Essere mortale (Atul Gawande)

Essere mortale

Sono in un’eta in cui è abbastanza comune venire in contatto con i problemi legati all’età che avanza di genitori e suoceri, propri o di amici, e a tutte le riflessioni che riguardano il modo di avvicinarsi alla morte. Ed è abbastanza inevitabile, o almeno a me è successo così, che queste riflessioni vengano traslate dall’anziano o dal malato di cui ci si sta preoccupando, al proprio futuro: come affronterò la mia malattia, il mio diventare vecchia, il mio dover farmi aiutare nei gesti più semplici, il mio avvicinarmi alla morte?

So che ci sono persone che preferiscono evitare questo pensiero: questo libro non fa per loro.

Ma se invece siete tra quelli che ogni tanto ci pensano, si interrogano e non hanno già trovato tutte le risposte, allora questo è un libro, a mio avviso, utilissimo. L’autore è un medico statunitense, di origine indiana, che attinge esempi dai casi clinici che ha seguito ma anche dalla sua stessa famiglia per accompagnarci in una riflessione sul modo occidentale di considerare la morte, un momento che tendiamo a vivere come qualcosa di eccezionale ma che, con la nascita, è l’episodio più naturale, più ovvio e più inevitabile della vita di ciascuno di noi.

I progressi della medicina ci permettono di vivere molto a più a lungo e consentono di trovare soluzioni a piccoli e grandi fastidi. Ma può succedere che i medici, impegnati nell’allungare la nostra vita ad ogni costo, non si accorgano che il numero di giorni guadagnati non è sempre l’unico parametro da considerare. Che anche la qualità di quei giorni è importante.

Nella prima parte del libro si racconta anche di come, soprattutto negli Stati uniti, stia un po’ cambiando il concetto di Casa di Riposo, di vari esperimenti fatti nel tentativo lasciare agli anziani un minimo di autonomia che gli consenta di sentirsi vivi e di continuare a seguire i propri interessi.

Nella seconda parte si approfondisce il tema del fine vita. L’eutanasia è toccata di striscio, non è questo il tema principale. Piuttosto viene sottolineata l’importanza di affrontare con i propri famigliari questi argomenti che sono spesso un tabù: che cosa è davvero importante per te? Fino a che punto sei disposto ad affrontare disagi, dolori, impedimenti? Quali sono le attività che rendono la tua vita una vita che vuoi vivere? Le risposte qui sono diverse per ciascuno di noi e per ciascuno di noi cambiano nel tempo. Oggi per me potrebbe essere fondamentale la possibilità di muovermi sulle mie gambe ma non faccio fatica ad immaginare che, costretta su una sedia a rotella, potrei continuare ad essere io se solo avessi la possibilità di insegnare qualcosa, o di mangiare un gelato. Se fossi immobile in un letto, senza la possibilità di comunicare nè di gustare un cibo, e senza che ciascuna di queste funzioni abbia speranza di essere ripristinata, io non sarei più io. E, ci tengo a sottolinearlo, non è che la soluzione sia solo l’eutanasia. Anche in un paese come l’Italia c’è modo e modo di avvicinarsi alla morte per i malati di patologie gravi, dolorose, invalidanti.

Solo che spesso non lo sappiamo e, soprattutto, non vogliamo pensarci.

Indice di regalabilità: 3/5 (adatto a chi si trova ad occuparsi di un anziano o di un malato grave o a chi si interroga sul proprio fine vita)

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea dell’argomento e di come viene affrontato a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante. Chiedo scusa per la lunghezza dei testi che riproduco, non sono riuscita a limitarli più di così)


I progressi scientifici hanno trasformato l’invecchiare e il morire in esperienze mediche, in situazioni che devono essere gestite da professionisti del sistema sanitario. E tutti noi che lavoriamo nel mondo della medicina ci siamo rivelati inquietantemente impreparati a questo compito.

Un tempo per aiutarci a capire il mondo potevamo rivolgerci a una persona anziana. Oggi consultiamo Google e se abbiamo qualche problema con i computer chiediamo a un adolescente.

per la maggior parte delle nostre centinaia di migliaia di anni di esistenza – ad eccezione dell’ultimo paio di secoli – la vita media degli esseri umani è stata al massimo di trent’anni15. Per natura si moriva prima di arrivare alla vecchiaia. Anzi per la maggior parte della nostra storia, la morte è stata un rischio che incombeva assolutamente a tutte le età, senza particolari connessioni con l’invecchiamento.

Come scriveva Montaigne, osservando la vita nel tardo Cinquecento, «morir di vecchiaia è una morte rara, singolare e straordinaria, e tanto meno naturale delle altre; è l’ultima specie di morte, e la piú difficile»

Come gli ingegneri sanno ormai da tempo, i dispositivi semplici non invecchiano. Funzionano in modo affidabile fino al momento in cui un componente critico si guasta, decretando la morte all’istante dell’intero apparato. Un giocattolo a molla, ad esempio, funziona tranquillamente fino a quando un ingranaggio non si arrugginisce o la molla non si rompe, e a quel punto non si muove proprio piú. Ma i sistemi complessi, come potrebbe essere una centrale elettrica, devono funzionare e sopravvivere nonostante le migliaia di componenti critici potenzialmente fragili. Gli ingegneri quindi progettano queste macchine munendole di svariati livelli di ridondanza: di sistemi di riserva, e di sistemi di riserva per i sistemi di riserva. Ciò nonostante, man mano che i difetti del sistema complesso aumentano, arriva il momento in cui basta un solo difetto in piú a menomare l’intero insieme dell’apparato, portandolo in una condizione che chiamiamo di debolezza. Succede alle centrali elettriche, alle automobili, alle grandi organizzazioni. E succede a noi: alla fine un’articolazione di troppo si danneggia, un’arteria di troppo si calcifica. Le riserve sono esaurite. Ci consumiamo finché non resta piú niente da consumare.

