Francamente

Mese: dicembre, 2014

I libri che più ho amato nel 2014

Dei libri che ho letto nel 2014 (nessuno dei quali uscito nel 2014) questi sono quelli che, parlandone, mi farebbero brillare gli occhi, cercare una sedia e iniziare a raccontarli.

– La gente e le sue storie
Verderame (Michele Mari)
Estate 1969. Un ragazzino in vacanza in campagna dai nonni, dalle parti del Lago Maggiore, fa amicizia con l’eccentrico fattore che sta perdendo la memoria.

Acciaio (Silvia Avallone)
Ancora un’estate, 2001 questa volta. Un quartiere operaio di Piombino. Due amiche si affacciano all’adolescenza e alla vita.

– Storia, quella vera
Ultime lettere da Stalingrado
Dicembre 1942. Stalingrado. Ai soldati tedeschi, ormai prossimi alla morte, viene chiesto di scrivere. Le lettere non verranno mai recapitate.

Q (Luther Blissett)
1517. Lutero affigge le sue tesi alla porta della chiesa di Wittemberg. E’ l’inizio della riforma protestante, che scatenerà le ribellioni dei contadini, il desiderio di indipendenza di prìncipi e città, la paura di Papa e Imperatore, le astuzie di mercanti e banchieri. Alla fine la religione in questa vicenda conta molto poco.

– Poliziesco
La grande rapina al treno (Michael Crichton)
Un po’ ricostruzione di un fatto vero avvenuto nel 1855, un po’ romanzo con un “cattivo” furbissimo che frega tutti, un po’ affresco storicamente forse valido e sicuramente efficace dell’Inghilterra ottocentesca.

Sotto i venti di Nettuno (Fred Vargas)
Qui ad essere furbissimo è il “buono”, il commissario Adamsberg. Ma ad un certo punto sembra diventare anche un po’ cattivo, o meglio, qualcuno vuol far credere che lui abbia ucciso una ragazza. Che l’abbia fatto davvero?

– Thriller / vampiri
Le notti di Salem (Stephen King)
Uno scrittore di successo torna nel paese della sua infanzia per scrivere un romanzo su una casa che lo ha sempre terrorizzato.

– Divertente
A volte ritorno (John Niven)
Gesù viene rimandato sulla Terra, a  New York, a sistemare alcune cosette. E poichè è un discreto musicista (in Paradiso i talenti musicali con cui esercitarsi non mancano…) finisce con il partecipare al talent American Popstar. Irriverente, quasi blasfemo. Ma quanto ridere.

Odore di chiuso (Marco Malvaldi)
Il gastronomo Pellegrino Artusi è ospite in Maremma nel castello di un barone, dove avviene un delitto e se ne tenta un secondo. Le osservazioni argute dell’Artusi aiuteranno a dipanare il mistero, ma nel frattempo si gode dell’ironia con cui l’autore descrive ed irride la società nobiliare di fine Ottocento.

– Racconti
Dieci dicembre (George Saunders)
Ogni racconto è, naturalmene, storia a sé. Ma ciascuno riempie appieno, e in modo gratificante, il tempo che gli si vuole dedicare.

– Fantascienza:
Io, robot (Isaac Asimov)
Anche questa una raccolta di racconti. Ma che fanno categoria a parte. Leggeteli.

– Sulla fotografia
A occhi aperti (Mario Calabresi)
Copertina orrenda, ma dentro ci sono le interviste di Calabresi a cinque grandi (immensi) fotografi che raccontano la loro storia, la nostra e come si arrivi a scattare la fotografia perfetta.

– Sulla corsa
Born to run (Cristopher McDougall)
L’autore, giornalista e runner dilettante, incontra i Tarahumara, una popolazione che vive nei selvaggi Copper Canyon dello stato messicano di Chihuahua. Sono «il popolo più gentile, più felice e più forte della terra», ma anche i migliori runner del mondo, capaci di correre decine di chilometri in condizioni estreme senza apparente fatica e senza subire infortuni.

– Sulla scienza
Breve storia di (quasi) tutto (Bill Bryson)
Ci sono davvero quasi tutti gli argomenti in questo libro da leggere con calma e meraviglia. Un viaggio sorprendente nella storia della scienza e degli scienziati che con essa si sono misurati.

– Graphic novel
Rughe (Paco Roca)
Emilio, un anziano direttore di banca, è affetto dal morbo di Alzheimer. Si può raccontare una storia così drammatica con la leggerezza di alcuni disegni? Sì, si può.

(L’elenco è in rigoroso ordine sparso)

Dolce e salato

Sono anni che ti conosco, altrettanti che provo per te una sottile invidia: vorrei tanto assomigliarti almeno un po’. Ti osservo e provo a scoprire i tuoi trucchi.

Ma trucchi non ne hai, a parte il filo di mascara ed un tratto di matita leggera sugli occhi. Un vezzo abbastanza inutile considerando che di fronte ai tuoi occhi nessuno riesce a nascondere un moto di sorpresa e meraviglia, per quella forma, per quel colore così insolito.

Non te ne vanti. Anzi, accenni un gesto di fastidio quando qualcuno arriva a farti un complimento esplicito. “E’ che non ho fatto niente per essere così” mi hai detto una volta. Preferisci ti si riconoscano meriti invece che fortune.

Ma la bellezza tuo malgrado si vede prima. Ed è talmente sufficiente che spesso la gente si accontenta di quella e si ferma lì, sui bordi.

Fortunata, non ti sei mai trovata nella condizione di nascondere o cammuffare alcuna parte di te. Apparentemente mai un imbarazzo, in grado di sostenere qualunque tipo di conversazione, tutto ti interessa, ti incuriosisce, ti appassiona.

