Allegra precarietà

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Grissini

Ho trovato questa ricetta semplice per dei grissini buonissimi.

Mai fatto grissini in casa, pensavo non fossero alla mia portata, come la pasta sfoglia o la sacher torte. E invece sono facilissimi e gli uomini di casa ne vanno pazzi.

Sciolgo 15g di lievito di birra in pochi cucchiai di acqua tiepida, dove aggiungo un cucchiaino di miele.

In un altro contenitore sciolgo 10g di sale in 260g di acqua tiepida ed aggiungo 50g di olio di oliva.

Sul tavolo faccio una “fontana” con 550g di farina bianca 00 ed aggiungo i due liquidi. Impasto bene finchè tutto si è amalgamato e l’impasto risulta sodo e morbido. Poi lo stendo in rettangolo lungo, lo spennello di olio e lo metto a lievitare per almeno un’oretta.

Trascorso il tempo necessario, senza impastare, taglio dal lato corto del rettangolo delle strisce di pasta larghe un paio di cm. Le taglio a metà e le tiro, semplicemente, fino a raggiungere la larghezza della teglia.
impasto

Se si vogliono più grossi si può evitare di tagliare la striscia a metà. Io li preferisco più sottili, così cuocendo si seccano e durano più a lungo.

Una volta in teglia potete aggiungere papavero, sesamo, origano, noci o olive tritate, quel che vi pare.
grissini
Vanno in forno a 200° e si cuociono in 12-15 minuti: anche qui, dipende un po’ dai gusti, quindi è meglio tenerli d’occhio.
grissini2
Questa è la mia produzione di oggi (lisci, papavero e noci) prima di sfornare l’ultima teglia, giusto per dare un’idea di quanti ne escono con queste dosi.
nutella
Un possibile utilizzo.

Funerale

Credo sia successo a tutti di immaginare il proprio funerale.

Magari con un sacco di gente, dentro e fuori la chiesa, i fiori, gli occhiali scuri, e le lacrime. Tante lacrime.

Io immagino sempre un gruppetto di persone che, dopo la cerimonia, si ferma a chiacchierare nel cortile della chiesa o fuori dal cancello del cimitero.

Sono persone che non si conoscono tra di loro. Anni fa ne immaginavo due o tre, man mano che il tempo passa se ne aggiunge sempre qualcuna ed ora il gruppo è abbastanza sostanzioso.

Mi fermo ad ascoltare le parole di queste che sono le persone a me più vicine, quelle con cui parlo più spesso, quelle che interrogate risponderebbero “Oh, certo, la conoscevo benissimo!”.

E la tengo lunga, questa fantasia, soffermandomi sui loro abiti, o sul loro racconto di come ci siamo conosciuti, sulla confidenza di piccoli aneddoti. La tengo lunga per godermi la scena finale, per ritardare il momento in cui assumono un’espressione imbarazzata perchè, dal racconto degli altri, a tutti viene il serissimo sospetto di trovarsi al funerale sbagliato.

E’ un pensiero che mi diverte per qualche secondo.

Poi, naturalmente, ne capisco il senso.

A quel punto scrollo le spalle e cerco del cioccolato.

Noia

Vorrei trovare il coraggio, almeno una volta, di discutere con i genitori di ragazzi indisciplinati, quelli che fanno dire ai professori ai consigli di classe: “Disturbano troppo, è faticoso fare lezione, fanno perdere la concentrazione ai compagni”.

Ho passato i tre anni di scuola media di mio figlio a portare pazienza. Il programma non si faceva, le interrogazioni erano impossibili per la troppa confusione in classe, le uscite di istruzione abolite perchè nessuno se la sentiva di portare in giro degli scapestrati. I genitori sorridevano (“non so che farci”), gli insegnanti allargavano le braccia (“abbiamo le mani legate”) e non mi bastava che mi rassicurassero sulla serietà e la maturità di mio figlio.

Sono stati tre anni che ho vissuto come un’ingiustizia, un’ingiustizia che mi sembrava di far subire a mio figlio senza riuscire a difenderlo. Perchè avrei potuto sicuramente essere più combattiva, più arrabbiata, fare tutte quelle cose e dire tutte quelle parole di chi si sa imporre, di chi sa far valere le proprie ragioni.

Ho portato pazienza. Confortata da chi mi diceva: “Tranquilla, è comunque una palestra, poi i ragazzi crescono e al liceo, vedrai, le cose cambieranno”.

E’ vero.

Questi tre anni hanno insegnato molto a mio figlio e al liceo quest’anno le cose sono decisamente cambiate.

Ma ieri mi è ribollito il sangue quando la madre di un compagno di classe, con una punta di orgoglio, ha detto a me e ad un gruppo di altri genitori: “Mio figlio è uno di quelli di cui i professori si lamentano per il disturbo. Ma è ora che la finiscano perchè io sono stufa: ho passato i tre anni delle medie a sentire la solita solfa, che lui disturba. E’ un ragazzo intelligente e quando si annoia disturba, è normale. I professori hanno gli strumenti per castigarlo: che li usino, invece di lamentarsi”.

Ho sorriso educatamente, mentre avrei voluto mettermi a piangere, mentre avrei dovuto risponderle inferocita.

Che sono io che sono stufa di rispettare la vivacità degli altri, di aspettare che crescano o che qualcuno la controlli.

Che se fossi un’insegnante non mi piacerebbe proprio per niente farmi rovinare la giornata da uno che ha bisogno che io mi incattivisca e lo castighi per comportarsi civilmente e per permettermi di fare il mio lavoro.

Che mi aspetto che le basi della buona educazione vengano insegnate in famiglia e che sulla base di quella la scuola possa dare a mio figlio tutto quello per cui ce lo mando. Che tanto per cambiare potremmo provare a considerare la buona educazione come punto di partenza della scuola, non il suo obiettivo.

Che la noia la proviamo tutti ogni tanto, non solo il suo intelligentissimo figlio, e che forse quelli che nei loro momenti di noia hanno imparato a non farla pesare agli altri, a sopportare un po’ o a trovarsi, in tranquillità, qualcosa per farsela passare non sono tutti dei cerebrolesi.

Ma soprattutto avrei dovuto dirle che sono stufa di dimostrare a mio figlio che chi si comporta correttamente deve subire un danno e sopportare, mentre chi è indisciplinato viene compreso e giustificato.

La devo smettere, di portare pazienza.

La devo proprio smettere.