Compito del medico, mi disse piú tardi Bludau, è sostenere la qualità della vita, espressione con cui intendeva due cose: la massima libertà possibile dalle devastazioni della malattia e la conservazione di un livello di funzionalità sufficiente per partecipare in modo attivo alle cose del mondo.

Se il sogno di tutti è vincere il tempo, l’ingrato compito del geriatra è farci accettare che non ne siamo capaci.

Questo è il risultato di una società che affronta la fase finale del ciclo dell’esistenza cercando di non pensarci. Ci ritroviamo con istituti che perseguono ogni tipo di obiettivo sociale – liberare i letti d’ospedale, alleggerire il carico che grava sulle famiglie, affrontare il problema della povertà tra gli anziani – tranne quello che importa a chi ci risiede: come condurre una vita che valga la pena vivere quando siamo deboli e vulnerabili e non sappiamo piú cavarcela da soli.

Una persona che rifiuta di fare le pulizie di casa con regolarità, che fuma sigarette e che mangia caramelle che le provocano una crisi diabetica e rendono quindi necessario il trasporto d’urgenza in ospedale è una vittima della trascuratezza o un archetipo di libertà?

che cosa rende la vita degna di essere vissuta quando siamo vecchi e fragili e incapaci di prenderci cura di noi stessi?

Apparentemente l’atteggiamento del personale era da imputare piú a incomprensione che a crudeltà, ma, come avrebbe detto Tolstoj, qual è in fin dei conti la differenza?

«Per noi vogliamo l’autonomia, per chi amiamo la sicurezza».

«Fanno la stessa vita che facevano nel loro quartiere, – diceva Carson dei suoi inquilini. – Continuano ad avere la possibilità di prendere decisioni per loro sbagliate, se vogliono».

Chiedono solo che sia loro consentito, nei limiti del possibile, di continuare a plasmare la storia del loro  essere al mondo: chiedono di fare scelte, di mantenere i contatti con il prossimo secondo le proprie priorità.

Nel 2008 il progetto nazionale Coping with Cancer ha pubblicato uno studio dove si dimostrava che i malati terminali di cancro sottoposti a ventilazione meccanica, defibrillazione elettrica o compressioni toraciche, o ricoverati in prossimità della morte in terapia intensiva, nell’ultima settimana avevano una qualità della vita di gran lunga peggiore rispetto a chi non riceveva questi interventi. E sei mesi dopo la morte, le persone che li avevano assistiti avevano il triplo di probabilità di cadere in una grave depressione.

Le persone gravemente ammalate hanno altre preoccupazioni oltre al semplice prolungamento della loro vita. Principalmente, come ci mostrano gli studi, vogliono evitare di soffrire, stare a piú stretto contatto con familiari e amici, mantenere la lucidità mentale, non essere di peso agli altri e riuscire a dare un senso di completezza alla propria esistenza. Il nostro sistema di assistenza sanitaria tecnologica si è dimostrato clamorosamente incapace di soddisfare queste esigenze, e il costo di questo fallimento non può certo essere misurato solo in denaro. Il problema, quindi, non è come riuscire a sostenere i costi dell’attuale sistema. Il vero problema è come costruire un’assistenza sanitaria che aiuti veramente le persone a ottenere ciò che è piú importante per loro alla fine della vita.

«Sta morendo?» mi chiese una sorella. Non sapevo che cosa rispondere. Non sapevo neanche che cosa poteva ancora significare la parola «morendo». Negli ultimissimi decenni la scienza medica non solo ha reso obsoleti secoli di esperienze, tradizioni ed espressioni legate alla nostra mortalità, ma ha posto l’umanità di fronte a un nuovo problema: come fare a morire.

La differenza tra l’assistenza medica tradizionale e quella dell’hospice non è che la prima cura e l’altra non fa niente, spiegò. La differenza risiede nelle priorità.

Abbiamo costruito un apparato da molti miliardi di dollari per dispensare l’equivalente sanitario dei biglietti della lotteria, mentre disponiamo soltanto di sistemi rudimentali per preparare i pazienti al fatto quasi certo che quei biglietti non saranno estratti. Il nostro progetto è la speranza, ma la speranza non è un progetto.

Pensiamo di poter tener duro fino a quando i dottori non ci diranno che non c’è piú niente da fare. Ma è raro che i dottori non abbiano piú niente da fare.

In altri termini, i pazienti che avevano concretamente discusso con i propri medici le preferenze relative all’ultimo periodo di vita avevano maggiori probabilità di morire in pace e con il controllo della situazione, e anche di risparmiare angosce ai familiari.

