Pastorale americana (Philip Roth)

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Anche questo è un consiglio che mi è stato proposto all’inizio del lungo periodo di immobilità. Di Roth avevo già letto e apprezzato “La macchia umana” e andavo quindi abbastanza sul sicuro.

La storia è ambientata a Newark, costa orientale degli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra e ha al centro lo Svedese, un tizio di quelli che lo vedi vivere e ti chiedi: “Ma perchè a lui va tutto bene?”: alto, bello, biondo (da cui il soprannome “Svedese”), da ragazzino è campione in qualunque sport si cimenti. E’ pure bravo scuola. E’ il più popolare, il punto di riferimento e  il motivo d’orgoglio di una comunità intera. Ma lui non se la tira. E’ sempre gentile, educato, precisino, rispetta le regole, sembra non spiegarsi tutta quella popolarità. Poi cresce, si fidanza con Miss New Jersey e, anche lei, non è una miss di quelle che potremmo immaginarci: quasi si scusa per la sua bellezza, non ne vuole sentire parlare, minimizza quando ci è costretta, riesce comunque a tenere testa al burbero futuro suocero e dopo il matrimonio si mette ad allevare mucche. Lo Svedese invece subentra al padre nella conduzione dell’azienda che produce guanti da donna e che prospera fino a diventare la migliore del Paese. Un successo dietro l’altro, senza mai una sbavatura, un’ambiguità, un volume alterato.

Ci penserà la figlia adolescente a portare tutta la rabbia, la violenza, la vergogna, le regole infrante, i toni sguaiati. E non importa quanto lo Svedese sia solido, paziente e saggio. La furia colpirà la sua famiglia mandandola in pezzi. E da quello squarcio uscirà uno Svedse disilluso, stanco e molto umano. E’ da quel momento in poi che non si riesce ad evitare di volergli bene.

E’ un libro intensissimo, talmente pieno di roba che è davvero difficile dire di cosa parli. Perchè intorno alla vita dello Svedese c’è la Storia e quindi c’è la guerra del Vietnam, ci sono i disordini razziali, le manifestazioni che mettono a ferro e fuoco la cittadina, gli attentati. C’è la tecnica minuziosa per la realizzazione di un paio di guanti come si deve. C’è l’antipatia tra due famiglie, una ebrea e l’altra cattolica, che vedono i propri rampolli fidanzarsi tra di loro. C’è la vita di un uomo corretto fino al midollo che di fronte al dramma cerca di salvare il possibile, fosse anche un solo minuscolo frammento.

Adoro il modo di scrivere di Roth, quelle descrizioni in apparenza superficiali che poi, nel corso di libro, si avvicinano a spirale sempre più al cuore del personaggio, della vicenda, del sentimento e quello che all’inizio sembrava banale alla fine stordisce di emozione.

Non mi è piaciuto il finale. Perchè non viene svelato nulla, tutto rimane lì, sospeso, nel giardino in cui alcuni dei personaggi stanno pranzando. 400 pagine a raccogliere fili di storie intrecciate, l’interesse portato ai massimi livelli e poi non si sa come va a finire niente. Ma per questo, lo so, devo prendermela con Nathan Zuckerman che si è inventato tutto e che però, ad un certo punto, si è stufato.

Indice di regalabilità: 3,5/5 (non adatto a chi preferisce letture semplici)

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato nel libro: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)

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l’ironia è una consolazione della quale non hai proprio bisogno quando tutti ti considerano un dio.
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ristorantini larghi tre tavoli e lunghi quattro lampadari,
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Quando, per qualche istante, smisi di parlare, sentii che le mie parole, anziché cadere nella rete della coscienza del mio interlocutore, finivano nel nulla che c’era nel suo cervello, andavano là e scomparivano.
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Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.
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Se ci meritiamo il tempo che fa.
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E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.
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È incontestabile che, nella vita, non c’è nulla che dia piú sollievo di uno scatto di legittima indignazione.
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Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso.
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Una prova di resistenza durata tutta la vita. Una prestazione eccezionale realizzata su un campo in rovina. Levov lo Svedese ha una doppia vita.
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La figlia che lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico,
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Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato
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Quando si soffre come soffriva lo Svedese, chiedergli di non farsi illudere dal sollievo di un momento, per dubbia che ne fosse la motivazione, sarebbe stato chiedere troppo.
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Oggi dobbiamo continuamente riqualificare il personale. Oggi la nostra economia è tale che la gente viene a lavorare qui e, se qualcuno le offre qualcosa per cinquanta cent in piú l’ora, se ne va.
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La riflessione, semplicemente, impallidiva davanti alla loro ignoranza. Erano onniscienti, e senza neanche pensare.
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con l’aria di una persona la cui tragedia era di non essere mai stata la figlia di nessuno.
in quel caso non avrebbe urlato “papà papà”
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Quando si tratta di conforto, è sempre il fratello sbagliato, il padre sbagliato, la madre sbagliata, la moglie sbagliata, che è la ragione per cui uno deve accontentarsi di consolarsi da solo ed essere forte e tirare avanti consolando gli altri.
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Perché uno decide, nel bel mezzo delle tue piú acute sofferenze, che è venuto il momento di scaricarti addosso, sotto forma di analisi del carattere, il disprezzo che in tutti questi anni ha nutrito per te? Cosa c’è, nelle tue sofferenze, che rende cosí smaccata, cosí grande, la sua superiorità, che rende cosí piacevole esprimerla?
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Io voglio stare dove mi piace e non voglio stare dove non mi piace. Non è questo che significa essere americani?
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È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.
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La gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: – Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non piú di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero.

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One Reply to “Pastorale americana (Philip Roth)”

  1. Questo è uno di quei romanzi che ti obbligano a riflettere, che richiedono una lettura impegnativa come quella che gli hai dedicato. Mi piace l’idea di mettere al fondo della tua recensione degli estratti che possano incuriosire, come dei piccoli “assaggi”. Ti posso consigliare, se non lo hai già letto, anche lo splendido “Indignazione”? Buone letture 😉

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