Francamente

Mese: luglio, 2013

Battaglie

aleQuando dietro le lunghe ciglia ti spunta quello sguardo guerriero, lo sguardo dell’uomo che sarai, capisco che la battaglia questa volta la vinci tu. E’ allora che raddrizzo la schiena, mi rilasso sulla sedia e mi preparo a godermi lo spettacolo: il mio compito è finito.

Non mi deludi. Il tuo quaderno si riempie di numeri e segni, come soldati a cui tu ora sai esattamente quale ruolo assegnare. Alcuni li racchiudi tra due parentesi, altri li metti in  agguato sotto una linea di frazione. Uno è appostato sotto una radice, alcuni li rafforzi con un esponente. Il grosso della truppa schierato in ordine perfetto tra le quattro operazioni.

Mesi interi, tra cui uno estivo, in guerra per strappare brandelli della tua mente ad un mostro a tre teste che non  ci ha dato tregua: dislessia, disortografia e discalculia in forma grave. Un mostro che ti impedisce di associare le parole “rettangolo” e “triangolo” alle rispettive figure e che ti fa credere che un “triangolo rettangolo” sia più che altro un dispetto. Un mostro che ti fa rotolare addosso macigni che ogni volta sembrano più grossi: le frazioni, le espressioni, le figure piane, le parole in inglese, i riassunti e le schede di lettura. Non ci siamo dati mai per vinti: tu hai rinunciato a tutto quello a cui potevi rinunciare per sottoporti quotidianamente ai miei colpi, allo strazio di parole incomprensibili, di segni che ti sembravano messi lì su una pagina solo per confonderti. Io ho imparato ad usare i colori nonostante abbia sempre pensato in bianco e nero; ho imparato a parlare per frasi brevi, ho eliminato le incidentali, gli elenchi; ho disegnato, colorato, spiegato in mille modi diversi le stesse identiche cose per settimane.

E quando stavo per arrendermi (io, perchè a te l’idea non si è mai nemmeno affacciata) ti prendi il pomeriggio rovente di una fine di luglio e mi mostri quel che sai fare. Le figure geometriche sul tuo libro sembrano prendere vita, ne colori i lati conosciuti, applichi il teorema di Pitagora con una sicurezza che ti mancava da un po’. Nessuna esitazione, nessun tentativo buttato lì alla speraindio, nessuna paura di fronte ad un lato che è i 3/7 dell’altro, una impercettibile contrazione delle labbra prima di togliere questo a quello, dividerlo per due e trovare il segmento che ti serve. Sposti battaglioni di numeri con l’aria di uno stratega navigato, calcoli un po’ con la calcolatrice e un po’ a mente per fare prima (a mente! per fare prima!!!), questo di qua che ti serve dopo, quello invece lo usi subito. Sto zitta, quasi non respiro per non disturbare il percorso dei tuoi pensieri.
Il mostro dorme, o forse l’hai legato da qualche parte, e intanto fai una strage.

Non alzi mai gli occhi, non mi guardi, e questa è la mia grande vittoria: oggi non hai bisogno di me ed io non sono mai stata così felice di sentirmi inutile.

Immagino Pitagora che ti osserva e, ancora un po’ incredulo, annuisce soddisfatto.
Domani sceglierò con te il prossimo obiettivo e ci butteremo ancora sul campo di battaglia con uno scalpo in più attaccato alla cintura.
Per questa sera però basta così: mando un sms a tua madre per raccontarle l’impresa che è anche un po’ sua e mi preparo per uscire a correre nell’afa della campagna milanese per smaltire un po’ di adrenalina che tutta dentro non mi ci sta.

Sei un Grande, Alessandro.

Cartoline

“Ricordati le cartoline per i nonni!”

Se ne è ricordato, solo che non le ha spedite. Dice che non le spedisce più nessuno. “Ok, ma i nonni ci tengono!”. A quel punto mi ha spiazzato con una riflessione che mi ha spalancato davanti il noto baratro generazionale: “Ma scusa, non vale di più se gliela porto di persona?”

Il ragazzino si è quindi comprato una decina di cartoline che andrà consegnando personalmente a chi chi aveva espresso il desiderio di riceverne una. Non so se fermarlo o lasciare che faccia la sua figura barbina.

Anche perchè non è semplice spiegare ad un nativo digitale che ricevere una cartolina per posta è un’emozione che viene completamente appiattita da una consegna a mano. Non è l’immagine sulla cartolina ad essere importante: ne abbiamo ricevute tutti di atroci, eppure conservate tra i ricordi migliori. E non è il saluto, che quello sì è meglio farlo di persona.

La cartolina aveva il sapore di un gesto di attenzione, fatto da chi era in vacanza, magari lontano, e ti pensava. Il valore stava nel tempo speso a cercare la cartolina, il francobollo, la buca delle lettere. E poi bisognava conoscere l’indirizzo di casa, che contava un po’ di più di avere il contatto su facebook.

Ma credo che l’aspetto migliore di una cartolina fosse che ti arrivava quasi sempre inaspettata, un cartoncino colorato in mezzo alla posta, la scrittura che cercavi di riconoscere prima di leggere la firma, il mittente che scoprivi solo dopo aver letto il messaggio, la curiosità per il francobollo soprattutto se arrivava da lontano. Non c’era l’immediatezza delle immagini e delle parole dei social network: quello che si scriveva su una cartolina poteva prendersi tutto il tempo che voleva per arrivare. Non era mai niente di urgente, niente di grave. Erano immagini e parole che viaggiavano nello spazio e nel tempo, con un nome e un indirizzo scritti da una mano amica

La cartolina ti strappava sempre un sorriso, anche nelle giornate peggiori. Riceverne tante significava essere amati. Si collezionavano, si chiudevano nelle scatole, si attaccavano agli specchi, si usavano come segnalibri, si conservavano nel diario di scuola. Dopo qualche tempo si buttavano. A volte qualcuna la ritrovavi dopo anni in una borsa o in un cassetto ed ancora quel sorriso ti rispuntava.

C’era un tempo in cui ricevevo molte cartoline e anche qualche lettera. Ora un po’ mi mancano. E mi spiace che la nuova generazione non sappia già più nulla di loro.

Se l’idea non ti sembra indecente mi piacerebbe ricevere una cartolina da te: dalle vacanze, se ci andrai, o dalla tua città. Scrivimi una e-mail chiedendomi l’indirizzo e mandami il tuo: ricambierò volentieri la cortesia.

L’adolescente probabilmente non capirà il mio entusiasmo quando la riceverò: non mi farà mancare una battuta sprezzante e una smorfia di commiserazione.

Ma a me sicuramente raddrizzerai una giornata.

2013-07-17 08.50.50

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