La morale che se ne può trarre è quasi zen: si vive piú a lungo solo quando si smette di cercare di vivere piú a lungo.

Ma Arnold mi aveva suggerito una strategia usata dagli specialisti in cure palliative quando devono discutere con i pazienti di brutte notizie: i medici «chiedono, rispondono, chiedono». Chiedono che cosa volete sapere, poi ve lo dicono, dopo di che chiedono che cosa avete capito di quello che vi hanno detto.

È questo che si deve intendere per avere autonomia: può succedere di non poter controllare le circostanze della vita, ma riuscire a essere l’autore della propria vita significa poter controllare quel che si fa con le circostanze che ci vengono date.

Nella vecchiaia e nella malattia sono necessari almeno due tipi di coraggio. Il primo è il coraggio di affrontare la realtà della mortalità: il coraggio di voler sapere la verità circa ciò che deve essere temuto e ciò che deve essere sperato. È una forma di coraggio già abbastanza difficile. C’è piú di un motivo per tirarsi indietro. Ma a sgomentare ancor di piú è il secondo tipo di coraggio: il coraggio di agire in base alla verità che abbiamo scoperto.

Fondamentalmente si tratta di un dibattito su quale sia l’errore per noi piú temibile, se quello di prolungare la sofferenza o quello di abbreviare una vita preziosa.

Dopo tutto il nostro obiettivo primario non è una buona morte, ma una buona vita fino alla fine.

La vita assistita è molto piú difficile della morte assistita, ma ha anche potenzialità straordinariamente piú grandi.

Ma qualunque cosa possiamo offrire, i nostri interventi, con i rischi e i sacrifici che comportano, sono giustificati solo se servono i piú vasti scopi della vita di una persona. Quando ce ne scordiamo, la sofferenza che infliggiamo può essere atroce. Quando lo teniamo presente, il bene che facciamo può far battere il cuore.

 

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Dodici ricordi e un segreto (Enrica Tesio)

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Attilio è un pensionato, ex maestro di scuola, vedovo.

Isabella è sua figlia, un’adulta fuori rimasta bambina dentro.

Aura è la figlia di di Isabella, ragazzina fuori e adulta dentro, per forza di cose.

La storia inizia con Aura ventenne che torna da una permanenza in Irlanda di un anno. Attilio ha una di quelle malattie bastarde che ti porta a diventare un estraneo anche per te stesso e ha fatto promettere alla nipote, prima che partisse, che non l’avrebbe mai più cercato: lei doveva essere la sentinella della versione migliore di quel nonno che le ha fatto da padre.

Quando Aura torna ha bisogno di punti di riferimento: la madre ha l’ennesimo nuovo compagno ma ad Aura manca il nonno. Nessuno le vuole dire dove sia ricoverato. E lei ne ripercorre gli ultimi pensieri lucidi in una serie di biglietti che trova nella casa in cui avevano abitato insieme.

Non posso dire molto di più della storia perchè ha senso solo se viene scoperta pian piano attraverso i personaggi che le danno vita, nell’esatto ordine che ha scelto l’autrice, che sembra ti stia raccontando una storia da niente, che stia giocando a intrecciare fili innocui e, improvvisamente, ti ritrovi in mano una bomba.

Ho riempito il libro (elettronico) di sottolineature ma me l’aspettavo perchè mi capita di sottolineare idealmente quasi tutto quello che l’autrice scrive sul suo profilo Facebook.

Ho finito la storia ieri, su un autobus, di mattina presto, voltandomi verso il vetro per non fare vedere che mi stavo commuovendo come una dodicenne (voi leggetelo e poi ditemi se non vi commuovete nella scena finale, esattamente quando lui risponde “Sì”). Ed è da ieri che continuo a chiacchierare con quei personaggi: Attilio, Aura, Isabella, ma anche Guglielmo, Beatrice, Sergio (uhm, lui non tanto), Marilù, Gemma: me li voglio tenere intorno ancora per un po’. Anche quello stronzo di Tomaso che alla fine scopri che non è stronzo neanche un po’.

Indice di regalabilità: 4,5/5 (è un libro semplice, anche se non banale.  Accompagna senza affaticare dalla prima all’ultima pagina, dando il ritmo con capitoli brevi. A tradimento regala folate di parole preziose che si impigliano nei pensieri.)

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)

Contento viene dal latino contenere, che è una parola che circoscrive, trattiene. Ma la felicità è un’altra cosa. Felix è una parola che si associa agli alberi, arbor felix si diceva sempre in latino, è felice l’albero che dà tanti frutti. Quindi che fa tanto. La felicità è fare tanto seguendo la propria natura, scoprire che tipo di frutto dare è l’obiettivo della nostra vita.

Sarebbe bello morire di cuore invece che di testa, sarebbe più sano.

Piangere non le era mai servito a far passare il male, ma l’aiutava a ingannare l’attesa.

L’amore è la scintilla che dà vita alle famiglie, quello che non sapevo è che la famiglia è il mostro di Frankenstein. Una forzatura, un organismo in perenne sindrome da rigetto: una gamba più lunga dell’altra, le parti maldestramente attaccate con qualche punto di sutura, eppure vivo e vitale, in movimento. Tocca accettarla per quella che è: un mostro, arrabbiato, tragico, innamorato, solo. A volte irresistibilmente comico.

