Francamente

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Deciso.

In fondo sei sempre stato così: silenzioso. Per te le parole hanno l’unica funzione di comunicare informazioni essenziali, per tutto il resto non vale la pena sprecarne. Praticamente impossibile riuscire a capire chi sei, che sensazioni provi, quali preoccupazioni ti assillano e quali sogni ti tentano.

Tutto circola dentro di te, protetto da un fuori impassibile. Fino a quando ritieni giunto il momento di comunicare il distillato dei tuoi ragionamenti: di solito è qualcosa che ci sposta di colpo tutti i punti di riferimento e che ci costringe ad una corsa affannata per adattarci ad un universo improvvisamente mutato.

Era già successo all’inizio della terza media. Da diversi mesi cercavamo di capire con te quale potesse essere l’indirizzo di scuola superiore più adatto. Andavi bene in tutte le materie, ufficialmente non te ne piaceva nessuna e nessuna sembrava esserti più congeniale di altre. Inoltre non esprimevi il minimo accenno ad un sogno o ad una aspirazione che riguardasse la tua vita da adulto. Cominciavo a preoccuparmi di dover scegliere quasi a caso il binario su cui lanciarti quando un sabato mattina di novembre, a colazione, mi hai detto: “Mamma, ho deciso. Da grande voglio fare il telemetrista. Quindi devo fare ingegneria meccanica. Quindi devo fare il liceo scientifico. Quello tradizionale, con il latino, così è più difficile ed è più probabile che in classe non abbia tutti quei casinisti che ho adesso alle medie”. Hai continuato a bere il tuo latte come se avessi appena fatto una banale considerazione sulla nebbia che c’era fuori.

Io mi sono seduta. Felice ed orgogliosa della tua scelta, certo, della tua determinazione, dei tuoi obiettivi, del tuo inattaccabile rigore logico. Ma disorientata nel rendermi conto che tu eri già giunto a destinazione quando io ero, e ti credevo, ancora alle prese con i bivi lungo il percorso.

E’ questo a stupirmi ogni volta: il vederti emergere in luoghi che non riesco mai a prevedere.

E ora l’hai fatto di nuovo.

I tuoi mal di stomaco delle ultime settimane avrebbero dovuto dirmi che c’era qualcosa che ti angustiava, ma credevo fosse un po’ dell’ansia che ti aveva dato del filo da torcere anche l’anno scorso. E invece era ben altro.

Qualche giorno fa, a tavola, ci hai comunicato la tua decisione di voler fare l’esperienza di una vacanza studio e di un anno di studio all’estero. Entrambi negli USA. Tu che non esci di casa neanche la domenica pomeriggio.

Mi accusi sempre di andare di corsa, di essere di fretta, di avere sempre troppe cose da fare ma ti assicuro che come riesci a farmi sedere tu, nessuno mai.

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Cicatrici.

Avevi l’età che ho io adesso.

E’ un conto che ho fatto spesso nel tentativo di calcolare quanto potessi averti ferita. Ogni volta speravo di confermare quello che si crede da giovani e cioè che i grandi sono invulnerabili, pieni di difese e soluzioni. Ma il risultato di quel calcolo è sempre stato: tantissimo.

Avevi la mia età ed eri stata via per qualche giorno a dare una mano ai tuoi genitori anziani e lontani. Al ritorno ti eri scontrata con lo sciopero dei treni che aveva reso il tuo viaggio un piccolo incubo, in un’epoca senza cellulari e senza internet.

Io ti stavo aspettando, quella sera, per una cosa difficile da dire e soprattutto da fare. Aspettavo te perchè eri la parte più facile. Aspettavo te perchè sono vigliacca.

Le fotografie di quell’istante non si sono mai sbiadite:

tu che sali da quella scala

tu che mi sorridi appena mi vedi

tu che accenni ad iniziare il racconto di quella giornata

io che ti interrompo quasi subito con poche parole

io che ti uccido il sorriso

io che ti lascio lì, su quella scala, con un foglio di carta in mano.

Ti ho presa da sola e in un momento di stanchezza.

Non avevo scelta, è il mio unico alibi.

Ti sei trovata in mezzo ad una guerra che ancora oggi preferisco credere non fosse la tua.

Non potevo averti come complice: ho dovuto considerarti un nemico o almeno la sua parte più debole, l’unica mia possibilità.

