Deciso.

In fondo sei sempre stato così: silenzioso. Per te le parole hanno l’unica funzione di comunicare informazioni essenziali, per tutto il resto non vale la pena sprecarne. Praticamente impossibile riuscire a capire chi sei, che sensazioni provi, quali preoccupazioni ti assillano e quali sogni ti tentano.

Tutto circola dentro di te, protetto da un fuori impassibile. Fino a quando ritieni giunto il momento di comunicare il distillato dei tuoi ragionamenti: di solito è qualcosa che ci sposta di colpo tutti i punti di riferimento e che ci costringe ad una corsa affannata per adattarci ad un universo improvvisamente mutato.

Era già successo all’inizio della terza media. Da diversi mesi cercavamo di capire con te quale potesse essere l’indirizzo di scuola superiore più adatto. Andavi bene in tutte le materie, ufficialmente non te ne piaceva nessuna e nessuna sembrava esserti più congeniale di altre. Inoltre non esprimevi il minimo accenno ad un sogno o ad una aspirazione che riguardasse la tua vita da adulto. Cominciavo a preoccuparmi di dover scegliere quasi a caso il binario su cui lanciarti quando un sabato mattina di novembre, a colazione, mi hai detto: “Mamma, ho deciso. Da grande voglio fare il telemetrista. Quindi devo fare ingegneria meccanica. Quindi devo fare il liceo scientifico. Quello tradizionale, con il latino, così è più difficile ed è più probabile che in classe non abbia tutti quei casinisti che ho adesso alle medie”. Hai continuato a bere il tuo latte come se avessi appena fatto una banale considerazione sulla nebbia che c’era fuori.

Io mi sono seduta. Felice ed orgogliosa della tua scelta, certo, della tua determinazione, dei tuoi obiettivi, del tuo inattaccabile rigore logico. Ma disorientata nel rendermi conto che tu eri già giunto a destinazione quando io ero, e ti credevo, ancora alle prese con i bivi lungo il percorso.

E’ questo a stupirmi ogni volta: il vederti emergere in luoghi che non riesco mai a prevedere.

E ora l’hai fatto di nuovo.

I tuoi mal di stomaco delle ultime settimane avrebbero dovuto dirmi che c’era qualcosa che ti angustiava, ma credevo fosse un po’ dell’ansia che ti aveva dato del filo da torcere anche l’anno scorso. E invece era ben altro.

Qualche giorno fa, a tavola, ci hai comunicato la tua decisione di voler fare l’esperienza di una vacanza studio e di un anno di studio all’estero. Entrambi negli USA. Tu che non esci di casa neanche la domenica pomeriggio.

Mi accusi sempre di andare di corsa, di essere di fretta, di avere sempre troppe cose da fare ma ti assicuro che come riesci a farmi sedere tu, nessuno mai.

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Cicatrici.

Avevi l’età che ho io adesso.

E’ un conto che ho fatto spesso nel tentativo di calcolare quanto potessi averti ferita. Ogni volta speravo di confermare quello che si crede da giovani e cioè che i grandi sono invulnerabili, pieni di difese e soluzioni. Ma il risultato di quel calcolo è sempre stato: tantissimo.

Avevi la mia età ed eri stata via per qualche giorno a dare una mano ai tuoi genitori anziani e lontani. Al ritorno ti eri scontrata con lo sciopero dei treni che aveva reso il tuo viaggio un piccolo incubo, in un’epoca senza cellulari e senza internet.

Io ti stavo aspettando, quella sera, per una cosa difficile da dire e soprattutto da fare. Aspettavo te perchè eri la parte più facile. Aspettavo te perchè sono vigliacca.

Le fotografie di quell’istante non si sono mai sbiadite:

tu che sali da quella scala

tu che mi sorridi appena mi vedi

tu che accenni ad iniziare il racconto di quella giornata

io che ti interrompo quasi subito con poche parole

io che ti uccido il sorriso

io che ti lascio lì, su quella scala, con un foglio di carta in mano.

Ti ho presa da sola e in un momento di stanchezza.

Non avevo scelta, è il mio unico alibi.

Ti sei trovata in mezzo ad una guerra che ancora oggi preferisco credere non fosse la tua.

Non potevo averti come complice: ho dovuto considerarti un nemico o almeno la sua parte più debole, l’unica mia possibilità.

Ho dimostrato negli anni, soprattutto a me stessa, la ragione che avevo nelle scelte di quei giorni. Eppure torno spesso a quell’istante, a quando su quella scala ti dissi che me ne andavo.

Sono stata forte, sono stata incosciente, sono stata crudele.

Oggi ho l’età che avevi tu allora ed ogni volta che ti vedo salire quella scala io ricordo che lì, tanto tempo fa, per essere io ho distrutto un po’ te.