Caserta

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Ci sono luoghi che sono rivelazioni. E rivelazioni che si fanno luoghi.

Caserta potrebbe restarmi nella memoria per la Reggia, per la gara, per la salita che non finiva mai, per il mio primo trofeo sportivo (preso più per fortuna che per merito, lo confesso), per le chiacchiere con chi corre davvero ed ha avuto la pazienza di spiegarmi come ci si allena, per il sole, per la sete e per le sfogliatelle.

Questo è quello che ho raccontato a chi mi ha chiesto com’è andata a Caserta.

Dentro di me, però, tutto quello serve a coprire un’epifania fastidiosa.

 

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Il verde, la Reggia là in fondo, il traguardo in vista: Caserta qui si è presa gioco di me e non è stata una sensazione piacevole.
Caserta mi ha sbattuto in faccia tutta la mia presunzione, ha preso quelli che credevo i miei punti di forza e mi ha dimostrato che non lo sono affatto.
Dovevo fare tutta quella strada, di cui l’ultimo tratto in salita e di corsa, per farmi sbattere in faccia che sono una gelatina che finge di essere roccia.

L’ho odiata, Caserta, intorno alle 10.00 di mattina, su quei pochi metri di cemento. Ma in fondo non era colpa sua se quel sole, quel giorno, aveva deciso di mostrare proprio lì quel che di solito restava nascosto.

Sono trascorsi alcuni giorni: la rabbia è passata ma la delusione brucia ancora e l’insicurezza rosicchia vecchie certezze mentre cerco velocemente di costruirne altre.

Ci sono luoghi che ti colpiscono per la loro bellezza.
Altri che ti colpiscono e basta.
Forse sono i secondi che bisogna tornare a ringraziare.