Ma se Dio avesse dato importanza alla vita degli uomini, avrebbe reso più complicato il meccanismo della procreazione.

“Tuo padre pare abbia le idee molto chiare sul tuo futuro.” “È facile tenerle pulite le idee quando ne hai due in tutto.”

Una foresta che cresce non fa rumore, ma le radici sentono tutto benissimo.

La matematica ci insegna l’infinito, le lettere ci insegnano a dargli un nome. La filosofia ci mostra come aprire il mondo, la chimica e la fisica le combinazioni che lo chiudono. La storia ci prepara, la ginnastica ci allena. A cosa esattamente lo devi decidere tu

“Qualsiasi torto tu credi di aver subito non ti giustifica, bisogna essere gentili e tu non lo sei. La gentilezza è la vera rivoluzione, e tuo nonno è stato un grande rivoluzionario. Come credi che reagirebbe nel vederti così, armata fino ai denti, con quella faccetta da adolescente fuori tempo massimo?”

noi siamo la reazione a ciò che ci capita e fortunatamente non sappiamo mai cosa ci potrà capitare domani.

“Cerca di avere dei pensieri, non delle convinzioni”

Ci sono donne a cui fa paura il punto, a guardarlo da vicino è poi un buco nero, dà le vertigini. Lei invece ci si tuffa e riemerge nella pagina successiva,

Lei non è come le altre donne, lei è diversa, è costante e distante, il contrario di sua madre, che è discontinua e invadente.

 

Pastorale americana (Philip Roth)

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Anche questo è un consiglio che mi è stato proposto all’inizio del lungo periodo di immobilità. Di Roth avevo già letto e apprezzato “La macchia umana” e andavo quindi abbastanza sul sicuro.

La storia è ambientata a Newark, costa orientale degli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra e ha al centro lo Svedese, un tizio di quelli che lo vedi vivere e ti chiedi: “Ma perchè a lui va tutto bene?”: alto, bello, biondo (da cui il soprannome “Svedese”), da ragazzino è campione in qualunque sport si cimenti. E’ pure bravo scuola. E’ il più popolare, il punto di riferimento e  il motivo d’orgoglio di una comunità intera. Ma lui non se la tira. E’ sempre gentile, educato, precisino, rispetta le regole, sembra non spiegarsi tutta quella popolarità. Poi cresce, si fidanza con Miss New Jersey e, anche lei, non è una miss di quelle che potremmo immaginarci: quasi si scusa per la sua bellezza, non ne vuole sentire parlare, minimizza quando ci è costretta, riesce comunque a tenere testa al burbero futuro suocero e dopo il matrimonio si mette ad allevare mucche. Lo Svedese invece subentra al padre nella conduzione dell’azienda che produce guanti da donna e che prospera fino a diventare la migliore del Paese. Un successo dietro l’altro, senza mai una sbavatura, un’ambiguità, un volume alterato.

Ci penserà la figlia adolescente a portare tutta la rabbia, la violenza, la vergogna, le regole infrante, i toni sguaiati. E non importa quanto lo Svedese sia solido, paziente e saggio. La furia colpirà la sua famiglia mandandola in pezzi. E da quello squarcio uscirà uno Svedse disilluso, stanco e molto umano. E’ da quel momento in poi che non si riesce ad evitare di volergli bene.

E’ un libro intensissimo, talmente pieno di roba che è davvero difficile dire di cosa parli. Perchè intorno alla vita dello Svedese c’è la Storia e quindi c’è la guerra del Vietnam, ci sono i disordini razziali, le manifestazioni che mettono a ferro e fuoco la cittadina, gli attentati. C’è la tecnica minuziosa per la realizzazione di un paio di guanti come si deve. C’è l’antipatia tra due famiglie, una ebrea e l’altra cattolica, che vedono i propri rampolli fidanzarsi tra di loro. C’è la vita di un uomo corretto fino al midollo che di fronte al dramma cerca di salvare il possibile, fosse anche un solo minuscolo frammento.

Adoro il modo di scrivere di Roth, quelle descrizioni in apparenza superficiali che poi, nel corso di libro, si avvicinano a spirale sempre più al cuore del personaggio, della vicenda, del sentimento e quello che all’inizio sembrava banale alla fine stordisce di emozione.

Non mi è piaciuto il finale. Perchè non viene svelato nulla, tutto rimane lì, sospeso, nel giardino in cui alcuni dei personaggi stanno pranzando. 400 pagine a raccogliere fili di storie intrecciate, l’interesse portato ai massimi livelli e poi non si sa come va a finire niente. Ma per questo, lo so, devo prendermela con Nathan Zuckerman che si è inventato tutto e che però, ad un certo punto, si è stufato.

