Francamente

Categoria: Parole

Peso specifico

“Mamma, secondo me ti è diminuito il peso specifico”.

Illusa dalla presenza della parola “peso” e del verbo “diminuire” nella stessa frase gli chiedo maggiori spiegazioni.

“Ho l’impressione che il peso sia lo stesso ma il volume sia aumentato”.

Tu falli studiare.

Prospettiva.

Da qualche minuto accarezzo i riccioli biondi che si formano alla base di una nuca spingendomi cauta anche verso le spalle larghe e le braccia forti.

Era molto tempo che non ti lasciavi toccare: che il tempo delle coccole fosse finito ce ne siamo accorti insieme tempo fa. Tu hai iniziato a guardare oltre ed io ho allargato le braccia per non intralciare alcun battito d’ala.

Ringrazio in silenzio le coniche che ti hanno dato del filo da torcere nell’ultima verifica di matematica. Sei venuto a parlarmene e trovandomi sdraiata a letto con un libro ti sei sdraiato a tua volta, mi hai girato la schiena ed hai continuato a parlare di fuochi, di vertici e di tangenti, costringendomi ad avvicinarmi a te per vedere gli appunti oltre le tue spalle. Mi sono trovata a millimetri da una nuca che riconoscerei ad occhi chiusi. E li chiudo davvero, gli occhi, per non perdere nulla di questo profumo in cui mi sono tuffata per anni e che adesso annuso discreta, riconoscendo scie di dolcezza in quello che è ormai odore di uomo.

Da quanto non vedevo la tua nuca da questa prospettiva.

E’ l’ultima volta, lo so.

I prossimi occhi di donna che si impiglieranno tra questi ricci non saranno i miei.

Primavera

2014-03-12 13.36.37_1Dovresti cambiare vestito anche tu, comprare qualcosa di leggero e colorato.

Raddrizzare le spalle, allargare le braccia, ridere.

Dovresti liberarti da quella zavorra di abiti e pensieri che ti fanno apparire così seria, così vecchia, così pesante.

Dimenticare la neve e tirare fuori i fiori più delicati, senza pensare a quanti ne hai già persi.

Dovresti fare come gli alberi: aspettare che il freddo passi e innamorarti ad ogni primavera.

Se solo tu avessi radici.

Se solo tu non avessi memoria.

Frammento di discorso con adolescente.

Può succedere che un adolescente maschio, dal carattere riservato, figlio tuo, improvvisamente ti rivolga la parola buttandoti lì un “Sono un po’ arrabbiato”. Di solito non comunica mai, non a te, le sue emozioni e i suoi sentimenti. Quindi si tratta chiaramente di un’esca e tu sai che te la devi giocare bene: non avrai possibilità di recupero e stai rischiando in pochi minuti la sua stima, la sua confidenza e la tua salute mentale delle prossime settimane.
Ripassi quindi velocemente tutto quello che hai imparato dalle conversazioni precedenti: sai che le prime sue risposte proveranno a depistare e a scoraggiare; ti appunti di dimostrare attenzione ma anche grande tranquillità; fai due passi indietro; imposti gli occhi affinchè non sfugga nulla e le orecchie perchè captino anche suoni e sospiri di frequenza inferiore ai 20 Hz (che mi dicono sia la soglia minima udibile da orecchio umano, ma quello di un genitore secondo me scende tranquillamente anche a 10Hz); ricordi di non dare alcun giudizio ma di lanciare ipotesi come se piovesse; respiro profondo e vai.

“Sono un po’ arrabbiato”

“Che è successo?”

“Niente”

“…”

“E’ la scuola che mi impegna molto”

“Allora forse non sei arrabbiato. Forse sei stanco”

“No, non è tanto quello. Sono arrabbiato”

“Di solito ci si arrabbia quando qualcosa va storto. Mi sembra che a scuola vada tutto bene. Non è neanche periodo di verifiche”

“Sì ma spiegano tutto il tempo”

“Non capisco, è questo che ti fa arrabbiare?”

“Sì”

“Scusami, ma non riesco a capire”

“Mentre sto seguendo la lezione e prendo appunti i miei compagni chiacchierano”

“Forse ho capito, sei arrabbiato perchè i compagni ti disturbano mentre cerchi di seguire la spiegazione?”

“No, no”

“E allora cosa c’è?”

“E’ che…, beh, vorrei partecipare anche io alle chiacchiere dei mie compagni”

“Durante la lezione?”

