E’ tempo

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L’idea è questa.

Che io abbia un adolescente che mi gira per casa credo non sia un mistero, visto che ne parlo spesso.

E’ un età davvero strana, in cui i genitori contano sempre meno. E il compito di un bravo genitore, mi dicono, è proprio quello di fare in modo che questo distacco avvenga, soffrendo in silenzio, stando lì però, nei paraggi, caso mai servisse una mano.

Tra le tante pagine che leggo ogni giorno sul web, mi capita a volte di trovare un articolo, una foto, un video che vorrei mostrare a mio figlio non tanto perchè credo che potrebbe piacergli, ma perchè credo che possa fargli del bene. Di solito gli mando questi materiali via email: non so nemmeno se li apra, i link, ma non importa.

Poi ho letto il post “Una faccia, una razza” dello Scorfano e ho pensato che mio figlio è proprio uno di quelli, è nato nel 1997, conosce solo quella società e quel modo di starci. Magari è il migliore degli scenari possibili, non lo so, ma che sia l’unico di cui abbia esperienza questo mi sembra, francamente, il male.

Diego spesso fa domande sulla politica, su quello che succede, ma ha un modo ancora molto infantile di giudicarla. Lui chiede “Chi ha ragione?” oppure “E’ meglio se cade il governo oppure no?”. Non sono domande a cui si risponde con un sì o con un no, cosa che lui vorrebbe. Per di più le sue richieste toccano temi che anch’io non conosco abbastanza a fondo. La risposta più facile sarebbe: “Leggi un quotidiano, vai su altri siti oltre che su Facebook”. Certo. Ma lo sa anche da solo che ci sono i quotidiani ed i siti di informazione. Se non si rivolge a loro per trovare le sue risposte forse è perchè li percepisce lontani, o complessi.

Però quella curiosità io non la voglio spegnere, voglio almeno provare a dargli una risposta, possibilmente che non sia quella sgangherata che saprei dargli io, ma quella di gente che sa come si scrive, come si spiega, come si guarda ai fatti, come ci si fa un’opinione, come si impara a non ascoltare solo chi grida di più.

Insomma, l’idea è questa: incollare, in un apposito spazio, gli articoli, i video, le foto che vorrei che lui vedesse. Un po’ le cose che gli mando in email, solo che qui non dovrà inseguire nessun link, sarà più immediato e chissà, magari anche ad uso e consumo di altri.

L’unica richiesta che gli farò sarà di usare quell’indirizzo come hompage sul suo computer.

Non importa che poi non legga nulla di quello che metterò lì, che sarà solo un passaggio in più, velocissimo, per arrivare su facebook.

Va bene così.

Sono semi nel vento.

Sono convinta che prima o poi, alcuni, daranno frutto.

Magari solo uno.

Ne sarà valsa la pena

PS: se sei un adulto, hai letto fin qui e l’idea non ti sembra del tutto balzana, ti sarò grata se vorrai segnalarmi anche tu gli articoli che ti capita di leggere su altri siti e che credi possano essere utili per un adolescente. Devono essere possibilmente brevi e scritti in modo semplice. I temi possono essere i più disparati: la politica, il sociale, l’economia, la scienza, lo sport, la scuola, ecc…

Le segnalazioni possono essermi inviate via twitter (meglio se usando hashtag #seminelvento) o in email (franca punto berbenni chiocciola gmail.com). Grazie.

Alla mia pediatra

Gentile dottoressa,

è un giorno davvero difficile questo.

Lo so che forse avrebbe dovuto essere Diego a scriverle due righe per ringraziarla di come si è occupata di lui in questi anni. Ma Diego lo conosciamo: non è il tipo e io non lo forzerò.

Al di là di questo la devo ringraziare anch’io per un sacco di cose. Ho avuto la fortuna di avere un figlio forte e sano. Un bambino che, se mi guardo indietro, ha dato ben pochi problemi. Però il solo pensiero che per ogni dubbio io avrei potuto chiamarla ed avere una risposta chiara, essere tranquillizzata sulle scemenze ed accompagnata in quello che andava fatto nelle situazioni un po’ più serie, ecco, tutto questo ha reso questi 14 anni molto più semplici.

Una delle cose che mi disse quando venni da lei la prima volta, spaventata dalla mia incompetenza sui bambini di una settimana come quello che tenevo goffamente in braccio, la ricordo ancora oggi: “Si scelga una persona di cui si fida e segua solo quella”.

Era un consiglio molto strano dato da un medico e mi colpì molto.

Forse aveva già capito che avrei scelto lei, o forse sperava che scegliessi chiunque altro, non lo so.

Quel consiglio l’ho sempre seguito come fosse vangelo. Per tutto quanto riguardava la salute di Diego non c’erano mamme-nonne-amiche-giornali-enciclopedie-ragionamenti che contassero: si faceva quello che aveva detto la dott.ssa Corbella, fino all’ultima virgola.

Sono sicura che conti molto, questo, in quello che Diego è diventato. L’ha visto: è grande, forte, serio. Sì forse un po’ troppo serio, sulla sua socialità non siamo riusciti a seguire proprio tutte le sue virgole anche se ci siamo impegnati. Però è decisamente pronto a diventare un adulto.