Indice di regalabilità: 3,5/5 (non adatto a chi preferisce letture semplici)

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato nel libro: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)

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l’ironia è una consolazione della quale non hai proprio bisogno quando tutti ti considerano un dio.
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ristorantini larghi tre tavoli e lunghi quattro lampadari,
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Quando, per qualche istante, smisi di parlare, sentii che le mie parole, anziché cadere nella rete della coscienza del mio interlocutore, finivano nel nulla che c’era nel suo cervello, andavano là e scomparivano.
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Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.
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Se ci meritiamo il tempo che fa.
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E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.
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È incontestabile che, nella vita, non c’è nulla che dia piú sollievo di uno scatto di legittima indignazione.
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Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso.
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Una prova di resistenza durata tutta la vita. Una prestazione eccezionale realizzata su un campo in rovina. Levov lo Svedese ha una doppia vita.
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La figlia che lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico,
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Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato
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Quando si soffre come soffriva lo Svedese, chiedergli di non farsi illudere dal sollievo di un momento, per dubbia che ne fosse la motivazione, sarebbe stato chiedere troppo.
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Oggi dobbiamo continuamente riqualificare il personale. Oggi la nostra economia è tale che la gente viene a lavorare qui e, se qualcuno le offre qualcosa per cinquanta cent in piú l’ora, se ne va.
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La riflessione, semplicemente, impallidiva davanti alla loro ignoranza. Erano onniscienti, e senza neanche pensare.
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con l’aria di una persona la cui tragedia era di non essere mai stata la figlia di nessuno.
in quel caso non avrebbe urlato “papà papà”
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Quando si tratta di conforto, è sempre il fratello sbagliato, il padre sbagliato, la madre sbagliata, la moglie sbagliata, che è la ragione per cui uno deve accontentarsi di consolarsi da solo ed essere forte e tirare avanti consolando gli altri.
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Perché uno decide, nel bel mezzo delle tue piú acute sofferenze, che è venuto il momento di scaricarti addosso, sotto forma di analisi del carattere, il disprezzo che in tutti questi anni ha nutrito per te? Cosa c’è, nelle tue sofferenze, che rende cosí smaccata, cosí grande, la sua superiorità, che rende cosí piacevole esprimerla?
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Io voglio stare dove mi piace e non voglio stare dove non mi piace. Non è questo che significa essere americani?
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È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.
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La gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: – Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non piú di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero.

L’uomo che metteva in ordine il mondo (Fredrik Backman)

L'uomo che metteva

E’ il primo libro che mi è stato consigliato all’indomani della frattura al malleolo, in vista del lungo periodo di inattività forzata.
In quei giorni di dolore, di tentativi maldestri di raggiungere livelli minimi di autonomia e di preoccupazione di non poter tornare a correre, questa lettura è riuscita a portarmi altrove.
In Svezia, esattamente.
Dove ho incontrato Ove, un signore di 59 anni.
La prima cosa importante da sapere, di Ove, è che guida una Saab. Ha sempre guidato solo Saab. E quando si scopre perchè un po’ ci si commuove.
All’inizio Ove ti fa salire il nervoso: lo trovi in un negozio di computer mentre fa impazzire un commesso. In realtà lui è pedante e scorbutico un po’ con tutti: con chi non fa la differenziata come si deve, con i padroni stupidi di cagnolini isterici che gli fanno la pipì in giardino, con chi non sa parcheggiare in maniera digntosa.
Ogni mattina si alza e fa il giro del quartiere a controllare tutto. E se ti becca a fare qualcosa contro il regolamento sono dolori.
Non è solo pedante, è proprio antipatico: non saluta, non ti guarda in faccia, ti risponde solo se gli fai una domanda intelligente e, comunque, a monosillabi.
C’è anche un gatto spelacchiato che ha iniziato a seguirlo, non si capisce bene da dove sia sbucato, ma sembra impermeabile ai tentativi di Ove di liberarsene.
Ma Ove sembra volersi liberare proprio di tutti e di tutto.
In realtà lui vorrebbe proprio togliere il disturbo in maniera definitiva e raggiungere la sua adorata moglie morta qualche anno prima.
Ma anche per un precisino come lui, che disdice gli abbonamenti e i contratti delle utenze, che pulisce casa da cima a fondo, che prepara una busta con i documenti più importanti, insomma, anche per lui suicidarsi non è così semplice. Perchè succede sempre che qualcuno venga a chiedergli aiuto. E a lui tocca, brontolando e sacramentando, interrompere tutto e sistemare quel che va sistemato.
Perchè lui è così, non può lasciare niente fuori posto. E’ l’uomo che metteva a posto il mondo.

E’ uno dei libri che mi ha coinvolto di più negli ulimi tempi. Un libro in cui ti trovi a sghignazzare su una pagina e a commuoverti in quella dopo e a ridere di gusto in quella dopo ancora. Alla fine vorresti tanto, tantissimo, che Ove fosse il tuo vicino di casa per correre a suonare il suo capanello: sai già che ti guarderebbe di traverso e di risponderebbe in malo modo, sai benissimo che da lui non avresti mai un sorriso né una parola gentile. Ma è Ove. E va benissimo così.

Indice di regalabilità: 5/5

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato nel libro: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)


Non è la corsa in sé a dare sui nervi a Ove, nient’affatto. Gli va benissimo che le persone facciano jogging. È solo che non capisce perché si debbano dare tutte quelle arie. Che vadano lenti o rapidi, corrono tutti con un sorriso saccente stampato in faccia, come se combattessero contro un enfisema. Quarantenni smidollati e superbi: con le loro corsette non fanno altro che urlare al mondo di non saper fare un accidenti. Ed è proprio necessario vestirsi come un ginnasta romeno di dodici anni, per farlo? Bisogna assomigliare a una squadra olimpica di slittino, solo perché si esce a trottare senza meta per tre quarti d’ora?