Ho dimostrato negli anni, soprattutto a me stessa, la ragione che avevo nelle scelte di quei giorni. Eppure torno spesso a quell’istante, a quando su quella scala ti dissi che me ne andavo.

Sono stata forte, sono stata incosciente, sono stata crudele.

Oggi ho l’età che avevi tu allora ed ogni volta che ti vedo salire quella scala io ricordo che lì, tanto tempo fa, per essere io ho distrutto un po’ te.

 

 

 

Cicli

Una delle cose più difficili dell’essere genitore è che nel giro di un paio di decenni devi essere in grado di trasformarti in un sacco di cose diverse. Mentre un adulto senza figli può cercare un equilibrio e, una volta trovato, adagiarsi preoccupandosi solo di perfezionarlo qui e là con i propri modi ed i propri tempi, un genitore con un minimo di responsabilità è costretto a reinventarsi ogni qualche anno.

All’inizio siamo tricicli: bassi, colorati, solidi, senza spigoli, protettivi. I nostri figli si divertono e noi ci prendiamo cura di loro.

Loro crescono e noi diventiamo biciclette con le rotelle, e poi senza, prima malferme poi sempre più sicure mentre impariamo a convivere con quell’essere che è sempre più consapevole di sè e che vuole a tutti i costi decidere la direzione.

Poi arriva l’adolescenza. Siamo ancora lì che rimpiangiamo un po’ il nostro passato da triciclo lento e tranquillo e tuo figlio ti scaraventa a tutta velocità giù per rampe ripidissime, oppure ti fa sputare sangue in salita, aspettandosi che tu lo assecondi, lo segua, lo sostenga. Nella maggior parte dei casi ce la fai. Si impara anche a bestemmiare ma si accompagna il pazzo brufoloso ovunque vada pur di non perdere il contatto.

Credi che ormai non possa chiederti niente di più: gli hai dimostrato che sei un’ottima, solida, affidabile bicicletta. Stai anche quasi imparando a divertirti a quella velocità, su quei terreni.

Ma lui, a quel punto, in quel preciso istante, inizierà a desiderare un’auto. Quanto può diventare antipatica una bicicletta quando si inizia a desiderare un’auto? Ve lo dico io: di più. Tu non vai più bene, sei vecchio: l’auto è veloce, è più sicura, è meno faticosa, ha un sacco di optionals. Sì, costa un po’, ma tu genitore-bicicletta arrivi anche ad aiutarlo e sostenerlo nella scelta pur sapendo che sarà proprio un’auto a portartelo via, lontano.

Tornerà. Sì, tornerà anche dopo. Ma quasi mai per le cose importanti, quelle continuerà a farle con l’auto. Tornerà per una gita, quando c’è bel tempo. Tu ti sei evoluto da triciclo a mountain bike e finisci appoggiato al muro di una vecchia casa ad aspettare che lui abbia di nuovo voglia di una pedalata.

Non sei genitore se non sei passato indenne attraverso tutte queste fasi. Magari sei stato un ottimo triciclo ma una traballante bicicletta a rotelle. Forse sei stato capace di fare evoluzioni come bmx ma sei una bici da corsa troppo grande, o troppo piccola o, peggio ancora, senza cambio (se non hai il cambio a 16 rapporti con un adolescente sei fottuto, fot-tu-to). E’ svolgere tutti i ruoli al meglio nei 20 anni che è dura.

I ragazzi hanno la biologia dalla loro mentre noi dobbiamo lottare contro la nostra che ci vorrebbe adulti stabili, formati, immutabili, pigri. Noi siamo quelli che hanno permesso loro di sopravvivere quando non erano in grado neanche di avvicinare il cibo alla bocca, quelli che hanno imparato a memoria i nomi degli antibiotici, che si sono sottoposti alla tortura di pomeriggi interi a guardare con loro i teletubbies (pretendo un’indennità teletubbies, io), che sono stati costretti a socializzare con gli altri genitori fuori dalla scuola quando non ne sopportavamo nemmeno uno, che hanno messo la propria casa a disposizione per feste di compleanno di cui si ricorderà solo la parola “appiccicaticcio”.

La natura vuole che i ragazzi non abbiano quasi memoria di tutto quello che noi conserviamo tra i ricordi più preziosi. E’ crudele e necessario.

