Non competitiva.

Quando distribuivano la competitività io ero seduta sul marciapiede a domandarmi perchè tutti sgomitassero tanto.

E’ vero, a scuola inseguivo la soddisfazione del voto migliore della classe.
Ma in quegli anni la valutazione scolastica era l’unico modo che avevo per mostrare, anche a me stessa, che c’ero. L’unico modo che avevo per sopravvivere.

Per il resto ho spesso preferito cedere il passo, agevolata da un’insicurezza ben coltivata e dal timore costante di essere di intralcio.

Invecchiando le cose non sono cambiate, nemmeno quando ho cominciato a correre per placare il desiderio di fuga: la corsa è un momento privato, non amo la compagnia, mi tengo ben lontana dalle gare.

Forse è paura di misurarsi e scoprirsi molto meno di quel che ci si crede.
Forse è bisogno di un ambito, almeno uno, in cui non ci sono aspettative a cui dover corrispondere: la corsa in questo è meravigliosa con la sua indifferenza a luoghi, età, orari, aspetto e capacità.

Dev’essere per questo motivo che le tre corse non competitive, a cui per una strana serie di coincidenze mi sono iscritta, mi stanno infastidendo.

Soffro.
Soffro all’idea di uscire a correre.
Soffro mentre corro.
La strada che fino a poco tempo fa mi era amica ora ha il sorriso ironico e compiaciuto di chi aspetta che passi il mio cadavere. Ed il fatto di aver finalmente raggiunto un obiettivo che inseguivo da anni (10 km sotto i 60 minuti – che è comunque un tempo da schiappa come ben sa chi corre davvero) non è sufficiente a motivarmi.
Quel maledetto cronometro mi guarda ogni volta dicendomi che devo dare di più, che posso fare meglio, che devo soffrire di più.

Non lo avevo capito finchè non ho scritto queste righe.
Ma ora la soluzione è facile.
Oggi esco senza cronometro.
E dopo la staffetta non prenderò altri impegni.
Non sono abbastanza competitiva.
Nemmeno per le corse non competitive.

(Questo articolo era iniziato con l’idea di raccontare l’orgoglio di partecipare a tre corse non competitive in un mese; con il pensiero che nelle corse non competitive si compete in realtà solo con se stessi; che sono delle grandi feste in cui riconoscersi per la comune passione; che al termine di quelle corse nessuno sa quanti sono quelli che sono arrivati prima di lui. Poi mi sono accorta che non sentivo né l’orgoglio, né la sfida con me stessa, né – figuriamoci – la festa.
Scrivere, si sa, chiarisce le idee più a chi scrive che a chi legge)