Davanti a sé, sul pavimento del soggiorno, Ove ha la sua piccola cassetta degli indispensabili. A casa loro è sempre andata così: tutte le cose comprate dalla moglie di Ove sono “carine” o “simpatiche”, tutte quelle comprate da Ove sono “indispensabili”. Hanno una funzione e servono a uno scopo preciso. Ove le conserva in due cassette diverse: la grande e la piccola. Quella piccola contiene viti, chiodi, tasselli, chiavi a tubo e altre cose simili. Ormai la gente non ha più in casa gli attrezzi indispensabili. La gente, ormai, possiede solo cazzate. Venti paia di scarpe, ma non uno straccio di calzascarpe. Forni a microonde e computer e televisori a schermo piatto, ma non uno straccio di tassello decente.

«Sensori di retromarcia, assistenti di parcheggio, videocamere e stronzate varie. Un uomo che ha bisogno di tutta ’sta roba per spostare un rimorchio in retromarcia non dovrebbe neanche pensare di spostarlo, un rimorchio in retromarcia, per la miseria.»

Forse gli uomini della sua generazione non erano stati preparati a sufficienza per vivere in un mondo in cui tutti parlano di fare le cose, ma in cui sembra che farle non abbia alcun valore.

La gente, ormai, spala la neve a caso, avanzando come un rullo compressore. Sembra che nella vita conti solo questo: farsi strada.

Ove, infatti, è il genere di uomo che, quando non sa bene dove andare, si limita a procedere, nella ferma convinzione che prima o poi la sua destinazione si manifesterà come d’incanto.

Tiene in mano un piatto di carta con due panini e sorride cauto a Ove. Ove si limita a rispondere con un cenno del capo, come se volesse fargli sapere che, anche se non ha intenzione di ricambiarlo, il sorriso è stato ricevuto.

Gli uomini come Ove e Rune appartenevano a una generazione nella quale si era ciò che si faceva, non ciò che si diceva,

“Amare una persona è come traslocare in una casa nuova” diceva sempre Sonja. “All’inizio ci si innamora senza riserve: ogni mattina ci si stupisce del fatto che tutto ci appartenga, come se si temesse che, all’improvviso, qualcuno possa irrompere dalla porta annunciando che si è verificato un grave errore e che non era previsto che si abitasse in un luogo così bello. Con il passare degli anni, però, le facciate si consumano, il legno si scheggia qua e là. Non si è più sopraffatti dallo stupore ogni mattina, e si comincia ad amare la casa non tanto per quel che è perfetto, quanto per quel che non lo è. S’impara a conoscerne ogni angolo e centimetro: come evitare che la chiave si blocchi nella serratura quando fuori gela, quali assi del parquet affondano leggermente quando le si calpesta, e come aprire le ante del guardaroba senza farle cigolare. Tutti quei piccoli segreti che rendono la casa nostra, e di nessun altro.”

Perché la più grande paura legata alla morte è che ci passi accanto. Che si prenda chi amiamo. E che ci lasci soli.

Il cervello affamato (Stephan J. Guyenet)

ilcervelloaffamato

E’ il libro che mi ha convinta ad acquistare il kindle, lungo un percorso che è partito dallo scaricare l’estratto, è proseguito lungo la lettura sul telefono e si è concluso la mattina di un Prime day.
A parte questo, è un libro che ha catturato la mia attenzione fin dalle prime pagine e non l’ha più mollata fino alla fine.
Si tratta di un testo divulgativo, comprensibile ma non sempre semplicissimo: molte parti, soprattutte quelle più legate all’anatomia, alle reazioni chimiche e alle interazioni ormonali non le ho ovviamente capite. Ma resta il tipo di testo che prediligo: serio, rigoroso, senza proclami, pieno di citazioni ad altri lavori e di riferimenti ad esperimenti scientifici svolti lungo un periodo lunghissimo. Si parla di ipotesi, di verifiche, di controverifiche, di fallimenti: tutto per capire perchè cerchiamo cibo anche quando il nostro corpo ha già assunto tutti i nutrimenti di cui ha bisogno per funzionare e stare bene; perchè dopo che abbiamo mangiato fino allo sfinimento ma ci offrono una fetta di torta ci troviamo a rispondere di sì; perchè alcune persone mangiano il doppio di noi e sono grasse la metà; perchè per la maggior parte di noi è più facile ingrassare che dimagrire; quanto influiscono l’attività fisica, il sonno, lo stress ma soprattutto PERCHE’.
Adoro quando mi spiegano il perchè, in modo dettagliato, logico, senza polemiche e senza ritenere di possedere l’unica verità. Alla fine l’autore lo dice chiaramente: restano un sacco di dubbi, di aspetti da verificare e da scoprire. Ma il dubbio, secondo me, è un indice di affidabilità sia nelle persone che nei libri.
E’ un testo che consiglio a tutti coloro che sono interessati all’alimentazione da un punto di vista un po’ più ampio rispetto al semplice desiderio di indossare dignitosamente un costume da bagno. A chi, come me, perde la testa di fronte alla complessità e alla meravigliosità (esiste “meravigliosità”?) del corpo umano, di come funziona, del perchè (di nuovo) funziona così.
In genere, quando trovo un libro che mi appassiona, vorrei consigliarlo a tutti.
Questo no. Ci sono molte persone che non dovrebbero sprecare nemmeno un minuto del loro tempo per leggerlo:
– non è adatto a chi cerca una nuova dieta, un nuovo stile alimentare, trucchi per dimagrire più o meno in fretta, alimenti buoni e alimenti cattivi: non troverà niente di tutto questo o, perlomeno, niente che non sappia già.
– non è adatto a chi ha già una propria idea radicata, un proprio stile alimentare, creato magari nel tempo e con tanta informazione, e che in genere valuta l’affidabilità di notizie su questo tema solo in base a quanto aderiscono alle proprie convinzioni
– non è adatto agli animalisti: la maggior parte degli esperimenti descritti sono stati fatti sugli animali, soprattutto topi. Alcuni di questi esperimenti sono particolarmente crudi.
– non è adatto a chi va di fretta e cerca risposte brevi e semplici. Se la risposta fosse breve e semplice avremmo tutti la stessa taglia, la 38.