Sono stata un triciclo scalcagnato, una bicicletta a rotelle quasi assente, una bicicletta anonima e spesso sgonfia. Ma come mountain bike mi sembra di funzionare bene, è un ruolo che mi piace, che mi realizza, che mi fa stare bene.

Sono la madre di un adolescente e, anche se fingo di lamentarmene, sono felice di esserlo. Vorrei che questa fase durasse per sempre: salite e discese, capitomboli, io e lui affannati, sudati, curiosi, arrabbiati, entusiasti.

Eppure lo vedo che ogni tanto lancia un’occhiata a un’auto, che chiede notizie su motori e stili di guida.

Io non posso che tenere le ruote gonfie, la catena oliata, il telaio brillante e pregare che pedali ancora per un po’.

 

41

Da tempo pensavo che con i 40 anni avrei dovuto cambiare qualcosa.

Per una questione di numeri.

I primi vent’anni li ho trascorsi in casa dei miei genitori facendo quasi tutto quello che volevano loro. I secondi vent’anni li ho trascorsi con l’uomo che ho sposato, facendo quasi tutto quello che volevo io.

Per svoltare nuovamente con i terzi vent’anni avevo grandi progetti: che so, il divorzio, il suicidio, il giro del mondo.

La vita a volte ti sorprende.

Tu rincorri eventi eccezionali e lei invece ti cambia con la normalità del giorno dopo giorno.

Oggi compio 41 anni e mi sento molto diversa da quello che ero anche solo un anno fa.

Sono sicuramente meno tormentata e più solida.

Non è detto che sia una persona migliore ma ora sorrido se penso al divorzio, al suicidio, al giro del mondo.

In fondo non serve nulla del genere.

Bastano un po’ di vitamine in più e un po’ di zuccheri in meno.

NUD – No Uffa Days

E’ il periodo dell’anno in cui il picco delle lamentele raggiunge il massimo.

E’ agosto e ad agosto fa caldo. Di solito fa caldo già da un bel pezzo e ce ne siamo stufati. Al punto che perdiamo ogni residuo di intelligenza: ci dimentichiamo infatti che le ondate di caldo arrivano tutti gli anni tra giugno ed agosto ma soprattutto cominciamo a pensare che qualcuno ce l’abbia con noi. Il caldo non è più una normale condizione atmosferica, no: c’è qualcuno che ci vuole male e che ci manda l’afa, proprio a noi che non ce la meritiamo.

Ma non è solo il caldo. Facesse anche fresco, questo resterebbe il periodo in cui la gente borbotta di più. Chi non ha potuto andare in vacanza è stanco, arrabbiato e naturalmente anche un po’ invidioso. Chi le vacanze le ha avute è frustrato perchè sono finite, al punto che verrebbe da chiedersi quale sia l’utilità di ferie prolungate e mete esotiche se poi si torna più nervosi di prima.

Ci sono poi gli studenti che sono indietro con i compiti e che guardano con terrore l’avvicinarsi dell’apertura delle scuole, c’è chi ha montagne di vestiti da lavare e stirare e c’è chi sul lavoro deve sorbirsi i racconti delle vacanze di clienti, colleghi e superiori.

Non è un periodo facile e si cerca un po’ di motivazione nell’idea di un nuovo inizio che riesce sempre a darci settembre: si prova a pensare a qualche progetto o a qualche buon proposito.

Il mio, quest’anno, va nelle direzione della ricerca del benessere personale con uno sguardo anche all’utilità sociale senza trascurare gli effetti benefici che avrà nel rinsaldare i legami affettivi a cui tengo di più.

Non è una dieta, non è l’iscrizione in palestra nè ad un corso di sanscrito, non è la ricerca di una nuova casa nè di un nuovo lavoro.

Quest’anno durante il mese di settembre proverò a non lamentarmi di nulla: non mi lamenterò dell’autobus in ritardo, della pioggia improvvisa, di un contrattempo, del leggero mal di testa, della stanchezza dopo una giornata di lavoro.

Come una sana dieta mi aspetto che, nel caso di successo, quello diventi il mio nuovo stile di vita e che verrà notato da chi mi sta vicino al punto che in molti vorranno imitarmi.

