Francamente

Mese: luglio, 2015

Team

Aeroporto.

Arrivano in leggero ritardo.

Lei con le mancanze da riempire e un abbraccio che vorrebbe rubare.
Ma mostrerà solo i progetti, i calcoli, i piani, i tempi e l’organizzazione.
Perfetti.

Lui con lo sforzo di apparire indifferente ma con l’orgoglio che scappa ogni tanto da una piega del viso, dal petto un po’ più alto.
E’ lui, e ci tiene, a fornire i mezzi per realizzare o riparare qualunque cosa.

Aeroporto.
Terminal arrivi.

Quella porta che si apre si richiude.
Un respiro in sincrono con l’apnea e l’espirazione un po’ delusa di chi attende fuori.

Anche di quei due.

Che aspettano un po’ a distanza,
lui agevolato dal suo metro e ottantacinque,
lei che si arrangia come può.

Eccolo. No. Forse. Macchè.

“L’ho visto, ha la maglietta azzurra! Siamo qui, siamo qui!!!”

C’è ancora del lavoro di squadra da fare.

garage

Ce la tiriamo un po’, almeno sulla porta del garage.

La mostriamo agli amici per riderci su.

Ma più ci penso più mi sembra una precisa descrizione di quello che siamo.

Ronde

Da quando è iniziato il caldo esco a correre in un intervallo compreso tra le 5.30 e le 7 del mattino.

Il primo giorno ero un po’ in imbarazzo: mi spiaceva dare l’impressione di una sfegatata del running, soprattutto considerando che la mia andatura di sfegatato non ha proprio nulla.

In realtà incontro diversa gente tentata da una corsa nel fresco di quelle ore.
Siamo tutti runner solitari ed è abbastanza comprensibile: non è semplice trascinarsi fuori dal letto ad un orario da panettiere, provare a convincere qualcun altro è quasi impossibile.

Ci salutiamo in silenzio e ci sorridiamo complici di quello che può apparire sintomo di follia agli occhi dei più.

La cosa curiosa è che a quell’ora incontro solo donne.

E’ un caso, lo so.

Ma mi piace immaginare che i miei concittadini possano serenamente occuparsi degli ultimi spezzoni dei loro sogni, certi che dall’alba all’inizio delle attività lavorative il paese sia sotto il controllo di una ronda rosa, silenziosa, agile e sorridente.

Discriminazioni.

Lavoro nella segreteria di una università e, pur non essendo allo sportello, mi capita sempre più spesso di dover sopportare genitori che chiedono informazioni per conto dei figli. Con il figlio spesso a due passi da loro.

Li tratto generalmente con freddezza e spero sempre che mi lancino una di quelle domande a cui sono tenuta a rispondere: “Mi spiace, ma suo figlio è maggiorenne, non posso darle questa informazione se non ha una delega”. Ci aggiungo anche un ghigno, sì.

Sono molto paziente con gli studenti, sono madre di un ragazzo più o meno della loro età, mi inteneriscono le loro insicurezze ed il loro essere a volte un po’ goffi, un po’ ingenui, un po’ spaventati. Ma con i genitori sono senza pietà.

Il mio ufficio è a fianco dello sportello dedicato agli studenti internazionali ed ogni tanto si affaccia qualcuno che con sguardo imbarazzato chiede qualcosa in un italiano stentato o direttamente in inglese.

Stamattina è entrata una donna: occhi azzurri e timidi, guance rosse e mani che non dovevano aver passato molto tempo l’una nell’altra. Mi ha raccontato che suo figlio ha studiato in Italia fino alla terza media, poi è tornato in Albania per la scuola superiore. Conseguirà il titolo quest’anno e vorrebbe iscriversi qui all’università. Voleva sapere quali documenti servissero.

Per lavoro mi occupo di tutt’altro.

Ma stamattina, a quella madre che da cinque anni ha un figlio che studia lontano e che spera probabilmente di riportarsi un po’ più vicino, il mio “Non lo so, mi dispiace, lo sportello per gli studenti internazionali apre alle 13” l’ho detto con tutta la dolcezza che sono riuscita a trovare.

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