Lei ne ha visti sicuramente tanti, diventare uomini. Trasformarsi da pannolini puzzolenti a visi pieni di brufoli e oltre. Chissà se ad un certo punto sembrano tutti dei miracoli: perché è quello che sembra a me, che ne ho visto solo uno. Un miracolo che ha richiesto del lavoro e dell’impegno, certo, ma che mi sarebbe sembrato molto più faticoso se non avessi saputo di poter contare su di lei. Non ci sarebbe stato questo miracolo, senza di lei. Non sarebbe stato così.

E adesso?

E’ davvero incomprensibile come proprio quando un ragazzo si affaccia ad un’età in cui riuscire ad essere presenti e utili è molto più difficile, i genitori vengano lasciati da soli. Non capisco come non ci possa essere una via di mezzo tra il mio medico di base che mi chiede solo quanti giorni di permesso mi deve prescrivere ed uno psicologo per adolescenti. Non per Diego, ma per me.

Forse è giusto che sia così, i genitori devono essere soli in modo che l’adolescente riesca a distruggerli più facilmente visto che, come ci ha detto, è da lì che deve passare per diventare adulto davvero. Questa potrebbe essere una spiegazione, anche se di scarso conforto.

In realtà volevo solo esprimerle la mia gratitudine per tutte le risposte che ci ha dato in questi 14 anni e anche per le volte che mi ha sgridata. E volevo in qualche modo anche dirle che ho un po’ paura nell’allontanarmi da un punto di riferimento così importante.

Ecco, forse mi sento un po’ come se fossi entrata io nell’adolescenza.

Ma magari questo a Diego non lo diciamo.

 

Grazie, davvero.

Una strana sensazione

Domenica pomeriggio.

Il tavolo della cucina è ingombro di libri di scuola, penne, quaderni aperti, dizionario.

Sto qui in un angolo a leggere un libro mentre Diego, nella sua felpa nera, affronta i compiti per domani.

Fino all’anno scorso nessuna domenica veniva lambita dalla scuola. Quest’anno le cose hanno preso una piega diversa.

Lo sento borbottare. Controlla una cosa su un libro, poi cerca un termine sul vocabolario, poi ripete a bassa voce una coniugazione, bisbiglia un “La so!”, scrive qualcosa sul quaderno e ritorna sul libro a cercare la frase successiva.

Mi ha chiesto se potevo restare lì con lui. Solo per compagnia.

Faccio finta di leggere, in realtà. Non posso che osservare lui, guardarlo muoversi sciolto e deciso tra tutta questa carta. E’ incredibile quanto possa essere bello un adolescente concentrato, mentre si muove tra memoria e logica.

Ad un certo punto ha un’esitazione. Lo vedo ripercorrere con gli occhi quaderno-libro-dizionario più volte. Qualcosa non gli torna.

Alza gli occhi una frazione di secondo dopo che io ho abbassato i miei sul mio libro-per-finta.

“Mamma scusa. Guarda un attimo questa frase di latino. Io l’avrei tradotta così ma non sono convinto”. Mi godo ancora per un istante quello sguardo adulto che sempre più spesso riesce a rivolgermi, poi guardo il suo quaderno.

Prima o poi doveva succedere.

Gli sorrido e gli rispondo: “Mi dispiace, non lo so”.

Lo sa che non ho mai studiato latino in vita mia ma la risposta sembra un po’ sorprenderlo.

L’avverte un po’ anche lui, come l’avverto io, questa strana sensazione.

E me lo dice.

Mi dice: “Che strano, mamma”, con un tono in cui c’è dentro tutto il suo stupore ed il germoglio di una nuova consapevolezza.

“Che strano” lo sente anche io, da qualche parte.

Mentre mi ripeto che va tutto più che bene, che è giusto così, che sta diventando grande e che sono fiera di lui anche per questo.

Finzioni

Sto leggendo Le ore (M. Cunningham) mentre vado e torno dal lavoro, mentre a casa, sotto le coperte, mi faccio tenere compagnia da Sette tipi di ambiguità (E.Perlman).

Nelle pagine che ho letto ieri sera a casa ed in quelle di stamattina in metropolitana c’è una scena molto simile: un uomo che scoppia a piangere. In entrambi i casi è un evento piuttosto inaspettato: l’uomo è stato, fino a quel momento, un personaggio dal carattere forte, risoluto, di successo, ammirato e anche un po’ invidiato. L’obiettivo doveva essere quello di sorprendere il lettore.

Ieri sera ho provato fastidio. Ho chiuso il libro e ho spento la luce. E’ stato abbastanza facile dirmi che ero stanca, che avrei dovuto svegliarmi presto l’indomani.

Ma questa mattina altre lacrime d’uomo adulto sono uscite da altre pagine, da un’altra storia.

Non ero ancora arrivata alla mia fermata e c’è stato tutto il tempo per ricordare quando è stato che ho smesso di stupirmi delle lacrime di un uomo.

Ma soprattutto quando è stato che ho smesso di crederci.

Sempre troppo tardi.