“Sì, mi interessa quello che dicono, voglio partecipare, non restare fuori dai discorsi”

“Capisco”

“Ma non voglio neanche perdere la lezione”

“Pensavo che i prof non permettessero di parlare durante la lezione”

“Alcuni. Altri invece, come quello di matematica, dice che se parliamo sono cavoli nostri, a lui non interessa”

“Non ha tutti i torti”

“Sì però così i miei compagni parlano e io vorrei seguire sia quello che dice il prof sia quello che dicono i miei compagni”

“Se segui la lezione sarai gratificato da un voto migliore, oltre che dal fatto di riuscire a seguire meglio anche gli argomenti successivi”

“Anche partecipare ai discorsi dei miei amici mi gratifica molto”

“Non riesci a trovare un altro momento? Il cambio dell’ora, l’intervallo, il pomeriggio a casa con whatsapp…”

“Sì certo, ma intanto mi perdo i pezzi”

” E ti arrabbi…”

“Sì. Anzi no. Forse non è rabbia”

“Cos’è?”

“A pensarci meglio credo di essere un po’ triste”

(rumore di un Twix che viene scartato)

La conversazione è poi proseguita un po’ più liscia e un po’ più adulta.
Questa volta credo di aver superato la prova.
Gli adolescenti sono un mondo meraviglioso quando riesci a farti aprire la porta.

Colazione al bar.

Stamattina sei uno splendore, anni spariti nel volgere di una notte, insieme a tensioni, nervosismi e, sarei pronta a giurare, anche qualche brufoletto. Ti muovi agile dal banco del bar al nostro tavolino dove depositi la mia spremuta ed il tuo cappuccino. Convenzione vorrebbe che io ti chiedessi “Com’è andata?” ma guardati, ogni centimetro di te fischietta che è andata benissimo.

Mi guardi con gli occhioni  da sotto in su e scuoti la testa sorridendo. Perchè lo sai che cosa sto pensando.

Mi appoggio allo schienale della sedia mentre ripenso a tutti i discorsi fatti fino a ieri, la tua decisione di non vederlo più, la tua rabbia per il modo in cui quell’uomo si affaccia di tanto in tanto nella tua vita, il tuo non riuscire a dirgli “mai più”, questa storia clandestina che dura da dieci anni. Hai passato giorni a raccontarmi per filo e per segno che tu non sei così, che è un ruolo che non vuoi e che poi ormai sei vecchia per queste cose.

Chissà perchè hai scelto me come unica confidente di questo aspetto della tua vita, io che non posso darti nessun consiglio, che non ho niente di analogo su cui offrirti un confronto. Sospetto ti diverta la mia espressione stupita e imbarazzata allo stesso tempo.

Invidio la luce negli occhi che hai adesso e quel modo di muoverti che afferma la tua indipendenza da qualunque giudizio. Stamattina te ne freghi di essere una che ha passato la serata con un uomo sposato, esattamente come te ne freghi dei grassi idrogenati nella seconda brioche al cioccolato che ti stai divorando.

E lo so che dovrei fare la voce della tua coscienza e dirti che è sbagliato, che non puoi ricadere in questo vortice, che anche biologicamente non hanno più molto senso queste fughe con l’impianto di bugie a sostenerle, senza parlare del picco glicemico che ti devasterà tra mezz’ora.Ti dovrei ricordare come ti sentivi frustrata fino a ieri pomeriggio quando speravi che lui ti avvertisse all’ultimo di un impedimento. Ma stamattina tra un principio e la felicità, rarissima, di una persona a cui voglio bene non riesco a scegliere il primo. Tutto il mio bigottismo non basta, nemmeno lui, a dirti che sono dieci anni che fai la scelta sbagliata.

Ci alziamo e ci avviamo verso le nostre rispettive giornate, mentre dentro di me quello che è giusto e quello che non lo è si mescolano sui confini, prendendo un po’ il colore profondo dei tuoi occhi e la forma di quel tuo sorriso che, sono sicura, è la causa principale dello spicchio di sole che ci accoglie all’uscita del bar.

Non-luoghi

L’appuntamento è a pochi metri da casa mia. Mi vieni incontro fumando una sigaretta.

L’imbarazzo del saluto, l’indecisione sul bacio, l’abbraccio od il sorriso subito risolta dal mio scusarmi per il ritardo e dalle parole che iniziano ad uscire per raccontarti i recenti impegni che mi stanno sommergendo ed entusiasmando allo stesso tempo.

Saliamo in macchina per raggiungere quello che chiamiamo già “il solito posto” anche se è la prima volta che ci torniamo. E poi mangiamo una pizza, io cedo anche al dolce: qualunque cosa purchè questo incontro duri ancora un po’.

Parliamo di figli e genitori, di ingegneria e di didattica, parliamo di caldaie e di incentivi, di non-luoghi antichi e nuovi, di politica e di immigrati, di scienza e di religione (“La scienza ne sa talmente poco che per Dio c’è ancora tutto lo spazio che si vuole”).

Parliamo di vecchie conoscenze perchè di nuove non ne abbiamo e siamo un po’ stanchi mentre ce lo diciamo o forse solo un po’ più consapevoli di aver superato quel tratto di strada che ci ha fatti incontrare.

