Renata

Sono venuta a portarle due cose che mi aveva chiesto di comprare.

E’ a letto, mi dice il marito, salga pure.

Io non voglio, sono imbarazzata, non siamo così in confidenza e soprattutto lei è una donna che ha sempre fatto della sua eleganza un aspetto irrinunciabile. Credo non vorrebbe mai farsi vedere se non in condizioni impeccabili.
Ma lui insiste in un modo che sgretola ogni mio disagio.

La trovo spaventata per una sciocchezza successa pochi minuti prima che arrivassi. Ma la paura è la prima compagna, immagino, quando il corpo inizia a non ubbidire più.

Cerco di rassicurarla, le parlo di cose lontane dalla sua preoccupazione, le mostro gli oggetti che le ho preso. Sembra un po’ più tranquilla ma quella era la parte facile. La malattia oggi la aggredisce più del solito ed io  mi maledico per non sapere assolutamente nulla di come si assista chi soffre. L’unica cosa che possa fare è scrutare i suoi occhi per interpretare un bisogno, un desiderio, prima che decida di esprimerlo.

Si gira nel letto, poi prova ad alzarsi, il braccio ed un lieve movimento del capo ad indicarmi che no, non vuole aiuto. Fa tre passi, torna al letto, si stende di traverso a pancia in giù. Mi chiede di metterle gli scaldini sulla schiena. Vuole parlare. Le metto un cuscino sotto il petto per dare un po’ di sostegno alle spalle irrigidite. Mi siedo sul pavimento perchè possa vedermi mentre parla. Parla e piange. Ma il pianto non viene dal dolore di quel male che lei, nella sua ironia, chiama il suo “amante”, l’unico che le starà vicino per sempre. Le lacrime arrivano da quella parte di lei che non trova conforto in chi ha sempre curato, sostenuto, amato. Le lacrime arrivano anche da quella che era e che non trova più. Dopo aver attraversato una vita piena di azione, di incontri, di bellezza e di intelligenza ora non vuole e non può più farne a meno. Non è rabbia la sua. E’ incredulità. E’ stanchezza.

Mi chiede di contare le gocce di un medicinale in un bicchiere e io mi concentro come fosse un’equazione differenziale. Mi consegna un pacchetto. Lo apro e dentro trovo un oggetto antico e prezioso. “Non posso accettarlo”, le dico, “è troppo”. Mi chiede di leggere il biglietto che lo accompagna. Non capisco quasi nessuna delle parole che ha provato a scrivere per imporsi su quel male bastardo e allora penso che una bastonata a quel male bastardo la posso dare anch’io e leggo ad alta voce una frase bellissima che mi invento sul momento con le poche parole che riesco a decifrare. La ringrazio commossa, lei lo è più di me, il male bastardo non capisce e gli sta bene.

Intanto le dieci gocce hanno compiuto il loro percorso, lei si alza di nuovo, vuole vestirsi. L’aiuto come posso, quindi poco e male. Non rinuncia al suo filo di perle ed infine scendiamo quella scala imponente.

Prima di salutarmi apre la sua borsa appoggiata all’ingresso e ne tira fuori un vecchio articolo di giornale che parla di me e che lei ha conservato: “Questo ti dimostra quanto ti penso. Non ho mai fatto un regalo con tanta gioia come quello che ti ho fatto oggi”.

E io non ho mai ricevuto un regalo avvolto in tanto immeritato affetto.

 

 

 

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