Già so chi sarà il maggiore beneficiario di questo proposito (ragazzino, smorza gli entusiasmi, sarò bravissima a trasformare le lamentele in punizioni….) così come so che non sarà facile. Cercherò di ricordarmi che sono il risultato di un processo evolutivo che ha fatto dello spirito di adattamento e della capacità di innovare il suo punto di forza. Penserò, ad ogni “uffa” che sarò tentata di pronunciare, a tutti i miei antenati i quali se potessero vedermi sarebbero sicuramente orgogliosi, se non invidiosi, del tipo di vita che sto conducendo.

Via quindi, tra pochi giorni, ai NUD (No Uffa Days) con la speranza che tutta l’energia che si libererà dal mancato brontolamento possa essere convogliata in qualcosa di utile.

Magari fa anche dimagrire.

Pagine.

Il telefono squilla alle 11 di sera. E’ suo figlio che la chiama dalla vacanza che sta trascorrendo non molto lontano da lì. Dice che il libro che gli ha preso gli ha cambiato la vita. Lei pensa che l’ultimo libro che gli ha comprato è The strange case of Dr. Jekyll and Mr Hide e che fa parte dei compiti di inglese: per quale strada un libro come quello può cambiare la vita di un adolescente?

Si arrovella in spiegazioni sperticate per qualche frazione di secondo quando lui aggiunge un paio di parole che le chiariscono che il libro è un altro.

Quello di cui lui sta parlando è un quadernetto che hanno comprato insieme qualche settimana prima e che a quanto pare non ha seguito tutti gli altri a prender polvere in qualche angolo

E’ euforico al telefono e non può essere solo per la questione del libro. Stasera aveva invitato una sua nuova amica a prendere un gelato e le cose devono essere andate bene.

Glielo chiede ma lui vuole parlare del libro.

Dice che è una frase, in particolare, ad avergli aperto gli occhi. Una frase che dice più o meno così: “Per poter essere un buon amico per gli altri devi prima essere il migliore amico di te stesso“. E proprio grazie a questa frase lui stasera si è “piaciuto molto più delle altre volte”.

Lei sta per ricordargli che la fiducia in se stessi è un punto su cui lo sfinisce da anni. Ma si ferma.

Non si vuole perdere neanche una briciola di quella sensazione che inizia a percepire.

Un figlio adolescente, silenzioso, riservato e solitario che le telefona a tarda sera per confidarle che in un libro ha trovato uno spunto per migliorarsi ed essere più soddisfatto di sé è qualcosa che, almeno la giornata, la cambia anche a lei. 

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(uno speciale ringraziamento a Odile Lamourère, autrice del libercolo)

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(*) Nello scrivere questo post mi si è ripresentato l’annoso dubbio su quale sia la forma corretta tra “sé stesso” o “se stesso”. Ho cercato un po’ in rete e mi sono imbattuta in questa simpatica discussione sul forum dell’Accademia della Crusca. Da parte mia ho sposato la causa della parsimonia di accenti grafici.

 

Vacanza

Sono arrivata pallida e nervosa.

Nonostante una valigia enorme ed una eccellente sistemazione ero sicura che mi mancasse tutto.

I primi giorni salivo e scendevo le scale con la stessa velocità e lo stesso piglio con cui affronto tutto l’anno quelle della metropolitana. Pranzavo e cenavo in dieci minuti netti.

Tutti mi apparivano come abitanti di un altro pianeta: frivoli, rumorosi, fastidiosi, troppo giovani, troppo vecchi, troppo grassi, troppo magri, troppo pigri, troppo attivi.

Poi il mare ed il sole hanno fatto effetto.

Via via che la pelle si arrossava e poi si abbronzava aumentava anche il tempo che impiegavo a salire e scendere le scale dell’hotel, a raggiungere l’edicola, a mangiare un’insalata. Adesso mi ci vogliono almeno dieci minuti solo per bere il caffè.

Le rughe sulla fronte sono meno intense mentre quelle ai lati della bocca recuperano terreno.

E’ dalle piccole cose che ti accorgi di quanto avevi bisogno di una vacanza.

Magari il prossimo anno cerco di capirlo un po’ prima.

 

(scritto a giugno, mentre ero al mare, su un tovagliolino di carta e rimasto in fondo alla borsa fino ad oggi)

 

 

 

Per te, atleta.

