Francamente

Mese: ottobre, 2014

Diciassette

I tuoi diciasette anni li hai iniziati in braccio a me.

Appena hai capito come coordinarti in maniera utile hai gattonato in modo molto buffo fino a sollevarti traballante sulle tue gambe.
Hai camminato incerto nel tentivo di raggiungermi, inciampando e cadendo più volte, mentre io mi spostavo sempre un po’ più in là.
Hai infilato la tua manina nella mia e ti sei lasciato guidare, imparando a superare gli ostacoli e a combattere la stanchezza,
a fermarti sul bordo della strada prima di attraversare o davanti ad un semaforo rosso,
a correre per il ritardo o per il gusto di farlo,
mentre sulle tue spalle sempre più alte passavano veloci t-shirts, felpe, cappucci e zaini.
Poi la tua mano è uscita dalla mia ed il tuo passo, prima solo diverso, è diventato decisamente più veloce del mio.

Siamo qui, adesso.

Il mio corpo non ti può più guidare, sostenere o proteggere.
I miei piedi non calpestano più la strada prima dei tuoi passi.
Restano la mia voce ed il mio sguardo che ogni tanto ti volti ancora a cercare:
ma è giusta questa salita, tutta questa fatica? (sì!)
mi posso fermare? (no!)

Ti guardo da dietro e mi sembri un miracolo ancora più grande di quando ti hanno appoggiato per la prima volta sul mio petto.
Sei grande, sano e forte.
Hai una forza di carattere che già ti invidio, lo sguardo serio rivolto al futuro.
Qualche insicurezza da colmare, qualche ingenuità da limare
e tutti gli strumenti per farlo.

Là in fondo vedo la svolta e la luce che arriva dal tuo domani.
E’ vicinissima e lo so bene che lì mi dovrò fermare.
Ma ancora no, voglio arrivare in cima,
nonostante il fiatone e le gambe a pezzi.

Non vedo l’ora di godermelo quel cielo.

Mentre lo conquisterai con il tuo volo.

Continua così che stai andando benissimo.

Buon compleanno, Diego.

 

Diciassette

Brooke e Rocco

Brooke Christensen è una donna che vive a New York ed è vicina di casa di uno che l’ebola l’ha contratta davvero.  Qualcuno è andato a chiederle se non fosse preoccupata. E lei ha risposto tranquillamente: “No, non ho scambiato fluidi con i miei vicini“.

Rocco Parascandola è il giornalista del Daily News che ha raccolto la sua dichiarazione e ha pensato fosse importante pubblicarla.

Una notizia lieve che forse non ha avuto il volume che meritava.

Perchè, soprattutto da noi, i mezzi di comunicazione ritengono più importante informarci sulle mamme che  non mandano all’asilo i propri figli perchè in classe è appena rientrata una compagna dall’Uganda, un Paese che conta meno casi di ebola degli Stati Uniti . O su sindaci che chiedono certificati medici a chiunque provenga dall’Africa.

Però Brooke e Rocco mi sembrano esempi migliori e fatico a comprendere per quale motivo risultino meno interessanti.

 

 

 

Pensiero dietro la porta del bagno.

Mdavidi avevano detto che i figli, ad un certo punto, sviluppano un senso del pudore per cui, se fino al giorno prima la tua e la loro nudità non era fonte di alcun imbarazzo, improvvisamente si chiudono a chiave in bagno anche solo per lavarsi le mani.

Balle.

La verità è che con l’adolescenza il corpo dei figli raggiunge uno splendore tale che tu, genitore anche piuttosto giovane sull’età media dei genitori di adolescenti, ti senti improvvisamente vecchio e soprattutto appassito. Non reggi il confronto con quelle gambe lunghe, con quei muscoli tonici, con quella pelle liscia, con quei capelli morbidi, con quella elasticità nei movimenti.

Ne sei orgoglioso, certo.

Ma intanto chiudi a chiave la porta del bagno anche solo per passarti la crema antirughe.

Di sogni, follie, pigrizie e scelte.

Qualcuno l’ha capito al volo appena ho accennato al fatto che stavo per prendere una decisione che mi avrebbe tenuta occupata per almeno tre anni

Qualcuno aveva anche capito che avevo già deciso. Ed era vero. Quando ho scritto quelle due righe su Facebook era venerdì pomeriggio ed ero sicura che lunedì, oggi, avrei inserito la mia domanda di ammissione alla laurea magistrale.

Ho sempre vissuto come un’ingiustizia il fatto che la mia vita mi avesse portata a non avere una laurea. La triennale l’ho conseguita per questo motivo, da adulta, con mio figlio che all’epoca aveva nove anni ad assistere alla discussione della mia tesi. Ma da qualche tempo meditavo di completare il giro con i due anni di laurea magistrale ed avere così una laurea “vera”.

Ci ho pensato per mesi. Poi, più  o meno quest’estate, l’idea si è fatta più concreta. Ho iniziato a cercare il corso di laurea più adatto a me, a verificare i requisiti di accesso, a dare un occhio ai programmi. Mi sono spinta oltre: ho procurato i libri dei primi due esami.

Durante il fine settimana ho iniziato a studiare, per prova.
E mi sono schiantata.

Ho capito che per una cosa così impegnativa non sono abbastanza motivata. Quell’orgoglio personale non è sufficiente a farmi rinunciare ai miei già piccoli momenti di relax. Lo studio è faticoso, molto più di quanto lo fosse qualche anno fa, ed  io non riesco più ad affrontarlo in modo sereno. Non in una vita in cui gli impegni e le attività da portare avanti sono già tanti. E tre anni sono troppi. Sarebbero tre anni in cui vivrei ogni attività extra studio con un senso di colpa spaventoso. Tre anni in cui mi richiuderei ancora di più su di me, sui miei doveri, sulla fatica, sull’impegno.

Se guardo con un po’ di onestà alla mia vita mi rendo conto che non è questo ciò di cui ho bisogno.

Forse è pigrizia. Forse è paura davanti alla fatica. Forse è solo una scusa.

Forse ho capito che la devo smettere di misurare il mio valore solo sulla fatica che faccio.

Forse rimpiangerò tantissimo questa scelta. Ma se dovesse succedere vorrei tornare qui, su queste righe, e ricordarmi il sorriso con cui le ho scritte. Mentre già stavo pensando al romanzo che avrei continuato a leggere sull’autobus, all’energia che avrei messo nella conversazione per stanare mio figlio dai suoi silenzi, alle strategie che mi sarei inventata per aiutare in modo più efficace i ragazzini che seguo nei compiti di scuola, alla preparazione della presentazione del prossimo libro, al sudore della mia prossima corsa.

Lo so, sembra una scelta da deboli, di chi preferisce la soddisfazione nell’immediato piuttosto che impegnarsi per qualcosa di più sostanzioso nel futuro.
Ma non credo che quella laurea potrebbe davvero migliorare la mia vita più di una carezza all’orgoglio: i suoi costi, economici e non, non verrebbero mai ripagati.

Il corso di laurea che avevo scelta era Teorie e tecniche della comunicazione.

Credo di avere più bisogno della pratica.

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