Cicli

di francaberbenni

Una delle cose più difficili dell’essere genitore è che nel giro di un paio di decenni devi essere in grado di trasformarti in un sacco di cose diverse. Mentre un adulto senza figli può cercare un equilibrio e, una volta trovato, adagiarsi preoccupandosi solo di perfezionarlo qui e là con i propri modi ed i propri tempi, un genitore con un minimo di responsabilità è costretto a reinventarsi ogni qualche anno.

All’inizio siamo tricicli: bassi, colorati, solidi, senza spigoli, protettivi. I nostri figli si divertono e noi ci prendiamo cura di loro.

Loro crescono e noi diventiamo biciclette con le rotelle, e poi senza, prima malferme poi sempre più sicure mentre impariamo a convivere con quell’essere che è sempre più consapevole di sè e che vuole a tutti i costi decidere la direzione.

Poi arriva l’adolescenza. Siamo ancora lì che rimpiangiamo un po’ il nostro passato da triciclo lento e tranquillo e tuo figlio ti scaraventa a tutta velocità giù per rampe ripidissime, oppure ti fa sputare sangue in salita, aspettandosi che tu lo assecondi, lo segua, lo sostenga. Nella maggior parte dei casi ce la fai. Si impara anche a bestemmiare ma si accompagna il pazzo brufoloso ovunque vada pur di non perdere il contatto.

Credi che ormai non possa chiederti niente di più: gli hai dimostrato che sei un’ottima, solida, affidabile bicicletta. Stai anche quasi imparando a divertirti a quella velocità, su quei terreni.

Ma lui, a quel punto, in quel preciso istante, inizierà a desiderare un’auto. Quanto può diventare antipatica una bicicletta quando si inizia a desiderare un’auto? Ve lo dico io: di più. Tu non vai più bene, sei vecchio: l’auto è veloce, è più sicura, è meno faticosa, ha un sacco di optionals. Sì, costa un po’, ma tu genitore-bicicletta arrivi anche ad aiutarlo e sostenerlo nella scelta pur sapendo che sarà proprio un’auto a portartelo via, lontano.

Tornerà. Sì, tornerà anche dopo. Ma quasi mai per le cose importanti, quelle continuerà a farle con l’auto. Tornerà per una gita, quando c’è bel tempo. Tu ti sei evoluto da triciclo a mountain bike e finisci appoggiato al muro di una vecchia casa ad aspettare che lui abbia di nuovo voglia di una pedalata.

Non sei genitore se non sei passato indenne attraverso tutte queste fasi. Magari sei stato un ottimo triciclo ma una traballante bicicletta a rotelle. Forse sei stato capace di fare evoluzioni come bmx ma sei una bici da corsa troppo grande, o troppo piccola o, peggio ancora, senza cambio (se non hai il cambio a 16 rapporti con un adolescente sei fottuto, fot-tu-to). E’ svolgere tutti i ruoli al meglio nei 20 anni che è dura.

I ragazzi hanno la biologia dalla loro mentre noi dobbiamo lottare contro la nostra che ci vorrebbe adulti stabili, formati, immutabili, pigri. Noi siamo quelli che hanno permesso loro di sopravvivere quando non erano in grado neanche di avvicinare il cibo alla bocca, quelli che hanno imparato a memoria i nomi degli antibiotici, che si sono sottoposti alla tortura di pomeriggi interi a guardare con loro i teletubbies (pretendo un’indennità teletubbies, io), che sono stati costretti a socializzare con gli altri genitori fuori dalla scuola quando non ne sopportavamo nemmeno uno, che hanno messo la propria casa a disposizione per feste di compleanno di cui si ricorderà solo la parola “appiccicaticcio”.

La natura vuole che i ragazzi non abbiano quasi memoria di tutto quello che noi conserviamo tra i ricordi più preziosi. E’ crudele e necessario.

Sono stata un triciclo scalcagnato, una bicicletta a rotelle quasi assente, una bicicletta anonima e spesso sgonfia. Ma come mountain bike mi sembra di funzionare bene, è un ruolo che mi piace, che mi realizza, che mi fa stare bene.

Sono la madre di un adolescente e, anche se fingo di lamentarmene, sono felice di esserlo. Vorrei che questa fase durasse per sempre: salite e discese, capitomboli, io e lui affannati, sudati, curiosi, arrabbiati, entusiasti.

Eppure lo vedo che ogni tanto lancia un’occhiata a un’auto, che chiede notizie su motori e stili di guida.

Io non posso che tenere le ruote gonfie, la catena oliata, il telaio brillante e pregare che pedali ancora per un po’.

 

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