Che si sappia.

Due ragazzini di 11 anni si danno il cambio.

Marco, quello più simpatico, ha sbuffato per la ventesima e ultima volta nel giro di un’ora di fronte al present simple. Samuel, quello più timido, ha appena appoggiato lo zaino e sta litigando ancora con il giubbotto che non riesce a sfilarsi.

Sono compagni di classe.

Parlano in gergo, per qualche istante, di qualcosa che intuisco avere a che fare con un videogioco. Mi intrufolo per accelerare i tempi e inizio affettuosamente a prendere in giro Samuel che, ne sono certa prima ancora di chiederglielo, non avrà provato a fare da solo gli esercizi di matematica che gli avevo assegnato la volta scorsa. Lui abbozza una sorta di debolissima difesa fatta di gatti che rubano compiti o qualcosa del genere. Marco gli si avvicina, gli dà di gomito e gli dice serio: “Lascia perdere, ci ho provato anch’io a prenderla in giro e non ci sono riuscito”.

Mi sto facendo una reputazione.

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