Già.

E’ appena tornata dall’asilo, indossa ancora il grembiulino azzurro.

 

Quando entro in camera la sorprendo a parlottare da sola, o chissà con chi.

 

Solleva quella cascata di riccioli biondi spalancando due occhi che non ti aspetteresti, così grandi, sul viso di una bambina.

 

“Ciao”, le dico ” che stai facendo?”

 

“Niente” mi sorride di rimando. Ha impiegato qualche secondo ma mi ha riconosciuta.

 

Conosco questa bambina da sempre. Non ci vediamo spesso ma ogni volta che succede è come se fossi uscita dalla stanza solo pochi minuti prima.
Non è così trasparente con tutti. E’ come se avesse un sacco di anni di più e che stesse recitando la parte della bambina di tre anni. Ogni tanto negli occhi glielo leggo, che è tutto per finta.

 

“Come mai sei qui da sola?”
“Aspetto la mamma. E tu? Come mai sei qui?”

 

Forse ha ragione, forse ho bisogno di un motivo per essere qui.

Mi mancava, il vero motivo per cui sono qui è che mi mancava. Ma non è solo per quello.
Non ho mantenuto la promessa che le avevo fatto, che è allo stesso tempo il motivo per cui sono sparita per un po’ e il motivo per cui avevo urgenza di vederla.
Cerco di arrivare subito al punto: “Mi dispiace, sai…” non riesco neanche a finire la frase.
“Il tuo amico non c’è?”
Ecco, fa così. E’ un po’ arrabbiata, credo. Cambia argomento, quando è arrabbiata. Come se fosse solo un problema suo la delusione che le ho provocato, qualcosa che non le sembra opportuno farmi vedere.

 

“No, non poteva, aveva da fare, sai, i problemi dei grandi”
“Già”
Il modo in cui lei dice “Già” mi fa rabbrividire. Tre anni scarsi di vita ma sembra ne abbia già vissuti quaranta. E quel “già” ha il tono sconsolato e rassegnato di chi troppe volte ha aspettato un gesto, o una parola, che non sono arrivati.
Forse sono io che mi invento tutto ma con questa bambina succede sempre così: lei dice qualcosa e a me sembra di vedere i pensieri dietro quegli occhi, vedo la catena di parole e sentimenti che lei riesce a concentrare in quel “Già”.

 

Mantiene un mezzo sorriso, mentre con il ditino segue il contorno di un fiore sulla coperta del lettone a cui arriva a malapena. Ho sentito spesso la madre raccontare che lei è così: tranquilla, sempre sorridente, ubbidiente, serena. Nessuno la può conoscere meglio di sua madre, ma io non riesco a convincermene. Quella bambina ha un terremoto dentro e Dio solo sa quando riuscirà a tirarlo fuori. Il sorriso serve a tenere tutti distratti.

Inizia a canticchiare una canzone dello Zecchino d’Oro. E’ una canzone che conosco anche io, ma meno bene di lei. Sbaglio le parole. Lei un po’ mi sgrida, un po’ ride.
Quando finisce la canzone il ditino torna a ricalcare i fiori sulla coperta, ma in maniera meno decisa.
“Mi porti con te, questa volta?”
“Non posso, piccola, lo vorrei tanto ma proprio non posso”
“Ti prometto che starò buonissima”
“Ma lo so, non è per quello, è che…”
“Ti vergogni di me?”
Può una bambina di poco meno di tre anni conoscere il significato della parola vergogna? E soprattutto come le può essere venuta in mente, davvero, non capisco, io….

Le passo una mano tra i riccioli. Si irrigidisce. Non capisce se quello è un gesto che la deve rassicurare o preoccupare e io non sono nelle condizioni di poterglielo insegnare.

Mi alzo. Per un attimo ho ancora la tentazione di prenderla in braccio, questa bambina che sorride a tutti ma che non si lascia toccare da nessuno. E di portarla via da lì, da quello che le succederà, da quello che l’aspetta lungo un percorso che conosco in ogni singolo passo. Sono l’unica che sa, l’unica che la può aiutare, l’unica che può insegnarle a difendersi, l’unica di cui può fidarsi.

Poi, mi ricordo chi sono.
Finisco il fiore che ha lasciato a metà.
Le sorrido tra qualche lacrima che spero non veda.
Lei mi guarda con occhi che chiedono pur avendo capito, che sperano, che aspettano.

Fb

Esco dalla stanza.

Sono sicura che lei è rimasta lì a fissare la porta.

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