Genetica

A volte guardo Diego e non riesco a capire dove sia finito il mio 50% di patrimonio genetico.

Fisicamente è un clone di suo padre. 

Caratterialmente è il mio contrario: abitudinario, non si arrabbia mai, compra e indossa vestiti di buona qualità, supera esami al Politecnico con la regolarità di un metronomo, non scrive una parola sui social, riesce a guardare una tappa intera del Tour de France anche per più giorni di fila, non mangia dolci, non legge romanzi. 

Sembra che non solo non l’abbia partorito io, ma che non ci siamo neanche frequentati molto negli ultimi vent’anni.

Poi però una mattina si alza, si prepara, prende la sua bici da corsa ed esce con la sola e precisa intenzione di pedalare sotto la pioggia.

E allora tutto torna.

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4 giorni in Val Passiria

Primo giorno

Non è ancora Val passiria. Forse non è nemmeno ancora provincia di Bolzano. Ma decidiamo di sfruttare la giornata fermandoci per un’escursione lungo la strada che dovrebbe portarci all’albergo che farà da campo base.

La scelta cade sul Corno Bianco (2300 m.)
Si chiama così perché la sua vetta di roccia bianca spicca sulla montagna verde.
Non so dirvi esattamente dove si trovi. Sicuramente nelle Dolomiti. Ma è la prima volta che vengo da queste parte e non ho molti punti di riferimento (Davide dirà che non cambierebbe niente neanche se fossi venuta qui per dieci anni di fila e temo abbia ragione).
Il Corno Bianco si vede dal fondo della gola scavata da un torrente, un ghiaione 900 metri sotto, dove i miei scarponcini lasciati nella scarpiera inutilizzati per anni si sono suicidati. Una figura un po’ da milanese per la quale mi sono scusata con tutte le stratificazioni dolomitiche vecchie di 300 milioni di anni che avevo intorno.
Ho infilato le scarpette di riserva e via, a salire, verso la croce in cima, con il sentiero non sempre semplicissimo per me ma capace di lasciarti a bocca aperta più per lo spettacolo che per l’affanno.
Croce raggiunta nel pomeriggio e poi giù per altre due ore attraverso rocce, ghiaia, prati in fiore, sentieri nel bosco, percorsi vietati agli slittini e l’ultimo chilometro, faticosissimo, sull’asfalto. Per un totale di… Boh, al quindicesimo km il garmin è morto.
Ma che importa.
La giornata, oggi, la misuriamo in un altro modo.

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Secondo giorno

Scarponcini nuovi di zecca per affrontare il secondo giorno.
Il programma di oggi è piuttosto facile: una passeggiata da San Leonardo a Moso risalendo il fiume Passirio (accento sulla prima i) che dà il nome alla valle che ha scavato, poco dislivello e il rumore dell’acqua ad accompagnarci.
Il gruppo è più folto, oggi, ma ci sgraniamo presto come un rosario, in gruppetti di avemaria separati ogni tanto da un gloria.
Non dovrebbero mai dirmi che un percorso è poco impegnativo, perché poi io affronto malamente anche le poche salite.
Se ieri l’elemento predominante è stata la roccia bianca, oggi è sicuramente l’acqua: verde e azzurra, bianca nelle creste di spuma tra i sassi o nei salti, scrosciante, a spruzzi, gocciolante da una fontana, presa a sorsi dalle borracce, che oggi faceva caldo anche qui (no, non la voglio sapere la temperatura di Milano).
Tra i particolari che vorrei ricordare c’è una cascata fragorosa, le caprette che non ci volevano lasciar passare, i piedi a mollo nel Passirio, i miei primi tentativi con i selfie, i 18 km che incasso anche oggi.
Inizio ad abbronzarmi.
I polpacci stasera fanno un male boia.