Non so cosa ti ho appena detto, tu inclini un po’ la testa, fai una smorfia e mi dici “Questo raccontalo a qualcun altro che io ti conosco”. Abbasso gli occhi per l’imbarazzo e per la novità: non sono abituata ad essere stanata così.
Li risollevo per il piacere che ci sia riuscito tu.

Per te (che ti lamenti del caldo)

Da fine giugno a fine agosto, da qualche anno, passo i weekend nel mio paese d’origine per dare una mano ai miei genitori che lì hanno un bar. E’ un paese turistico di montagna, a un’ora da Milano, preso d’assalto soprattutto quando la calura e l’afa si fanno più intense in città. Ci vado volentieri sia perchè è il paese in cui sono cresciuta sia perchè d’estate offre condizioni climatiche particolarmente piacevoli.

Certo, è un po’ faticoso passare cinque giorni in ufficio e due a sgambettare tra cappuccini e spritz, ma sarebbe del tutto sostenibile se non fosse per i continui commenti sul tempo che devo sentire. I clienti abituali sanno che salgo solo per il fine settimana: iniziano il venerdì sera a chiedermi quanto caldo fa a Milano con il tono che riserverebbero ad un sopravvissuto alla bomba atomica, continuano il sabato lamentandosi che comunque fa troppo caldo anche lì a 1000 metri di altitudine e finiscono la domenica pomeriggio esprimendo tutta la loro commiserazione per chi, me compresa, deve tornare in città.

Il mio ruolo comporta di essere sempre gentile, sorridente e soprattutto paziente. Ma sogno segretamente di avere una ciotola piena di biglietti ripiegati da mettere sul banco del bar, con un cartello: “Per te (che ti lamenti del caldo)”.

Fa caldo? Ma dai, non me ne ero accorta, grazie per l’informazione.

Già, fa caldo. Quindi?

Conoscere le previsioni del tempo nella prossima settimana di tutto il nord Italia non fa di te una “persona informata”. Leggi anche le altre pagine del giornale, coraggio.

Lamentarsi del caldo non farà variare le temperature neanche di mezzo grado. Non farà alzare il vento, non sposterà nubi cariche di pioggia. Ma quel che più conta, farà di me un interlocutore particolarmente nervoso. Sicuro di guadagnarci qualcosa?

Non credo esista un’organizzazione che pianifica il tempo metereologiche e a cui tu possa rivolgere le tue lamentele. Ma se  esiste di certo io non lavoro per loro.

In montagna si sta meglio che in città, ad agosto. Anni di studio e di osservazioni sul campo per definire questa teoria.

Il tempo è una combinazione di diversi elementi. Da quel che ricordo dalle medie dipende dalla posizione della Terra nella sua orbita intorno al sole, dalla latitudine e dall’altitudine del posto in cui ti trovi, dalla vicinanza del mare o delle montagne, dalla pressione atmosferica e da un sacco di altre cose nessuna delle quali dipende dalla volontà di qualcuno. Se è un argomento che ti affascina comprati un buon manuale e studia, possibilmente in silenzio.

Lamentarsi del caldo non farà accorrere in tuo aiuto né Superman né Paperinik.

Non me ne frega una cippa del tempo che farà a Ferragosto: se avessi voluto saperlo mi sarei informata. Non l’ho fatto, segno che non mi interessa. Non te l’ho nemmeno chiesto. E allora, di grazia, perchè me lo stai raccontando da venti minuti?

Per quanto possa sembrarti incredibile il tempo meterologico non tiene in minima considerazione le tue preferenze: no, non c’è l’ha un pannello “Settings”, non tutto è un’applicazione per smartphone.

A Milano, ad agosto, fa sempre caldo: fattene una ragione.

A Milano, ad agosto, sono sopravvissute generazioni di umani, in genere adattandosi ed il più delle volte evolvendosi. Tu a che diavolo di razza appartieni?

Se passando fuori da una farmacia hai visto che il termometro segnava 38 gradi, che è “parecchio sopra la media stagionale”, e questo ti ha fatto sentire un eroico sopravvissuto alla furia degli elementi, fermati e rifletti sui concetti di “media” e di “stagionale”. Poi fatti venire il dubbio che le temperature utilizzate dai metereologi per i loro studi non siano quelle rilevate da aggeggi posizionati perpendicolarmente ai raggi del sole. Alla fine trai le tue conclusioni. O chiedi aiuto ad uno bravo.

Che cosa, esattamente, ti fa credere di sentire più caldo degli altri?

E’ molto probabile che tra i tuoi antenati ci sia qualcuno che, in queste stesse condizioni climatiche, ha dovuto lavorare duramente all’aperto e sopravvivere. E ci è riuscito. Anche se adesso guardandoti si sta probabilmente martellando i genitali.

