I libri che più mi sono piaciuti nel 2015

L’ho già fatto l’anno scorso e ora provo a farla diventare una tradizione.
E’ divertente, un giorno all’anno, guardare al mucchio di libri letti e scegliere solo quelli che mi hanno colpita di più, quelli che sono stati più capaci di coinvolgermi, di incuriosirmi, di intrattenermi, di farmi riflettere.
Non è vero che è divertente.
E’ utile.

– Classici
I Malavoglia (Giovanni Verga)
E’ la storia che conosciamo tutti: la Provvidenza, carica di lupini, fa naufragio, Bastianazzo muore e la famiglia di Padron ‘Ntoni non avrà più pace. Gli abitanti del villaggio catanese meriterebbero, ciascuno, un romanzo.

– La gente e le sue storie
Morte di un uomo felice (Giorgio Fontana)
1981, Milano. Giacomo Colnaghi è un magistrato esperto di terrorismo (quello nostro, degli anni Settanta) che indaga sull’omicidio di un uomo politico interrogandosi soprattutto sul perchè di certi gesti, di certe soluzioni. Forse c’è qualcosa di simile a quello che ha animato la Resistenza vissuta in prima persona da suo padre.

Espiazione (Ian McEwan)
Una bambina accusa con leggerezza un uomo di aver commesso una cosa orribile. Poi cresce e si accorge di quello che ha fatto. Vorrebbe rimediare ma nel frattempo scoppia una cosa ancora più ingiusta, la Seconda Guerra Mondiale. La sua espiazione sarà commovente anche se del tutto inutile.

– Storia, quella vera
Ogni mattina a Jenin (Susan Abulhawa)
E’ la storia, credo molto autobiografica, di quattro generazioni di una famiglia palestinese. Una storia pacata, delicata, toccante, che si snoda dalla creazione dello Stato di Israele fino ai giorni nostri.

Come fossi solo (Marco Magini)
11 luglio 1995, Srebrenica.  Tre voci per raccontare un massacro: un soldato serbo, un casco blu olandese, un giudice. Le vittime sono tantissime. Il colpevole individuato solo uno. Ma di innocente non c’è nessuno.

– Poliziesco
Io uccido (Giorgio Faletti)
Sono parecchio in ritardo, lo so. E’ che certi pregiudizi sono un po’ difficili da superare. Ma alla fine ce l’ho fatta ed è stata una bella sorpresa. Prima o poi ci provo anche con Fabio Volo.

– Fantascienza:
L’uomo di Marte (Andy Weir)
Durante una missione un uomo viene abbandonato sul pianeta rosso. Ma lui, che è un ingegnere con la passione per la botanica, trova il modo di arrangiarsi. Sì, lo so, avete già visto il film. Ma il libro è meglio.

Il mondo nuovo (Aldous Huxley)
Nel mondo nuovo si viene concepiti esclusivamente in provetta, i feti vengono fatti crescere fuori da qualsiasi utero, in un’apposita fabbrica che li seleziona a seconda di quello a cui sono destinati. Fin dalla nascita poi si è sottoposti ad un condizionamento tale per cui tutti sono felici di essere quello che sono. Bello (inquietante) il romanzo, scritto nel 1932, ma ancora più interessante il saggio che lo accompagna, scritto vent’anni dopo.

– Inchieste
Sette pezzi d’America (a cura di S. Barillari)
Le traduzioni delle inchieste giornalistiche che, a loro tempo, hanno portato alla luce alcuni grandi temi e che si sono meritate il premio Pulitzer. Si parla di Watergate, Scientology, esperimenti al plutonio,  violenze in Vietnam, preti pedofili, esplosione del Challenger, industrie del tabacco. E soprattutto si capisce quanto è (era?) diverso il giornalismo americano dal nostro.

– Sulla scienza
Sette brevi lezioni di fisica (Carlo Rovelli)
La fisica comprensibile per tutti. La fisica resa poesia. E’ minuscolo. Non avete scuse.