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Terzo giorno
Tutto il gruppo parte da Plan, dove abbiamo il campo base, e inizia a inerpicarsi non so bene con quale obiettivo: non partecipo mai ai meeting tecnici e oggi ne pagherò le conseguenze.
Dopo un’ora abbondante di salita tra pascoli, ruscelli e coperte di rododendri si arriva ad una malga di quelle che trovi solo qui: piena di dettagli che devi per forza fotografare.
Alcuni elementi del gruppo confabulano intorno a delle cartine e capisco che ci si sta per dividere: chi deve rientrare stasera, chi ha bambini al seguito, chi non se la sente di camminare ancora in salita raggiungerà una malga poco distante e poi una terza. Gli altri saliranno un po’ per provare a raggiungere un rifugio. Sono in tre: uomini e provetti camminatori di montagna. Io, che di solito sono una personcina molto razionale, perdo per un attimo il contatto con i miei neuroni e mi trovo incamminata con i tre temerari.
Il sentiero sale, sale e basta, il terreno diventa di roccia, spesso di pietrisco instabile. Ogni tanto ci si ferma a recuperare fiato e idratazione: “Ma sì, dai che arriviamo in cima”. La prima volta che mi indicano il rifugio è talmente lontano che dico di sì ma mica lo vedo. Le chiazze di neve sono sempre più vicine finché una bella grossa ce la troviamo davanti. Da attraversare, certo.
Il rifugio ormai lo vedo anch’io ed è solo quando ormai manca meno di mezz’ora a raggiungerlo che mi viene una curiosità:
“Scusate, ma a che altitudine si trova questo rifugio?”
“2900 metri”
“No dai, seriamente, non può essere a 2900 metri. Il paese da cui siamo partiti è a 1600”
“Certo, infatti dicevamo prima in malga che 1300 metri di dislivello forse erano un po’ troppi, ma ormai ci siamo dai”.
Controllo la vertigine ripetendomi: “Strudel. In cima c’è lo strudel” ed incredibilmente, signori, arrivo in cima.
Mi sento tanto calabrone ciccione che non conosce le leggi della fisica e quindi vola comunque.
Al rifugio non avevano lo strudel ma ho fatto la felice conoscenza del Kaiserschmarren.
Al ritorno la parete di neve l’ho fatta tutta in scivolata sul culo, tratto che il garmin rileverà come unico rettilineo e velocità massima.
La discesa è sembrata ancora più lunga della salita ma alla fine sono arrivata.
L’intero apparato locomotore è dolorante. Però manca solo un giorno: il calabrone non si metterà a studiare fisica proprio adesso, no?

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Quarto giorno

È l’ultimo giorno e siamo rimasti in 7. Il percorso dovrà per forza essere breve per permettere a tutti di rientrare a casa.
Partiamo da Moso in Passiria diretti verso il Rifugio Montenevoso.
Il percorso è abbastanza semplice e invita alle chiacchiere che si mescolano, senza dare troppo fastidio, ai campanacci, al gorgoglìo dei ruscelli, al vento che scuote i cespugli di rododendri e ai fischi delle marmotte.
Il rifugio si trova a 2350 metri di altitudine ed è al centro di quel che resta di San Martino di Montenevoso, un piccolo villaggio di minatori che nei secoli scorsi hanno estratto da queste montagne rame, zinco e piombo.
Dopo lo strudel d’ordinanza si scende, un po’ mesti, verso le macchine: questa sera niente prelibatezze altoatesine in albergo, si torna a casa.
Anche a questo giro ho avuto compagni di viaggio straordinari: non li ho mai citati ma se tu che stai leggendo eri lì con me devi sapere che ti sono profondamente riconoscente.

In questi quattro giorni volevo riempirmi le gambe di salite, i polmoni di aria pulita e gli occhi di bellezza: ci sono decisamente riuscita. Temo di aver riempito anche il limite della pazienza di chi mi segue qui e me ne scuso. Credo di essere abbastanza brava a tenere per me delusioni, tristezze e preoccupazioni. Ma la felicità, quando mi prende, mi esplode dentro e devo raccontarla.

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