Cucciola

Eri l’unica persona a potermi chiamare “cucciola” impunemente.

Lo facevi quando commettevo un errore o quando non ero abbastanza sveglia e veloce nel capire qualcosa.

Era un modo curioso, il tuo, di riprendermi. E molto efficace: mi toglieva tutta l’arroganza e l’orgoglio, mi ricordava che ero ancora ben lontana dal sapere tutto e mi metteva nella condizione migliore per imparare.
Ogni volta io immaginavo la scena vista in qualche documentario, quella in cui due cuccioli di leone giocano a fare i grandi aggredendosi in modo scombinato per poi finire a ruzzolare uno sopra l’altro mentre la leonessa li tiene d’occhio poco più in là.

Eri davvero la mia leonessa: il punto fermo in mille occasioni, la risposta ai dubbi, lo sguardo attento su cui potevo contare. Quella che mi lasciava fare casino per poi intervenire a fermarmi prima che mi facessi male.
Non sono mai riuscita a farti arrabbiare anche se, lo so, per me avevi una riserva di pazienza speciale.
Non eravamo amiche ma il contatto telefonico quotidiano con cui collegavamo le nostre due trincee lavorative aveva creato qualcosa di importante che riesco a vedere bene solo adesso che non ci sei più: era la certezza che mi avresti sempre coperto le spalle.

Mentre l’insicurezza comincia a farsi strada nella tristezza e nella mancanza penso a quello che mi avresti detto tu.

Mi dico “cucciola” da sola.
E lo farò, stanne certa, ogni volta che come oggi non riuscirò a capire qualcosa.

Un po’ aiuta.
Ma non sarà mai più la stessa cosa.

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