Per te che sai di freddo,
di calore,
di trionfi e di sconfitte,
che no, non lo sono.
Per te che hai il corpo sano,
l’anima larga e il cuore grande.
Per te che hai molti amici,
molti aneliti,
l’allegria adulta,
il sorriso dei bambini.
Per te che non sai né di gelo né di sole,
né di pioggia né di rancori.
Per te, atleta,
che traversasti paesini e città,
unendo Stati nel tuo andare.
Per te, atleta, che disprezzi la guerra e sogni la pace.

Miguel Sanchez – desaparecido argentino.
In sua memoria ogni anno a Roma si organizza la Corsa di Miguel

Gentile editore,

sono una comune lettrice. Non leggo moltissimo però nel corso degli anni di libri ne ho acquistati parecchi.

Mi piacciono, i libri.

Quello che del libro mi piace è soprattutto la sua capacità di tenermi compagnia ogni volta che lo decido io, con argomenti e toni che a volte decido io ed altre pesco a caso.

Mi piace anche tutto quel che la tecnologia riesce a mettere a disposizione per semplificarmi la vita o per renderla più ricca e più piacevole.

Non sono stata una consumatrice di ebook della prima ora: ho aspettato un po’, ho guardato in giro, ho chiesto consiglio ed alla fine ho acquistato il mio e-reader.

Sono in buona compagnia: sulla metropolitana che prendo ogni giorno sempre più pendolari stringono in mano un schermo invece del libro. E da quel poco che so anche i dati di vendita segnalano un continuo avanzamento del libro digitale su quello di carta.

Anche nel suo catalogo, caro editore, sono sempre più numerosi i titoli per i quali viene proposta anche la versione elettronica.

Immagino quindi che la sua scelta sia stata quella di essere presente anche in questo settore e la cosa mi conforta tantissimo: spesso posso scegliere in quale formato acquistare il mio libro e di questo la ringrazio molto.

Le ho un po’ raccontato di me perchè credo che sia importante per quello che le sto per chiedere. Avrà capito che sono una lettrice media, che acquista abitualmente i libri che legge, che legge indifferentemente su versione cartacea e su versione elettronica, che non ha grosse rigidità sulla scelta di una o dell’altra.

Credo, caro editore, che se i lettori e gli editori si parlassero, ogni tanto, potrebbero decidere insieme la strada migliore da percorrere, quella che può portare vantaggi a tutti. Io ogni tanto parlo con i librai, non mi è mai capitato di farlo con un editore. 

Quello che vorrei chiederle, caro editore, è questo: esattamente, qual è la strategia che avete in mente per questi libri elettronici?

L’obiettivo è quello di portare sempre più lettori verso il digitale oppure di fare in modo che si scoraggino e tutti tornino alla carta?

Le assicuro che, da qui, non è per niente chiaro. Ma saperlo aiuterebbe.

Sono una semplice lettrice, so benissimo di non avere alcun peso sulle scelte fatte dalle case editrici nè alcun elemento per giudicarle.

Ed è proprio per questo che vi sto chiedendo dove state andando.

La mia sensazione di lettrice è che a voi gli ebook non piacciano per niente. Come se vi foste dovuti adeguare in fretta e furia ad una svolta che ha preso il mercato, o la moda, ma sotto sotto sperate che tutto si sgonfi presto per tornare com’era prima.

E’ l’unica spiegazione che ho trovato al fatto che gli ebook non riescano ad avere tutte quelle caratteristiche che io mi aspetto da un prodotto digitale nel 2012. Mi perdoni, ma sembrano i fratelli scemi del libro di carta, scemi perchè legati, imbavagliati e costretti ad assomigliare a qualcosa che non sono.

I libri hanno la forma e l’impostazione che conosciamo perchè ad un certo punto nella storia si è deciso di usare la carta, si è trovato efficace rilegare poi le pagine in volumi e si sono inventate tecniche di stampa dedicate. C’era la carta e si sono fatte scelte di conseguenza.

Basta fare lo stesso percorso con gli ebook: immaginare che i libri di carta non siano mai esistiti ed inventare un modo per farci leggere le storie su un ebook reader.

Qual è la prima cosa che le viene in mente?

A me, ad esempio, viene in mente una cosa abbastanza banale: il link. Mettere delle note non linkate nei due sensi in un ebook significa solo rendersi ridicoli. Il mese scorso ho acquistato un interessantissimo saggio in formato elettronico, pieno di note non linkate. E tutte le note erano raggruppate in fondo al libro. Comodo. Sono stata costretta a comprare il libro di carta e mi sono chiesta se fosse proprio l’obiettivo che aveva in mente chi ha prodotto quel file.

