Come sole al termine del giorno

sole

(Selvino -BG)

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I motivi per cui l’e-reader, invece, lo comprerò.

L'”invece” del titolo fa riferimento a quello che avevo scritto qualche tempo fa snocciolando i motivi per cui no, l’e-reader non l’avrei comprato.

Dopo quel post però non ho smesso di ficcare il naso in ogni angolo in cui si parlasse di e-reader. Per di più alcuni amici hanno cominciato a sfoggiarne uno ed ho continuato a provarli, a raccogliere commenti, consigli, perplessità.

E’ quindi giunto il momento di fermarsi un attimo a raccogliere, di nuovo, le idee:

– lo confesso. Adoro i giocattolini tecnologici. Come faccio io, proprio io, che mi brillano gli occhi davanti a monitor di qualunque tipo e che adoro i libri, come faccio a stare a lungo lontana da un e-reader? E’ una battaglia persa in partenza. E’ segno di maturità ammettere le proprie debolezze.

– il “cosa-te-ne-fai” e il “non-ne-hai-davvero-bisogno” sono scrupoli che ho già abilmente scantonato quando, impiegata statale, mi sono fatta regalare un Iphone. A che diavolo serve un Iphone, un intero Iphone, ad un’impiegata statale? A niente. E allora? (scrollatina si spalle)

– la qualità di lettura degli ultimi e-reader è, a voler usare l’aggettivo corretto, COMMOVENTE.

– i modelli touch-screen ti lasciano anche l’abitudine al gesto del girare la pagina. Si può chiedere davvero di più?

– diversi modelli consentono sottolineature ed annotazioni, che è una cosa che sui libri io faccio spesso. Solo che l’e-reader, neanche mi conoscesse, fa una cosa in più: ti permette di visualizzarle tutte insieme.

– sto invecchiando, è inevitabile. I libri scritti in piccolo saranno presto un problema, lo so.

– 1500. Libri, non pagine. 1500 libri che si possono portare ovunque senza che nessuno vi dica “Hey, ma che diavolo hai messo in questa borsa??” o senza che dobbiate pagare 40 euro extra bagaglio con Ryanair solo per i libri (vero, Ric?).

– le copertine erano un altro mio cruccio. Come avrei potuto ricordarmi autore e titolo di un libro che avevo letto se non ne vedevo la copertina ogni volta che lo prendevo in mano? Poi ho scoperto che gli e-reader te le mostrano, le copertine. Altro problema risolto.

– con il dizionario integrato i libri in inglese non mi faranno più tutta la paura che mi fanno adesso.

– accorgersi all’ultimo secondo che sono arrivata alla mia fermata non sarà più un problema. Di solito la scena è che mi scapicollo fuori dall’autobus o dalla metro perdendo, naturalmente, il segno. Ma l’e-reader ora lo terrà per me (grazie, e-reader!)

– a me capita di aver voglia di un libro in un determinato momento, ne ho sempre tre o quattro iniziati per questo motivo. Ho provato a distribuirli in intervalli temporali diversi della giornata (uno sul comodino, uno in borsa, uno in bagno, uno in ufficio per la pausa pranzo) ma non funziona. Non puoi sapere quando ti viene voglia di continuare una determinata storia, o di rileggere un verso (ecco, magari questo a me succede un po’ meno). L’idea di averli sempre tutti con me senza dovermi spaccare la schiena mi fa impazzire (a questo punto mi è comparsa davanti gli occhi l’immagine del protagonista di Auto da fé di Canetti… anche a voi?)

– mio marito non potrà più dire: “E questi quando li hai comprati?”. E soprattutto non ci sarà più bisogno di fare a gara con il corriere per evitare che consegni il mio ultimo ordine Amazon nelle mani del suddetto marito.

– una delle mie remore maggiori all’idea di passare al nuovo media era il fatto di avere già in casa centinaia di libri acquistati e non ancora letti. Ma una mattina ho avuto l’illuminazione: “Franca – mi sono detta – in effetti qui hai un problema. Vuoi continuare a ingrandirlo?”. Chi l’avrebbe detto che sarebbe stato così facile

– chiariamo una cosa fondamentale una volta per tutte: possedere un e-reader ed utilizzarlo per leggere e-books non ti vieta di leggere anche libri di carta. Signori, si può fare l’uno e l’altro, davvero! Non è meraviglioso?

– corollario del teorema di cui sopra: niente mi vieta di continuare a perdermi nelle librerie.

– non potrò più prestare libri. A parte che non è vero visto che continuerò a prestare le centinaia di libri di carta che già ho. E comunque sarebbe anche ora di smettere.