Indice di regalabilità: 2/5

(Riporto di seguito alcune parti che ho sottolineato (vedi la comodità del kindle? non devo nemmeno ricopiarle!): possono magari essere interessanti per qualcuno ma considerate sempre che una frase tolta dal suo contesto è sempre da prendere con almeno tre paia di pinze.)


Proprio come le droghe, queste sostanze alimentari possono non causare assuefazione fino a che non vengono processate, estratte, altamente raffinate e concentrate da moderni processi industriali; intanto, combinazioni di queste sostanze simili al cibo potrebbero aumentare in modo notevole le loro qualità che creano dipendenza.

la moderna tecnologia alimentare ci ha permesso di massimizzare le proprietà di rinforzo del cibo, rendendolo più attraente che mai nella storia umana.

«se trovate qualcosa di estremamente soddisfacente e il vostro controllo degli impulsi è scarso, siete in un mare
di guai».

Nei 2,6 milioni di anni da quando il nostro genere Homo è emerso, siamo stati cacciatoriraccoglitori per il 99,5 per cento del tempo, contadini legati a un’agricoltura di sussistenza per lo 0,5 per cento circa, e industrializzati per meno dello 0,008 per cento. Il nostro attuale sistema alimentare ha meno di cento anni, un tempo neppure minimamente sufficiente agli esseri umani per adattarsi geneticamente

il cibo di scarso gradimento della dieta avrebbe potuto abbassare il loro set point dell’adiposità.

Lo studioso affermò che i volontari che seguivano il regime a base di liquidi «avevano volontariamente ridotto la loro assunzione ed erano sempre di buonumore», mentre il gruppo che seguiva la dieta basata su una ridotta dimensione delle porzioni «doveva continuamente combattere il senso di appetito e sognava il cibo di notte».
Nei volontari che seguivano il regime a base di liquidi la risposta all’inedia non si manifestò mai. Cabanac concluse che negli esseri umani la gradevolezza della dieta influenza il set point del lipostato.

Sembra che l’attività fisica aiuti a mantenere il lipostato soddisfatto a un set point inferiore.

Mentre possediamo già le competenze tecniche per lavorare geneticamente sull’essere umano, e magari manipolarne direttamente i circuiti cerebrali che controllano l’alimentazione, al momento non lo riteniamo etico.

«Quando abbiamo fame, il nostro organismo non desidera cibo sano»,

non è azzardato immaginare che mangiare cibi gustosi possa bloccare i neuroni dell’nts che ci fanno sentire sazi.

se nel mondo di oggi una persona è magra o grassa, questo ha a che fare meno con ingordigia e forza di volontà e più con la roulette genetica21. Se desideriamo essere magri, la strategia più efficace è sceglierci con cura i genitori.

Finora i ricercatori hanno identificato circa cento geni che influenzano l’obesità, tuttavia questi geni, presi insieme, spiegano meno del 3 per cento delle differenze nell’adiposità delle persone.

Nonostante alcuni geni siano collegati ad altri processi, come il metabolismo dei grassi, la maggior parte di questi esercita la sua influenza sul cervello

le differenze genetiche nella funzione cerebrale siano la ragione principale per cui alcune persone sono più grasse di altre.

Questo ci porta a una conclusione fondamentale circa i geni responsabili dell’obesità: nella maggior parte dei casi, non ci fanno ingrassare, ma ci rendono semplicemente sensibili a un ambiente che ci fa prendere peso.

«la genetica carica la pistola, ma poi è l’ambiente a premere il grilletto».

Qualche fortunato è geneticamente così immune all’obesità che la svilupperà difficilmente, qualsiasi siano le circostanze che lo circondano. Altri sono così sensibili da poter sviluppare un eccesso di grasso perfino in un ambiente molto salutare. Per il resto di noi, invece, l’ambiente in cui viviamo ha un impatto fondamentale sul nostro peso.

