Referendum

Credo molto nell’importanza del voto, di quello consapevole, di quello che ti costringe ad informarti, a pensare, a valutare le possibilità. Credo nell’importanza del voto anche quando, e mi capita spesso, quello che scelgo dopo tanto esplorare e tanto vagliare non è la scelta della maggioranza.
Credo nell’importanza del mio voto in quanto donna, perchè è da poco che noi donne possiamo dire la nostra e secondo me si potrebbe fare la differenza, dovremmo solo convincerci un po’ di più.

Sono sempre andata a votare, anche quando si trattava di scegliere il meno peggio ed il meno peggio non riuscivo a vederlo, anche quando sono stata chiamata a informarmi su argomenti lontani dalla mia capacità di comprensione quanto una piattaforma petrolifera.

Non ho mai voluto essere contata tra i distratti, tra gli indifferenti, tra quelli dei calcoli e controcalcoli, tra quelli del “Fate voi, tanto siete tutti ladri”.

Ma questo referendum mi fa alzare le braccia. Mi arrendo.

Non andrò a votare perchè mi sento trattata da stupida da chi spende i miei soldi facendo finta di chiedere la mia opinione, facendomi una domanda inutile, a cui posso rispondere in un solo modo per poi prendere la mia risposta e servirsene per rafforzare linee di pensiero che non condivido.

No, questa volta non ci sto. E non ci sto con rabbia e delusione, perchè vedo il mio diritto di voto ridicolizzato e strumentalizzato come mai prima d’ora.

Forse sto solo invecchiando, forse con gli anni avanza pure il disincanto ed è normale. Però così è davvero troppo anche per un’ingenua ed un’idealista come me, una a cui brillavano gli occhi all’idea di partecipare al primo voto elettronico.

E vabbeh, mi terrò la curiosità.

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Peso specifico

“Mamma, secondo me ti è diminuito il peso specifico”.

Illusa dalla presenza della parola “peso” e del verbo “diminuire” nella stessa frase gli chiedo maggiori spiegazioni.

“Ho l’impressione che il peso sia lo stesso ma il volume sia aumentato”.

Tu falli studiare.

Prospettiva.

Da qualche minuto accarezzo i riccioli biondi che si formano alla base di una nuca spingendomi cauta anche verso le spalle larghe e le braccia forti.

Era molto tempo che non ti lasciavi toccare: che il tempo delle coccole fosse finito ce ne siamo accorti insieme tempo fa. Tu hai iniziato a guardare oltre ed io ho allargato le braccia per non intralciare alcun battito d’ala.

Ringrazio in silenzio le coniche che ti hanno dato del filo da torcere nell’ultima verifica di matematica. Sei venuto a parlarmene e trovandomi sdraiata a letto con un libro ti sei sdraiato a tua volta, mi hai girato la schiena ed hai continuato a parlare di fuochi, di vertici e di tangenti, costringendomi ad avvicinarmi a te per vedere gli appunti oltre le tue spalle. Mi sono trovata a millimetri da una nuca che riconoscerei ad occhi chiusi. E li chiudo davvero, gli occhi, per non perdere nulla di questo profumo in cui mi sono tuffata per anni e che adesso annuso discreta, riconoscendo scie di dolcezza in quello che è ormai odore di uomo.

Da quanto non vedevo la tua nuca da questa prospettiva.

E’ l’ultima volta, lo so.

I prossimi occhi di donna che si impiglieranno tra questi ricci non saranno i miei.

Primavera

2014-03-12 13.36.37_1Dovresti cambiare vestito anche tu, comprare qualcosa di leggero e colorato.

Raddrizzare le spalle, allargare le braccia, ridere.

Dovresti liberarti da quella zavorra di abiti e pensieri che ti fanno apparire così seria, così vecchia, così pesante.

Dimenticare la neve e tirare fuori i fiori più delicati, senza pensare a quanti ne hai già persi.

