Colazione al bar.

Stamattina sei uno splendore, anni spariti nel volgere di una notte, insieme a tensioni, nervosismi e, sarei pronta a giurare, anche qualche brufoletto. Ti muovi agile dal banco del bar al nostro tavolino dove depositi la mia spremuta ed il tuo cappuccino. Convenzione vorrebbe che io ti chiedessi “Com’è andata?” ma guardati, ogni centimetro di te fischietta che è andata benissimo.

Mi guardi con gli occhioni  da sotto in su e scuoti la testa sorridendo. Perchè lo sai che cosa sto pensando.

Mi appoggio allo schienale della sedia mentre ripenso a tutti i discorsi fatti fino a ieri, la tua decisione di non vederlo più, la tua rabbia per il modo in cui quell’uomo si affaccia di tanto in tanto nella tua vita, il tuo non riuscire a dirgli “mai più”, questa storia clandestina che dura da dieci anni. Hai passato giorni a raccontarmi per filo e per segno che tu non sei così, che è un ruolo che non vuoi e che poi ormai sei vecchia per queste cose.

Chissà perchè hai scelto me come unica confidente di questo aspetto della tua vita, io che non posso darti nessun consiglio, che non ho niente di analogo su cui offrirti un confronto. Sospetto ti diverta la mia espressione stupita e imbarazzata allo stesso tempo.

Invidio la luce negli occhi che hai adesso e quel modo di muoverti che afferma la tua indipendenza da qualunque giudizio. Stamattina te ne freghi di essere una che ha passato la serata con un uomo sposato, esattamente come te ne freghi dei grassi idrogenati nella seconda brioche al cioccolato che ti stai divorando.

E lo so che dovrei fare la voce della tua coscienza e dirti che è sbagliato, che non puoi ricadere in questo vortice, che anche biologicamente non hanno più molto senso queste fughe con l’impianto di bugie a sostenerle, senza parlare del picco glicemico che ti devasterà tra mezz’ora.Ti dovrei ricordare come ti sentivi frustrata fino a ieri pomeriggio quando speravi che lui ti avvertisse all’ultimo di un impedimento. Ma stamattina tra un principio e la felicità, rarissima, di una persona a cui voglio bene non riesco a scegliere il primo. Tutto il mio bigottismo non basta, nemmeno lui, a dirti che sono dieci anni che fai la scelta sbagliata.

Ci alziamo e ci avviamo verso le nostre rispettive giornate, mentre dentro di me quello che è giusto e quello che non lo è si mescolano sui confini, prendendo un po’ il colore profondo dei tuoi occhi e la forma di quel tuo sorriso che, sono sicura, è la causa principale dello spicchio di sole che ci accoglie all’uscita del bar.

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