Essenzialmente, se non dormiamo abbastanza, il nostro lipostato ritiene, erroneamente, che abbiamo bisogno di maggior energia, cosa che attiva il sistema del cibo come ricompensa e ci fa mangiare di più pur senza volerlo e, spesso, senza nemmeno accorgercene.

se non dormiamo a sufficienza siamo prigionieri dei nostri impulsi

Poiché la luce blu controlla la secrezione di melatonina, durante la notte i livelli di melatonina sono particolarmente sensibili alla luce. La luce blu artificiale, come quella emessa da lampadine, computer, televisioni e telefoni cellulari, reprime i livelli di melatonina in quel momento della notte in cui dovrebbero invece aumentare.

Il nostro corpo si prepara a difendersi da un orso grigio, anche se la vera minaccia è costituita da un foglio Excel.

La semplice aritmetica suggerisce che gli sforzi, senza grande determinazione, non daranno risultati.

Fragomeni: quando un personaggio ti esce da un libro per salire su un ring.

Ieri sera ho guardato in tv, per la prima volta, un intero incontro di pugilato. Una di quelle cose che mai avrei creduto di poter e voler fare.

La spiegazione di un comportamento così insolito da parte mia è abbastanza semplice: un paio di settimane fa ho presentato Valerio Esposti, l’autore della biografia di Giacobbe Fragomeni, il pugile che ieri sera è salito sul ring per il titolo WBC silver dei massimi leggeri, qualunque cosa voglia dire.

La storia di Fragomeni, raccontata da Esposti in “C’era una volta il buio“, mi aveva colpita. Che importa se il pugilato non l’ho mai capito: volevo vedere come si muoveva, come guardava, come reagiva l’uomo di cui avevo letto in quel libro. Curiosità e voglia di sostenerlo in qualche modo, anche se così a distanza.

La diretta è iniziata alle 21 con altri incontri. Fragomeni è salito sul ring alle 23. Ho avuto il tempo di capire un po’ come funzionava: le riprese a tempo fisso, i ganci, i destri, i sinistri, i cartellini, i giudici, i punti. Sembrava tutto meno impressionante di quel che temevo: nessun ko, nessun orecchio strappato a morsi e niente sangue a fiotti.

Fragomeni ha affrontato Silvio Branco, un altro pugile over 40. Per entrambi il match rappresentava il punto di svolta: lo sconfitto avrebbe probabilmente concluso lì la sua carriera.

I due pugili si sono affrontati per 12 riprese da tre minuti ciascuna. Non capisco niente di pugilato (l’ho già detto?) e questo sport non mi ha certo conquistata ieri sera. Ma la mia curiosità è stata soddisfatta sia nel vedere i due pugili combattere sia nell’osservarli tra una ripresa e l’altra, seduti al proprio angolo, con i loro preparatori che li incoraggiavano e li tranquillizavano.

Il commentatore ripeteva che l’incontro era molto equilibrato, corretto ed emozionante.

Il semplice fatto che entrambi siano rimasti in piedi mi ha tolto l’unico elemento che poteva aiutarmi a capire chi avesse vinto. Ho passato le ultime riprese ad aspettare il momento finale, quando l’arbitro si sarebbe messo al centro del ring ed avrebbe alzato il braccio del vincitore: se fosse stato quello tatuato di Fragomeni avrei esultato anch’io, perchè sarebbe stata la vittoria di uno che un po’, ormai, conoscevo anch’io.

Alla fine ero fiera di me per essere riuscita a guardare due che si prendevano a pugni per 12×3=36 minuti di fila. Il mio divano potrebbe rivelare che ho anche un po’ incitato il pugile milanese ma io sono pronta a smentire. L’ultimo gong avrebbe dovuto chiudere il momento delle scazzottate e dare il via ai festeggiamenti per il vincitore ed alle pacche sulle spalle per lo sconfitto.

Non è andata così.

Dopo l’ultimo gong hanno iniziato a menarsi di brutto. Quelli senza guantoni e paradenti. E a differenza dei pugili che ad ogni intervento dell’arbitro durante l’incontro si ritiravano in buon ordine e quasi si chiedevano scusa, quelli non hanno sentito ragione. Ad un certo punto sul ring c’erano i due pugili con le braccia abbassate e degli sguardi a forma di punto di domanda mentre intorno a loro un sacco di altra gente si azzuffava e si insultava. Loro, Fragomeni e Branco, forse erano stanchi o forse hanno pensato che non ne valesse la pena: si sono rivestiti e se ne sono andati.

Insomma, la prima volta che seguo un incontro dall’inizio alla fine e non so neanche chi ha vinto. Ma che importa, non ero davanti alla tv per quello.
Volevo vedere un personaggio che avevo incontrato in un libro e volevo un po’ ricredermi sul mondo dei pugili.

Fragomeni mi ha accontentata. Il contorno un po’ meno.

Dal sito della Gazzetta dello Sport: Fragomeni batte Branco. Ma sul ring è caos totale.

 

Le bondosas (José Saramago)

“Non c’è allora altro rimedio che quello del serpente: abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, lasciarla a terra, tra i cespugli, e passare all’età successiva.

La vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere”

(Il racconto è tratto da “Di questo mondo e degli altri”, ed. Einaudi)