Francamente

Mese: gennaio, 2015

Tristezza

L’intenzione era probabilmente quella di provare a sorridere, ma quello che ti ritrovi in faccia è una specie di smorfia.
“Mi va stretta pure la corazza” bisbigli guardando altrove. Non ne ho mai indossata una ma una corazza stretta credo sia ancora più fredda e più pesante.
Le dita sono nervose e non trovi di meglio che dar loro da scartare l’ennesimo pacchetto di biscotti. “Se continui così non ci entrerai più e sarai costretta a rinnovare il guardaroba”. Ho una certa abilità nel trovare il lato positivo.
L’idea ti fa sorridere solo un secondo. Poi mi dici che stai provando ad allargare il corpo per farci stare tutto il vuoto che hai. Io rimango un attimo stordita immaginando del vuoto che da dentro spinge contro un’armatura invincibile che sta per cedere ed in mezzo la tua pelle chiara.
“Perchè non farlo uscire, scusa?”
Mi guardi e dietro quello sguardo intravedo la battaglia. Tra te che vuoi tenere tutto tra le tue regole, quella corazza che chiede pietà, quel vuoto che vuole riempirsi di quello che c’è fuori.
Ed esce.
Finalmente.
Tutto dagli occhi.

Sto qui.

Confesso che ho avuto in passato, molto forte,  la tentazione di fermare la mia corsa: non avevo rincorsa e, davanti a me, non vedevo strade che mi interessava percorrere.

L’avere un figlio piccolo non mi rendeva essenziale: intorno a me era tutto un brulicare di persone che sapevano essere madri migliori di me, che sapevano esattamente cosa fare.  Se il mio posto fosse rimasto vacante sarebbe stato semplicissimo trovare un rimpiazzo e c’erano ottime probabilità che sarebbe stato migliore. Di questo ero convinta.

Un solo dubbio mi restava: che mio figlio avrebbe potuto sentirsi responsabile e questo lo trovavo profondamente ingiusto. Ogni volta che arrivavo a questa svolta dei pensieri dovevo arrendermi e affrontare una nuova giornata con la pesante prospettiva che non sarebbe stata l’ultima. “Aspetterò”, pensavo, “aspetterò quando sarà più grande, quando non servirò più, quando avrà altri legami, quando potrà capire”.

Mio figlio è cresciuto. E’ ormai autonomo, ha altri legami, può capire. Ma mi ha giocato un brutto scherzo.
La sua indipendenza, la sua lontananza, il suo sguardo fisso sul futuro oltre le mie spalle, il suo carattere fortissimo, il suo cinismo, la sua serietà, le sue debolezze hanno fatto di lui il personaggio di una storia che non voglio perdermi. Non fa niente se non gli servo più, se non sono più un interlocutore interessante per lui: io voglio restare qui a vedere cosa combina.

E poi vuoi mettere l’orgoglio di quando raggiunge un risultato importante.

E poi vuoi mettere quando, febbricitante, tira fuori una mano da sotto le coperte, afferra la mia che ormai è minuscola in confronto alla sua, e mi sussurra “stai qui”.

Sto qui.

Non sai quanto.

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