Sembri il risultato sbagliato di una ricetta nella quale sia finito per sbaglio troppo sale e troppo zucchero: l’aspetto di una torta sontuosa ed al gusto tutt’altro. E soprattutto quella confusione, che nessuno ha ancora capito se sei portata principale o dessert. Quella confusione che troppe volte si è insinuata anche in te, facendoti sentire sbagliata in qualunque momento del pasto.

“Dolce e salato insieme fanno solo rabbia”. Eppure a me sembra tu riesca benissimo ad essere entrambi, nonostante il mondo là fuori ti chieda di scegliere. Tu rimani sulla linea di confine, un passo una volta di qua, poi subito di là, senza esplorare mai davvero nè una terra nè l’altra. Sicura su tutto tranne su dove mettere i piedi. Al punto che a volte ti siedi per terra, ti tiri un cappuccio sugli occhi ed aspetti che piova. Che il buio non ti faccia più vedere il confine. Che la pioggi lo lavi via, il confine. Ma ogni alba ti ritrova lì e tu che che non sai stare ferma troppo a lungo ti rialzi e riprendi a correre.

Sei la persona più difficile a cui fare un regalo o anche solo gli auguri.
Non ti ho comprato niente, starò attenta a non dirti “Buon Natale”.
Ci conosciamo da tanto ma siamo amiche da poco, eppure lo so che sarai un po’ insofferente in questi giorni in cui tutti parlano di cose che non capisci: la famiglia, i pranzi, i regali, la magia, gli affetti, Gesù bambino.
Non ti ho comprato niente.
Ma ti vengo a prendere e ti porto in giro a respirare un po’ di luce.
Tranquilla.
Saranno feste buone.
(Tu me l’hai comprato un libro, vero? 😉 )

Metello Saccano

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Metello Saccano, gesuita siciliano vissuto nella prima metà del XVII secolo, è uno degli autori delle lettere giunte a Roma prima della soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 e raccolte in una sezione particolare dell’Archivio gesuitico denominata Litterae Indipetae. La particolarità di queste lettere, tale da richiederne una catalogazione separata, consiste nel fatto di contenere la richiesta di essere inviati nelle missioni d’oltremare che i giovani gesuiti inoltravano al Padre Generale.
Queste missive prendevano il nome di Litterae indipetarum ossia di coloro che “petebant Indias” da cui, in forma abbreviata, l’indicazione di Indipetae.
Si tratta di lettere private che, pur rispettando un cliché prestabilito, permettono di raccogliere informazioni sull’autore e sulle circostanze in cui il desiderio di partire in missione era nato.
Notizie che sono sicuramente più ricche nel momento in cui si incontrano personaggi come Metello Saccano che replicano le loro richieste in più occasioni. Succedeva infatti a volte che dopo un rifiuto o una mancata risposta l’Indipeta decidesse di riproporre o ricordare la sua candidatura. Ma era sicuramente insolito un flusso di lettere cospicuo quanto quello a firma di Metello Saccano che tra il 1640 e il 1642 ne inviò ben 48.
La sua richiesta, insistente, tenace, costante è di essere inviato in missione in Giappone: la terra più lontana e più pericolosa, in quel momento, perché dal 1619 si erano scatenate le persecuzioni contro i cristiani e dal 1639 lo shogun Iemitsu aveva chiuso il Giappone ad ogni rapporto con l’esterno espellendo tutti gli stranieri.
Le frequenti lettere di Saccano permettono di seguire l’evolversi del suo desiderio di missione, l’alternarsi di speranza e delusione, ma anche di individuare motivazioni più dettagliatamente descritte nonché forme sempre nuove per presentarle. Se ne trae l’impressione di una personalità non solo tenace, ma anche creativa e brillante.
La tenacia di Saccano sarà, alla fine, premiata. Il Padre Generale Nunzio Vitelleschi lo assegnerà alle Missioni Orientali e gli permetterà di partire, nel 1643, con destinazione Macao da dove verrà successivamente inviato in Vietnam.
Un desiderio, il suo, che troverà solo parziale soddisfazione: non riuscirà mai, infatti, a mettere piede in Giappone, la mèta da lui tanto sospirata mentre scriveva dal collegio di Palermo.

inviaggioMetello Saccano è stato il protagonista della mia tesi di laurea, diversi anni fa. Con l’aiuto del Professor Emanuele Colombo ho trascritto e provato ad interpretare le sue numerose lettere. A quello che ci risulta nessuno l’aveva mai fatto prima: Metello d’altra parte non era un personaggio “interessante” soprattutto perchè non era morto martire e quindi era rimasto confuso tra le migliaia di lettere di chi chiedeva di partire. Scrivere di lui, interpretare la sua grafìa, cercare notizie sulle sue vicende successive alla partenza è stato un po’ come riportarlo in vita: lui, la sua tenacia, la sua semplicità. Ma la vita che gli potevo dare era davvero poca: sarebbe morto ben presto di nuovo tra le pagine di una banale tesi di laurea.

Così non è stato.

Il prof. Colombo, che ora insegna in una Università di Chicago, mi ha inviato una e-mail in cui mi informa di aver scritto un libro sui Gesuiti che è stato inserito in una collana distribuita in allegato con Il Sole 24 Ore (Volume 10: “In viaggio”). In questo libro accenna alla vicenda di Saccano. Sono naturalmente corsa in edicola a comprarlo.
E’ la mia prima, e probabilmente unica, apparizione in una bibliografia.
Ma l’emozione più grande è ritrovare lui, Metello, con la forza, adesso sì, di vivere e camminare a lungo.

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