Dovresti fare come gli alberi: aspettare che il freddo passi e innamorarti ad ogni primavera.

Se solo tu avessi radici.

Se solo tu non avessi memoria.

Frammento di discorso con adolescente.

Può succedere che un adolescente maschio, dal carattere riservato, figlio tuo, improvvisamente ti rivolga la parola buttandoti lì un “Sono un po’ arrabbiato”. Di solito non comunica mai, non a te, le sue emozioni e i suoi sentimenti. Quindi si tratta chiaramente di un’esca e tu sai che te la devi giocare bene: non avrai possibilità di recupero e stai rischiando in pochi minuti la sua stima, la sua confidenza e la tua salute mentale delle prossime settimane.
Ripassi quindi velocemente tutto quello che hai imparato dalle conversazioni precedenti: sai che le prime sue risposte proveranno a depistare e a scoraggiare; ti appunti di dimostrare attenzione ma anche grande tranquillità; fai due passi indietro; imposti gli occhi affinchè non sfugga nulla e le orecchie perchè captino anche suoni e sospiri di frequenza inferiore ai 20 Hz (che mi dicono sia la soglia minima udibile da orecchio umano, ma quello di un genitore secondo me scende tranquillamente anche a 10Hz); ricordi di non dare alcun giudizio ma di lanciare ipotesi come se piovesse; respiro profondo e vai.

“Sono un po’ arrabbiato”

“Che è successo?”

“Niente”

“…”

“E’ la scuola che mi impegna molto”

“Allora forse non sei arrabbiato. Forse sei stanco”

“No, non è tanto quello. Sono arrabbiato”

“Di solito ci si arrabbia quando qualcosa va storto. Mi sembra che a scuola vada tutto bene. Non è neanche periodo di verifiche”

“Sì ma spiegano tutto il tempo”

“Non capisco, è questo che ti fa arrabbiare?”

“Sì”

“Scusami, ma non riesco a capire”

“Mentre sto seguendo la lezione e prendo appunti i miei compagni chiacchierano”

“Forse ho capito, sei arrabbiato perchè i compagni ti disturbano mentre cerchi di seguire la spiegazione?”

“No, no”

“E allora cosa c’è?”

“E’ che…, beh, vorrei partecipare anche io alle chiacchiere dei mie compagni”

“Durante la lezione?”

“Sì, mi interessa quello che dicono, voglio partecipare, non restare fuori dai discorsi”

“Capisco”

“Ma non voglio neanche perdere la lezione”

“Pensavo che i prof non permettessero di parlare durante la lezione”

“Alcuni. Altri invece, come quello di matematica, dice che se parliamo sono cavoli nostri, a lui non interessa”

“Non ha tutti i torti”

“Sì però così i miei compagni parlano e io vorrei seguire sia quello che dice il prof sia quello che dicono i miei compagni”

“Se segui la lezione sarai gratificato da un voto migliore, oltre che dal fatto di riuscire a seguire meglio anche gli argomenti successivi”

“Anche partecipare ai discorsi dei miei amici mi gratifica molto”

“Non riesci a trovare un altro momento? Il cambio dell’ora, l’intervallo, il pomeriggio a casa con whatsapp…”

“Sì certo, ma intanto mi perdo i pezzi”

” E ti arrabbi…”

“Sì. Anzi no. Forse non è rabbia”

“Cos’è?”

“A pensarci meglio credo di essere un po’ triste”

(rumore di un Twix che viene scartato)

La conversazione è poi proseguita un po’ più liscia e un po’ più adulta.
Questa volta credo di aver superato la prova.
Gli adolescenti sono un mondo meraviglioso quando riesci a farti aprire la porta.

Colazione al bar.

Stamattina sei uno splendore, anni spariti nel volgere di una notte, insieme a tensioni, nervosismi e, sarei pronta a giurare, anche qualche brufoletto. Ti muovi agile dal banco del bar al nostro tavolino dove depositi la mia spremuta ed il tuo cappuccino. Convenzione vorrebbe che io ti chiedessi “Com’è andata?” ma guardati, ogni centimetro di te fischietta che è andata benissimo.

