L’uomo che metteva in ordine il mondo (Fredrik Backman)

L'uomo che metteva

E’ il primo libro che mi è stato consigliato all’indomani della frattura al malleolo, in vista del lungo periodo di inattività forzata.
In quei giorni di dolore, di tentativi maldestri di raggiungere livelli minimi di autonomia e di preoccupazione di non poter tornare a correre, questa lettura è riuscita a portarmi altrove.
In Svezia, esattamente.
Dove ho incontrato Ove, un signore di 59 anni.
La prima cosa importante da sapere, di Ove, è che guida una Saab. Ha sempre guidato solo Saab. E quando si scopre perchè un po’ ci si commuove.
All’inizio Ove ti fa salire il nervoso: lo trovi in un negozio di computer mentre fa impazzire un commesso. In realtà lui è pedante e scorbutico un po’ con tutti: con chi non fa la differenziata come si deve, con i padroni stupidi di cagnolini isterici che gli fanno la pipì in giardino, con chi non sa parcheggiare in maniera digntosa.
Ogni mattina si alza e fa il giro del quartiere a controllare tutto. E se ti becca a fare qualcosa contro il regolamento sono dolori.
Non è solo pedante, è proprio antipatico: non saluta, non ti guarda in faccia, ti risponde solo se gli fai una domanda intelligente e, comunque, a monosillabi.
C’è anche un gatto spelacchiato che ha iniziato a seguirlo, non si capisce bene da dove sia sbucato, ma sembra impermeabile ai tentativi di Ove di liberarsene.
Ma Ove sembra volersi liberare proprio di tutti e di tutto.
In realtà lui vorrebbe proprio togliere il disturbo in maniera definitiva e raggiungere la sua adorata moglie morta qualche anno prima.
Ma anche per un precisino come lui, che disdice gli abbonamenti e i contratti delle utenze, che pulisce casa da cima a fondo, che prepara una busta con i documenti più importanti, insomma, anche per lui suicidarsi non è così semplice. Perchè succede sempre che qualcuno venga a chiedergli aiuto. E a lui tocca, brontolando e sacramentando, interrompere tutto e sistemare quel che va sistemato.
Perchè lui è così, non può lasciare niente fuori posto. E’ l’uomo che metteva a posto il mondo.

E’ uno dei libri che mi ha coinvolto di più negli ulimi tempi. Un libro in cui ti trovi a sghignazzare su una pagina e a commuoverti in quella dopo e a ridere di gusto in quella dopo ancora. Alla fine vorresti tanto, tantissimo, che Ove fosse il tuo vicino di casa per correre a suonare il suo capanello: sai già che ti guarderebbe di traverso e di risponderebbe in malo modo, sai benissimo che da lui non avresti mai un sorriso né una parola gentile. Ma è Ove. E va benissimo così.

Indice di regalabilità: 5/5

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato nel libro: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)


Non è la corsa in sé a dare sui nervi a Ove, nient’affatto. Gli va benissimo che le persone facciano jogging. È solo che non capisce perché si debbano dare tutte quelle arie. Che vadano lenti o rapidi, corrono tutti con un sorriso saccente stampato in faccia, come se combattessero contro un enfisema. Quarantenni smidollati e superbi: con le loro corsette non fanno altro che urlare al mondo di non saper fare un accidenti. Ed è proprio necessario vestirsi come un ginnasta romeno di dodici anni, per farlo? Bisogna assomigliare a una squadra olimpica di slittino, solo perché si esce a trottare senza meta per tre quarti d’ora?

Davanti a sé, sul pavimento del soggiorno, Ove ha la sua piccola cassetta degli indispensabili. A casa loro è sempre andata così: tutte le cose comprate dalla moglie di Ove sono “carine” o “simpatiche”, tutte quelle comprate da Ove sono “indispensabili”. Hanno una funzione e servono a uno scopo preciso. Ove le conserva in due cassette diverse: la grande e la piccola. Quella piccola contiene viti, chiodi, tasselli, chiavi a tubo e altre cose simili. Ormai la gente non ha più in casa gli attrezzi indispensabili. La gente, ormai, possiede solo cazzate. Venti paia di scarpe, ma non uno straccio di calzascarpe. Forni a microonde e computer e televisori a schermo piatto, ma non uno straccio di tassello decente.

«Sensori di retromarcia, assistenti di parcheggio, videocamere e stronzate varie. Un uomo che ha bisogno di tutta ’sta roba per spostare un rimorchio in retromarcia non dovrebbe neanche pensare di spostarlo, un rimorchio in retromarcia, per la miseria.»

Forse gli uomini della sua generazione non erano stati preparati a sufficienza per vivere in un mondo in cui tutti parlano di fare le cose, ma in cui sembra che farle non abbia alcun valore.

La gente, ormai, spala la neve a caso, avanzando come un rullo compressore. Sembra che nella vita conti solo questo: farsi strada.

Ove, infatti, è il genere di uomo che, quando non sa bene dove andare, si limita a procedere, nella ferma convinzione che prima o poi la sua destinazione si manifesterà come d’incanto.

Tiene in mano un piatto di carta con due panini e sorride cauto a Ove. Ove si limita a rispondere con un cenno del capo, come se volesse fargli sapere che, anche se non ha intenzione di ricambiarlo, il sorriso è stato ricevuto.

Gli uomini come Ove e Rune appartenevano a una generazione nella quale si era ciò che si faceva, non ciò che si diceva,

“Amare una persona è come traslocare in una casa nuova” diceva sempre Sonja. “All’inizio ci si innamora senza riserve: ogni mattina ci si stupisce del fatto che tutto ci appartenga, come se si temesse che, all’improvviso, qualcuno possa irrompere dalla porta annunciando che si è verificato un grave errore e che non era previsto che si abitasse in un luogo così bello. Con il passare degli anni, però, le facciate si consumano, il legno si scheggia qua e là. Non si è più sopraffatti dallo stupore ogni mattina, e si comincia ad amare la casa non tanto per quel che è perfetto, quanto per quel che non lo è. S’impara a conoscerne ogni angolo e centimetro: come evitare che la chiave si blocchi nella serratura quando fuori gela, quali assi del parquet affondano leggermente quando le si calpesta, e come aprire le ante del guardaroba senza farle cigolare. Tutti quei piccoli segreti che rendono la casa nostra, e di nessun altro.”

Perché la più grande paura legata alla morte è che ci passi accanto. Che si prenda chi amiamo. E che ci lasci soli.

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