta e poi alla cassa scaricare il formato elettronico…

3- Un dubbio molto pratico, ora. Mi piace leggere ma non sono molto colta (neanche molto sveglia, a dirla tutta). La mia memoria funziona un po’ come  e quando vuole, sono pur sempre sulla soglia dei quaranta. Ora, se del libro che sto leggendo non vedo ogni volta che lo prendo in mano titolo, autore e copertina, come accidenti farò a ricordarmelo? E’ una cosa importante, questa. Metà del mio piacere di leggere si fonda sulla possibilità di poterne parlare con qualcuno o di richiamare quella storia al momento più opportuno. Ho paura che con un ebook reader ogni libro  mi evocherà solo righe di inchiostro elettronico, caratteri neri su fondo bianco. So mica se ce la faccio.

4- Prestare i libri per vederli ritornare sottolineati, commentati, impiastricciati: neanche a parlarne, mi sa.

5- Un pacchetto che contiene un libro è il mio regalo preferito. Sia da ricevere che da fare. Ok, ci sono sempre i cioccolatini. Ma durano molto di meno. Sì perchè per me, regalare un libro significa regalare compagnia. Ma come lo impacchetti un e-book? La sua forma elettronica gli impedisce di essere un oggetto da portare in dono.
Qualcosa di simile è successo con la musica, con la differenza che oggi si può ancora regalare un cd e, chi lo riceve, può decidere se ascoltarlo nell’impianto stereo di casa oppure se trasformarlo in pochi secondi nel formato adatto al suo dispositivo preferito.

6- Dove faccio fare l’autografo all’autore, se mi capita la fortuna di incontrarlo?

7- Quando saremo a regime, quando la gran parte dei lettori si doterà di e-book reader, ve li immaginate i vagoni della metropolitana? Tutti chini su apparecchi molto simili e anonimi. Nessuno saprà cosa sta leggendo il vicino. Niente sguardi curiosi, complici o carichi di disprezzo. Uff.

8- Una piccola storia, ora. Ho un amico che fa il fotografo, bravissimo. Gli ho chiesto il permesso di stampare alcune sue foto perchè le trovo splendide. Ci volevo fare altro, in realtà, ma ho finito per usarle come segnalibri, scegliendo ogni volta quella adatta al libro che sto leggendo. Ad esempio questa per I sommersi e i salvati (P. Levi), questa per “Le madri non sbagliano mai” (G. Bollea), questa per La macchia umana (P. Roth). Poi ho iniziato un altro libro e mi serviva un volto di donna, che ho scelto tra quelle foto. E per una serie di coincidenze la donna raffigurata nella foto che ho scelto l’ho trovata e l’ho conosciuta. E le presterò presto il libro e la sua foto. Eccavolo, pensa se c’avessi avuto l’e-reader…

Insomma, non so.

Credo di non essere pronta.

Regole e buon senso

” Dobbiamo imparare bene le regole,
 in modo da infrangerle nel modo giusto “
(Dalai Lama)

“Mamma, esco in bici, a che ora torno?”

Lo guardo. Ha già una mano sulla maniglia della porta d’ingresso. E’ alto, muscoloso, un corpo da uomo gestito da una centrale adolescente.

Mi trova abbassando lo sguardo ma è ancora uno sguardo bambino che si stupisce della strana angolazione che deve creare per raggiungere quello di sua madre.

Bizzarre creature, gli adolescenti.

A che ora tornare, mi chiede.  Fin da quando ha avuto il suo primo orologio ho insistito sull’importanza del tempo, di essere puntuali, del rispetto del tempo degli altri, di chi ti aspetta, di chi impegna il proprio tempo per te.

Oggi la curiosità di vedere cosa è rimasto di tutte quelle parole è grande, quasi quanto la tentazione di provare a togliere una regola creata come contenitore per impedirgli di fare fesserie. Alzare la gabbia e vedere che fa.

Cerco di mascherare il filo d’ansia che mi sale dallo stomaco e gli rispondo “Quando vuoi, decidi tu”.

E’ solo la coda del mio occhio a cogliere i suoi che si fanno un po’ più grandi per contenere lo stupore.

Dentro di me inizio a pregare che si ricordi tutte le mille raccomandazioni che gli faccio ogni volta: il cellulare carico in tasca, non tornare quando fa buio, se vai dal tuo amico ricordati che c’è il provinciale da attraversare e nell’ora di punta è un casino, stai attento al traffico, comportati bene, torna in tempo per farti una doccia prima di cena….

Trattengo la voce ma spero con tutta me stessa che quei pensieri riescano a lanciarsi dai miei occhi mentre lo guardo e a raggiungere i suoi mentre gli dico “Quando vuoi, decidi tu”.

Prima di avere un figlio adolescente sono stata una madre rigidissima sul rispetto delle regole. Oggi che ho in casa questo tredicenne inizio a pensare che le regole siano stampelle che aiutano il buonsenso a rinforzarsi, rotelline che impediscono al bambino di cadere dalla bicicletta. Ma che prima o poi vadano tolte. E l’adolescenza è l’esatto momento in cui provare a farlo: una serie di test in ambiente protetto per misurare quanto manca ad essere adulti davvero.

L’educazione a mio parere passa necessariamente dalle regole ma il rispetto delle regole non può essere l’obiettivo finale. Quello che vorrei che mio figlio imparasse è ad usare il buonsenso perchè è il buonsenso a fare di un essere vivente un uomo libero, maturo, sicuro di sè. Vorrei che imparasse a scegliere un orario di rientro, un comportamento, una parola non per il rispetto di una regola ma perchè è in grado di raccogliere elementi di valutazione, di considerare le conseguenze e di decidere cosa sia meglio. Lo vorrei e allo stesso tempo ne sono terrorizzata.

Ma da tempo ormai sono giunta alla conclusione che le regole diventano davvero necessarie quando l’uomo dimostra di non avere sufficiente buonsenso. Il loro numero è inversamento proporzionale alla statura morale dell’ambiente che devono controllare.

Tutto questo penso, affacciata alla finestra, da dove ho visto mio figlio uscire un paio di ore fa.

La luce del giorno ha appena iniziato ad abbassarsi quando dal fondo della via vedo quel ragazzo che pedala tranquillo verso casa, stando bene sul bordo della strada, indossando, unico tra i suoi amici, il casco che nessuno gli ha mai imposto.

Sta tornando a casa ad un’ora che non è una regola ma una sua libera (e ottima) scelta.

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