Discriminazioni.

Lavoro nella segreteria di una università e, pur non essendo allo sportello, mi capita sempre più spesso di dover sopportare genitori che chiedono informazioni per conto dei figli. Con il figlio spesso a due passi da loro.

Li tratto generalmente con freddezza e spero sempre che mi lancino una di quelle domande a cui sono tenuta a rispondere: “Mi spiace, ma suo figlio è maggiorenne, non posso darle questa informazione se non ha una delega”. Ci aggiungo anche un ghigno, sì.

Sono molto paziente con gli studenti, sono madre di un ragazzo più o meno della loro età, mi inteneriscono le loro insicurezze ed il loro essere a volte un po’ goffi, un po’ ingenui, un po’ spaventati. Ma con i genitori sono senza pietà.

Il mio ufficio è a fianco dello sportello dedicato agli studenti internazionali ed ogni tanto si affaccia qualcuno che con sguardo imbarazzato chiede qualcosa in un italiano stentato o direttamente in inglese.

Stamattina è entrata una donna: occhi azzurri e timidi, guance rosse e mani che non dovevano aver passato molto tempo l’una nell’altra. Mi ha raccontato che suo figlio ha studiato in Italia fino alla terza media, poi è tornato in Albania per la scuola superiore. Conseguirà il titolo quest’anno e vorrebbe iscriversi qui all’università. Voleva sapere quali documenti servissero.

Per lavoro mi occupo di tutt’altro.

Ma stamattina, a quella madre che da cinque anni ha un figlio che studia lontano e che spera probabilmente di riportarsi un po’ più vicino, il mio “Non lo so, mi dispiace, lo sportello per gli studenti internazionali apre alle 13” l’ho detto con tutta la dolcezza che sono riuscita a trovare.

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