Francamente

Mese: febbraio, 2012

Maledizioni

Racconta la leggenda che la donna iniziasse ogni suo giorno con una maledizione verso il cielo, perché la costringeva ad aprire gli occhi ogni mattina, mentre la sera lei pregava affinché le fosse risparmiata la prigionia di un giorno ancora.
Ma ogni mattina il cielo le mostrava, mentre lei aspettava l’autobus, che aveva altro a cui pensare, qualcosa di molto più importante di un paio d’occhi aperti o di un respiro regolare.
maledizioni
Gli artisti non hanno interesse per le questioni pratiche. Loro devono lasciarti a bocca aperta.
E così, dopo la quotidiana maledizione, la donna non riusciva a nascondere un sorriso: quel cielo a cui lei chiedeva di chiuderle gli occhi, ogni giorno glieli apriva di più per farci stare una nuova meraviglia.
La donna smise così di maledirlo (se sorridi le maledizioni non ti vengono benissimo) ma il cielo non smise di salutarla con quei colori, al mattino, mentre lei aspettava l’autobus, per ricordarle che il tempo si può sempre impiegare in un modo migliore.

Cose che non butto più via: gli albumi

Credo di averne buttati giù per il lavandino a decine. Anche perchè vado matta per la pasta frolla e, se fai la pasta frolla, gli albumi ti avanzano sempre.

So benissimo che ci sono un sacco di ricette per utilizzare gli albumi. Ma sono tutte troppo complicate per i miei gusti. O troppo lunghe. E dopo aver preparato una crostata l’ultimo dei miei pensieri è inzaccherare me e la cucina di albumi e zucchero per fare le meringhe…

Ma ora ho la soluzione. E da quando l’ho trovato non ho più buttato via un solo albume: ormai è più di un anno quindi posso affermare che il sistema funziona.

La soluzione si chiama: cocco disidratato. Si trova facilmente al supermercato, è in buste, già pronto e si conserva a lungo.

Ogni volta che mi avanza un albume lo metto in una ciotola, aggiungo 70 g di cocco e 60 g di zucchero, mescolo velocemente con una mano (sì, si sporca solo la ciotola) e, con la setssa mano già impastricciata, faccio dei mucchietti di questo composto umido sulla placca del forno ricoperta dalla santa carta forno. Tempo totale dell’operazione: 5 minuti. In forno ci staranno altri 10 minuti a 180°, quando toglierete la crostata che nel frattempo sta cuocendo.

Il risultato è più o meno questo:

Dolcetti

Qua li apprezzano molto. Quasi più della crostata.

Miscugli

Ci sono miscugli stabili. Contengono di tutto, al loro interno: legami, contrasti, il freddo e il caldo, il bello e il brutto. Ma sono stabili.

Stanno lì, immobili. Tu li guardi e non succede niente.

E allora tu pensi: “Bene!”. Perchè è una buona cosa che tutto quel miscuglio se ne stia tranquillo.

Il problema è che lui, il miscuglio, proprio perchè miscuglio, non è affatto tranquillo.

Sta aspettando che tu inizi a fidarti della sua immobilità.

Poi prenderà a prestito un minuscolo, innocuo atomo da una molecola di passaggio.

Ed esploderà.

Fisso

Io, il posto fisso, ce l’ho.

Sono tra i fortunati ma l’argomento mi interessa molto perchè ho un figlio che dovrà, tra qualche anno, cercarsi un posto di lavoro.

Ascolto quindi chi ha già una solida posizione accusare i giovani di non essere abbastanza determinati e di essere invece troppo viziati.

Ascolto anche chi, più o meno giovane, non riesce ad uscire da quel meccanismo che da un lato ti chiede flessibilità ma che poi ti dà rigidità; che ti chiede di staccarti dalla famiglia ma non ti consente di ottenere i mezzi per farlo.

Faccio lo stesso lavoro da circa dieci anni e, probabilmente, sarà questo il lavoro che mi accompagnerà fino alla pensione. Il posto fisso è una sicurezza, indubbiamente, per me e per la mia famiglia: si possono fare scelte anche a lungo termine senza grosse ansie.

Ma non è solo questo il punto.

Il mio è un lavoro tutto sommato semplice se paragonato a tanti altri. Eppure ricordo molto bene che prima che io riuscissi a capire esattamente dove mi trovavo, a cosa serviva il mio lavoro e quali conseguenze aveva, ho impiegato un paio di anni. Un paio d’anni per avere il pieno controllo del mio lavoro. Ora, dopo dieci anni, credo di essere brava. Lo dico meglio: ora credo di essere professionale. Professionale non nel senso della serietà e dell’impegno, quelli li ho sempre messi, ce li mettiamo tutti. Professionale nel senso che conosco talmente bene il mio lavoro,  che ho accumulato esperienza e memoria storica al punto che sono in grado di prevedere storture o di intervenire efficacemente nel momento in cui qualcosa non va come dovrebbe. Con la mia preparazione teorica ed il mio impegno non avrei potuto farlo dieci anni fa. E probabilmente neanche cinque anni fa.

Quindi da un lato sono preoccupata perchè mio figlio faticherà a trovare un lavoro che lo appaghi, lo ripaghi e che gli permetta di comprasi una casa per conto suo, di farsi una famiglia e tutto il resto.

Dall’altro, se questo è lo scenario verso cui ci stiamo dirigendo, mi preoccupa forse di più il fatto che la professionalità conterà sempre meno. Persone davvero brave nel proprio lavoro saranno sempre di meno, e non per mancanza di buona volontà, ma perchè verrà negata loro la possibilità di diventarlo.

La maggiore gratificazione che ho oggi, nel mio lavoro, è proprio la sensazione di saper fare bene quello per cui mi pagano. La capacità di risolvere, grazie anche alla mia esperienza, i problemi che sorgono man mano.

Sono molto fortunata, l’ho detto all’inizio. E il mio è un figlio unico. Credo che sarò in grado di aiutarlo economicamente, nonostante il suo lavoro precario, a formarsi una famiglia e a comprarsi una casa. Ma la soddisfazione di sapere svolgere bene un lavoro perchè lo si è svolto a lungo, quella no, quella non potrò mai dargliela e lui probabilmente non potrà averla in nessun altro modo.

Mi sembra quasi più triste di non riuscire ad ottenere un mutuo.

Pensilina d’autobus

Foto

con studente brontolone e indifferente alla meraviglia che ha intorno.

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