Il cucchiaino scomparso (Sam Kean)
Gli elementi della tavola periodica come non ve li hanno mai raccontati. Se alla chimica togli le formule ti restano comunque tante storie da raccontare da poterci scrivere un librone. Questo.

– Sulla scuola
Parole di scuola (Mariapia Veladiano)
Questo invece è un libricino.  Una manciata di parole che possono riguardare la scuola e per ciascuna una piccola riflessione. Inspiring.

(L’elenco è in rigoroso ordine sparso)

(Qual è il libro più bello che hai letto tu, nel 2015?)

I libri che più mi sono piaciuti nel 2014

Annunci

Renata

Sono venuta a portarle due cose che mi aveva chiesto di comprare.

E’ a letto, mi dice il marito, salga pure.

Io non voglio, sono imbarazzata, non siamo così in confidenza e soprattutto lei è una donna che ha sempre fatto della sua eleganza un aspetto irrinunciabile. Credo non vorrebbe mai farsi vedere se non in condizioni impeccabili.
Ma lui insiste in un modo che sgretola ogni mio disagio.

La trovo spaventata per una sciocchezza successa pochi minuti prima che arrivassi. Ma la paura è la prima compagna, immagino, quando il corpo inizia a non ubbidire più.

Cerco di rassicurarla, le parlo di cose lontane dalla sua preoccupazione, le mostro gli oggetti che le ho preso. Sembra un po’ più tranquilla ma quella era la parte facile. La malattia oggi la aggredisce più del solito ed io  mi maledico per non sapere assolutamente nulla di come si assista chi soffre. L’unica cosa che possa fare è scrutare i suoi occhi per interpretare un bisogno, un desiderio, prima che decida di esprimerlo.

Si gira nel letto, poi prova ad alzarsi, il braccio ed un lieve movimento del capo ad indicarmi che no, non vuole aiuto. Fa tre passi, torna al letto, si stende di traverso a pancia in giù. Mi chiede di metterle gli scaldini sulla schiena. Vuole parlare. Le metto un cuscino sotto il petto per dare un po’ di sostegno alle spalle irrigidite. Mi siedo sul pavimento perchè possa vedermi mentre parla. Parla e piange. Ma il pianto non viene dal dolore di quel male che lei, nella sua ironia, chiama il suo “amante”, l’unico che le starà vicino per sempre. Le lacrime arrivano da quella parte di lei che non trova conforto in chi ha sempre curato, sostenuto, amato. Le lacrime arrivano anche da quella che era e che non trova più. Dopo aver attraversato una vita piena di azione, di incontri, di bellezza e di intelligenza ora non vuole e non può più farne a meno. Non è rabbia la sua. E’ incredulità. E’ stanchezza.

Mi chiede di contare le gocce di un medicinale in un bicchiere e io mi concentro come fosse un’equazione differenziale. Mi consegna un pacchetto. Lo apro e dentro trovo un oggetto antico e prezioso. “Non posso accettarlo”, le dico, “è troppo”. Mi chiede di leggere il biglietto che lo accompagna. Non capisco quasi nessuna delle parole che ha provato a scrivere per imporsi su quel male bastardo e allora penso che una bastonata a quel male bastardo la posso dare anch’io e leggo ad alta voce una frase bellissima che mi invento sul momento con le poche parole che riesco a decifrare. La ringrazio commossa, lei lo è più di me, il male bastardo non capisce e gli sta bene.

Intanto le dieci gocce hanno compiuto il loro percorso, lei si alza di nuovo, vuole vestirsi. L’aiuto come posso, quindi poco e male. Non rinuncia al suo filo di perle ed infine scendiamo quella scala imponente.

Prima di salutarmi apre la sua borsa appoggiata all’ingresso e ne tira fuori un vecchio articolo di giornale che parla di me e che lei ha conservato: “Questo ti dimostra quanto ti penso. Non ho mai fatto un regalo con tanta gioia come quello che ti ho fatto oggi”.

E io non ho mai ricevuto un regalo avvolto in tanto immeritato affetto.