Mi guardi con gli occhioni  da sotto in su e scuoti la testa sorridendo. Perchè lo sai che cosa sto pensando.

Mi appoggio allo schienale della sedia mentre ripenso a tutti i discorsi fatti fino a ieri, la tua decisione di non vederlo più, la tua rabbia per il modo in cui quell’uomo si affaccia di tanto in tanto nella tua vita, il tuo non riuscire a dirgli “mai più”, questa storia clandestina che dura da dieci anni. Hai passato giorni a raccontarmi per filo e per segno che tu non sei così, che è un ruolo che non vuoi e che poi ormai sei vecchia per queste cose.

Chissà perchè hai scelto me come unica confidente di questo aspetto della tua vita, io che non posso darti nessun consiglio, che non ho niente di analogo su cui offrirti un confronto. Sospetto ti diverta la mia espressione stupita e imbarazzata allo stesso tempo.

Invidio la luce negli occhi che hai adesso e quel modo di muoverti che afferma la tua indipendenza da qualunque giudizio. Stamattina te ne freghi di essere una che ha passato la serata con un uomo sposato, esattamente come te ne freghi dei grassi idrogenati nella seconda brioche al cioccolato che ti stai divorando.

E lo so che dovrei fare la voce della tua coscienza e dirti che è sbagliato, che non puoi ricadere in questo vortice, che anche biologicamente non hanno più molto senso queste fughe con l’impianto di bugie a sostenerle, senza parlare del picco glicemico che ti devasterà tra mezz’ora.Ti dovrei ricordare come ti sentivi frustrata fino a ieri pomeriggio quando speravi che lui ti avvertisse all’ultimo di un impedimento. Ma stamattina tra un principio e la felicità, rarissima, di una persona a cui voglio bene non riesco a scegliere il primo. Tutto il mio bigottismo non basta, nemmeno lui, a dirti che sono dieci anni che fai la scelta sbagliata.

Ci alziamo e ci avviamo verso le nostre rispettive giornate, mentre dentro di me quello che è giusto e quello che non lo è si mescolano sui confini, prendendo un po’ il colore profondo dei tuoi occhi e la forma di quel tuo sorriso che, sono sicura, è la causa principale dello spicchio di sole che ci accoglie all’uscita del bar.

Non-luoghi

L’appuntamento è a pochi metri da casa mia. Mi vieni incontro fumando una sigaretta.

L’imbarazzo del saluto, l’indecisione sul bacio, l’abbraccio od il sorriso subito risolta dal mio scusarmi per il ritardo e dalle parole che iniziano ad uscire per raccontarti i recenti impegni che mi stanno sommergendo ed entusiasmando allo stesso tempo.

Saliamo in macchina per raggiungere quello che chiamiamo già “il solito posto” anche se è la prima volta che ci torniamo. E poi mangiamo una pizza, io cedo anche al dolce: qualunque cosa purchè questo incontro duri ancora un po’.

Parliamo di figli e genitori, di ingegneria e di didattica, parliamo di caldaie e di incentivi, di non-luoghi antichi e nuovi, di politica e di immigrati, di scienza e di religione (“La scienza ne sa talmente poco che per Dio c’è ancora tutto lo spazio che si vuole”).

Parliamo di vecchie conoscenze perchè di nuove non ne abbiamo e siamo un po’ stanchi mentre ce lo diciamo o forse solo un po’ più consapevoli di aver superato quel tratto di strada che ci ha fatti incontrare.

Non so cosa ti ho appena detto, tu inclini un po’ la testa, fai una smorfia e mi dici “Questo raccontalo a qualcun altro che io ti conosco”. Abbasso gli occhi per l’imbarazzo e per la novità: non sono abituata ad essere stanata così.
Li risollevo per il piacere che ci sia riuscito tu.