– potrò finalmente leggere il Conte di Montecristo o Guerra e pace in metropolitana, senza aspettare di rompermi entrambe le gambe (questa è per la mia amica Sara)

– vi è mai capitato di essere in libreria, di fronte ad un libro con uno sconto pazzesco, non ricordare se lo avevate già comprato, nel dubbio comprarlo e scoprire poi di averne già a casa altre due copie? A me è successo più di una volta. Ora una rapida occhiata a quelli dentro il mio meraviglioso dispositivo elettronico mi impedirà di comprare doppioni. Lo faccio anche per il risparmio, eh…

– i puristi della carta mi contestano il fatto che così perderò l’odore dei libri. Ora, vorrei sfatare un altro mito: non è che tutti gli odori dei libri siano poi così piacevoli…

Non l’ho ancora scelto, l’apparecchio che accompagnerà le mie letture. Sto valutando, confrontando, provando e chiedendo pareri. Voglio sceglierlo con cura, perchè è un oggetto che starà con me a lungo. Amo i giocattoli tecnologici ma non li cambio spesso, mi affeziono. E questo sarà un oggetto che mi seguirà ovunque, che conoscerà le mie mani e tutte le sfumature dei miei occhi. Ci sono libri che hanno visto i miei sorrisi, le mie sopracciglia aggrottate, le mie labbra strette, le mie lacrime. Quello che sto per comprare mi accompagnerà in mille espressioni, in tutte quelle che verranno da mille storie diverse.

Quindi devo sceglierlo forte, discreto, comprensivo. Forte l’ho già detto?

Le bondosas (José Saramago)

“Non c’è allora altro rimedio che quello del serpente: abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, lasciarla a terra, tra i cespugli, e passare all’età successiva.

La vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere”

(Il racconto è tratto da “Di questo mondo e degli altri”, ed. Einaudi)

Un primo colorato

primo

Ecco un piatto di pasta allegro che in casa hanno apprezzato parecchio.

Ho preso un peperone, l’ho tagliato a pezzetti e l’ho fatto rosolare in un po’ di olio in cui avevo lasciato uno spicchio d’aglio poi eliminato.

Ho pulito una manciata di fagiolini e li ho tagliati a pezzetti: questa è stata la parte più lunga e noiosa… ma secondo me si può risolvere egregiamente con quelli surgelati.

Ho messo a bollire l’acqua nella pentola che uso di solito per la pasta. Quando ha iniziato a bollire ho aggiunto il sale e i fagiolini. Quando sono stati pronti (ma ancora al dente, quindi dopo circa una quindicina di minuti) ho aggiunto 500 gr di orecchiette fresche. Dopo cinque minuti ho scolato tutto e buttato nella padella dove i peperoni aspettavano pazienti. Un filo di olio per amalgamare tutto e poi ho distribuito nei piatti con qualche scaglia di grana (qui il pecorino non è molto amato…).

Il giorno dopo, appena tiepida, è ancora da leccarsi i baffi.

Fiori bianchi

Succede ogni anno a luglio.

Non importa in quale giorno del mese io mi trovi a camminare per la casa in cui sono cresciuta.

Se è luglio succede.

Succede che gli occhi incontrano un fagotto di carta bianca nascosto in un angolo, appoggiato su un tavolo in ombra, o sul ripiano alto di uno scaffale.

Quel fagotto lo riconoscerei ovunque, non ho bisogno di vederne l’interno per sapere che contiene un mazzo di fiori bianchi.

Sono fiori mai esibiti, anzi, sempre riposti con discrezione affinchè chi passi distratto non li veda nemmeno. Ma in questa casa enorme, piena di oggetti  che hanno segnato il passaggio negli anni di tantissime persone, ogni anno io mi scontro con il fagotto dei fiori bianchi.

Non li cerco. Ma loro mi trovano sempre. Da angoli sempre diversi vengono a  ricordarmi che è di nuovo luglio.

Restano in casa pochissimo, in genere un giorno o poco più. Poi mia madre trova il tempo per prenderli in braccio e deporli sulla tomba di un figlio che, da quelle braccia, le è stato strappato 21 anni fa, quando aveva solo sette mesi di vita.

Sono fiori che mi scatenano ogni volta ricordi velocissimi e violenti: un neonato biondo tra le mie braccia diciottenni, le notizie che non capisco, l’hotel chiuso per lutto in piena stagione, mia madre che non sa più da dove grattar via il coraggio, la piccola bara bianca, i fiori. Bianchi. Tanti, tantissimi fiori bianchi.

Che da allora non hanno mai smesso di ricordarmi la morte di un bambino, mio fratello, e la dimensione che può assumere un dolore, quello di mia madre.

fiori