Non mi diverto più.

Corro da qualche anno.

Senza ambizione e, sostanzialmente, senza progressi.

Due o tre allenamenti alla settimana: 10-12 km la domenica mattina, 7-8 km per i due allenamenti infrasettimanali.

Le scarpe le compro, una volta l’anno, in un negozietto di fiducia.

Il resto dell’abbigliamento da decathlon, di solito capi a prezzo base, bassissimo. Roba che con 50 euro mi porto via due cambi completi.

Non ricordo come o perchè ho iniziato, io che non avevo mai fatto un’ora di sport in vita mia.

Però è successo e ben presto è diventata dipendenza.

Quello che mi piace della corsa, della mia corsa, è il senso di libertà.

Tanto per cominciare non devo preoccuparmi di avere un aspetto gradevole: via il trucco che cola e poi brucia negli occhi; capelli da far sparire in una coda attaccata il più possibile alla testa; abiti che devono seguire docilmente le mie linee e non il contrario.

Corro all’aperto, in campagna. Con qualsiasi condizione atmosferica, a qualunque orario.

Il cellulare a casa, spento.

Nelle orecchie le cuffie del lettore mp3 che mandano qualcosa a caso pescato tra Bon Jovi, lo Zecchino d’oro, Vivaldi, Cohen, Baricco e dio solo sa cos’altro.

Trovo irresistibile l’idea che per un’ora, cascasse il mondo, non sono raggiungibile.

Ascolto il rumore dei miei passi e su quel ritmo allineo i pensieri.

Quando corro, solo quando corro, ascolto il mio corpo. Un tempo mi preoccupavo solo della testa: volto e cervello. Tutto il resto era come se non mi appartenesse. Ora ne ho ripreso possesso: tre volte alla settimana mente e corpo, tutto, si parlano. E accelero, rallento, impreco, canticchio, piango, sorrido.

La corsa per me non è uno sport. E’ uno spazio ed un tempo che sono solo miei, in cui sono davvero io.

Ho sempre corso da sola. Non ho mai voluto costringere questa parentesi di libertà in un impegno con qualcuno, mi fa male il pensiero di dover adeguare il mio respiro a quello di qualcun altro anche mentre corro.

Da qualche tempo non corro più da sola e i miei tempi sono migliorati.

Ma io non mi diverto più

Foto1
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Anna

Non potevo immaginare che reagisse così.

Sono passata a trovarla. Avevo stampato alcune foto che le avevo scattato la scorsa settimana, alcuni ritratti in primo piano che mi sembravano particolarmente ben riusciti e non vedevo l’ora di mostrarle quanto bello apparisse il suo viso in quella luce.

Ma ne è sembrata ferita.

Le ha guardate per pochi istanti mentre il sorriso le si spegneva gradatamente, in sincrono con la tristezza che le montava negli occhi, subito seguita da quelle che avevano tutta l’aria di essere lacrime pronte a suicidarsi.

“Anna, che c’è?”

Anna si è presa il tempo per inspirare tutta l’aria che le serviva per pronunciare con il tono più tranquillo del mondo il suo “Niente”.

Si è alzata e con il pretesto di sparecchiare si è allontanata dal tavolo.

Ho riguardato le foto, cercando il nemico.

Anna mi si è risieduta davanti, occhi asciutti e sorriso d’ordinanza: “Diventi sempre più brava con quella macchina fotografica. E anche pericolosa”.

Continua a sorridere, Anna.

E io lo vedo, finalmente, il nemico.

In fondo agli occhi che mi guardano e non in quelli stampati su carta fotografica.

Crollo

A volte le demolizioni sono necessarie per poter costruire qualcosa di nuovo.
Ma qui non abiterà più nessuno per molto, molto tempo.
Forse per sempre.
A pensarci bene, molto meglio sarebbe stato che nessuno ci avesse mai messo piede.

crollo