Ogni volta che stai per dire “Che caldo!” pensa che sei già più fastidioso di ciò di cui ti stai lamentando.

Nella Bibbia c’è scritto che cacciandoli dal Paradiso terrestre (temperatura costante di 25°) Dio disse all’uomo: “Ti procurerai il pane con il sudore del tuo volto” e alla donna “Partorirai figli con dolore”. Che le condizioni climatiche non sarebbero state sempre ottimali era evidentemente sottinteso.

Più nomini il caldo più lui si fa sentire. E’ scientificamente provato. Quindi smettila e invita gli altri a fare altrettanto.

In estate fa caldo, in inverno fa freddo. Credo sia il prezzo da pagare per il fatto di non vivere in un centro commerciale. E, in tutta onestà, a me sta bene così.

Si accettano contributi.

Ora d’aria.

2013-05-11 18.51.21L’ho portato fuori dopo tanto tempo
Lui era disorientato all’inizio. Quando gli ho sganciato il guinzaglio mi ha guardato cercando di capire cosa stesse succedendo. Gli ho sorriso e con un cenno gli ho indicato il campo di erba alta davanti a noi. Lui ha annusato la terra sul bordo, è andato un po’ avanti, si è voltato verso di me per vedere se ero ancora lì a guardarlo, gli ho sorriso e finalmente ha capito. Ha iniziato a correre e a saltare fuori di sè per la gioia, in maniera un po’ impacciata all’inizio ma trovando presto il ritmo della sua felicità. Ogni tanto si fermava per lanciarmi uno sguardo, quasi un invito, e poi ricominciava a correre e a rotolarsi, inventandosi improbabili scenari e compagni di gioco.
Immobile al bordo della strada ho cercato di assorbire un po’ di quell’esplosione di vitalità che solo a guardarla mi scioglieva la tensione a spalle e stomaco.
Una folata d’aria un po’ più fresca ed un’occhiata all’orologio mi hanno riportata alla realtà e al mio ruolo.
L’ho richiamato con un fischio. Mi ha raggiunto ansimante.
Lo scatto del guinzaglio ha fatto più male a me che a lui, che ha continuato a guardarmi adorante.
Il cuore, come certi cani, è un po’ sciocco: ti è riconoscente per mezz’ora di libertà dimenticando che sei sempre tu a tenerlo imprigionato per il resto del tempo.

Stategie

Dice che è tanto che non pranziamo fuori insieme, io e lui. Dice: “Posso venire da te in ufficio lunedì dopo la scuola così andiamo a pranzo in quel bar che c’è lì vicino?”.
Ho gongolato per due giorni.
Poi ho fatto due conti.
Ha 15 anni.
Ho controllato gli orari degli autobus. Quello che prendeva fino a settimana scorsa e quello che prenderebbe ora che è finito il corso di conversazione inglese.
Ho controllato gli orari di uscita di un certo altro liceo frequentato da una certa sua coetanea il cui nome ha iniziato a comparire con una certa frequenza nei suoi discorsi.
E tutto torna.
Compreso il suo: “E’ bello pranzare con te, mamma. Lo facciamo anche lunedì prossimo?”
Un po’ mi sono sono sentita un’idiota per esserci cascata.
Poi però ho pensato che anche per me è bellissimo pranzare da sola con lui.
E che in questa fase ogni momento è prezioso per comunicare e per rinsaldare un rapporto tra noi che inizia a basarsi sempre più sul rispetto e la stima reciproca.
A lui serve una scusa per prendere l’autobus un’ora dopo.
A me serve una scusa per rubargli del tempo per stare insieme.
Così mi sento un po’ meno idiota.
E con un po’ di imbarazzo ammetto che le ragazzine mi stanno un po’ meno antipatiche.

Trasloco

Questo blog è nato su Posterous. Ma il prossimo 30 aprile quella piattaforma chiuderà.

Da un paio di settimane sto facendo il trasloco, perchè l’importazione automatica faceva acqua da tutte le parti. Ho ricopiato quindi post dopo post, ripercorrendo pensieri e immagini degli ultimi tre anni.
Pensavo sarebbe stato un lavoro noioso e invece è stato utilissimo, spesso emozionante.
Mi sono riletta, soprattutto dove scrivo apparentemente una cosa e ne nascondo un’altra tra le righe. Un giorno forse  rileggerò queste pagine con qualcuno a cui avrò il coraggio di svelare gli iceberg che affiorano in gran parte di questi post. Per ora mi basta sapere che sono lì, tutti in fila, ben piantati in questa nuova piattaforma che spero abbia vita un po’ più lunga.

L’operazione di salvataggio non è ancora terminata: sto litigando con i files audio che sono qualcosa a cui non voglio rinunciare. Perchè fanno parte del senso, per me importantissimo, di questo blog.

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