Nei romanzi le note appaiono più raramente, ma i link possono trovare altre utili applicazioni. Si potrebbe ad esempio linkare il nome di un personaggio, ogni volta che compare, alla sua scheda e io finalmente riuscirei a leggere Cent’anni di solitudine. E così si può procedere per mille altri aspetti: cartine geografiche per i luoghi, approfondimenti sul periodo storico, sul principio scientifico, sulla pronuncia di parole straniere ma anche sull’autore, sulle altre sue opere e così via.

In un ebook mi aspetto di trovare contenuti che nel libro di carta sarebe difficile o impossibile inserire. Sono sicura che anche lei si avvale di ottimi creativi: lo vedo dalle copertine, dagli slogan, dalle offerte promozionali. Si potrebbe pensare di iniziare ad usarne qualcuno anche per trovare una via che permetta di offrire qualcosa che non sia la brutta imitazione di un libro.

La prego, dimentichi il libro quando pensa ad un ebook.

Per favore.

Mi faccia capire se devo solo essere un po’ paziente perchè state pensando ad ottimi motivi che mi spingeranno a comprare altri ebook. Oppure se la pazienza la state portando voi, aspettando che a me, e ai lettori come me, passi l’infatuazione.

Cordialmente,

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Media Fox.

Quando ho ricevuto il tuo sms ho rivisto tutti gli ultimi nove mesi.

A settembre eravamo entusiasti per la novità ma anche molto tesi e un po’ preoccupati.

Non si trattava più di scuola media, iniziavi la prima liceo scientifico, lontano da casa, in una grande città. Temevamo che la tua serietà e la tua autonomia non sarebbero bastate a scalare questa montagna, pensavamo che la scuola media che avevi frequentato non ti avesse preparato a sufficienza. Avresti incontrato nuovi professori, nuovi compagni, e tu non sei mai stato quello che fa subito amicizia con tutti. Avresti dovuto alzarti molto prima del solito, tornare a casa molto più tardi. Ci aspettavamo valanghe di compiti. Calcolavamo già a quale delle tue tre attività sportive avremmo dovuto ritagliare tempo prezioso.

Mi sono chiesta un sacco di volte come poterti aiutare in questo percorso ma non c’è stato bisogno che io facessi nulla. Come è tua abitudine ti sei risparmiato la fatica di tante parole e hai lasciato che a parlare fossero i fatti.

Tuo padre, orgoglioso di te almeno quanto me, ti ha incitato a modo suo: ti ha promesso l’abbigliamento completo da motocrossista della Fox, la tua marca preferita, se fossi stato promosso a giugno senza nemmeno un 6 in pagella. Un obiettivo piuttosto ambizioso che gli ho contestato non sai quante volte durante questi mesi. Perchè tu lo avevi preso molto sul serio e, quando ti consegnavano una verifica o venivi interrogato, esprimevi il risultato calcolando se ti manteneva o meno in “media Fox”.

Io l’ho odiata, la media Fox. Soprattutto nei momenti di difficoltà quando, nonostante la tranquillità ostentata dal tuo prodigioso autocontrollo, il tuo corpo trovava mille modi per buttare all’esterno la tensione che ti divorava ogni volta che potevi essere interrogato. Un sintomo sempre diverso che scompariva non appena con grande fatica riuscivo a farti confessare che, semplicemente, avevi paura.

Ti ho spiegato che la paura non solo è normale, ma è sana. Che le interrogazioni sono passaggi obbligati per arrivare alla fine dell’anno scolastico, per superarlo, e andare avanti. Che la paura va accettata e gestita. E che soprattutto nel tuo caso, con i risultati che man mano portavi a casa, poteva essere anche contenuta. A volte riuscivo a rasserenarti, il più delle volte no.

Come stamattina, mentre andavi ad affrontare l’ultimo giorno di scuola: temevi che la professoressa di italiano ti interrogasse in Epica, su quel brano che avevi faticato a comprendere. C’era il rischio di finire fuori media Fox, solo quello, che anche un 4 non avrebbe messo a rischio la promozione. Sulla metropolitana ho abbassato gli occhi sulle dita delle tue mani che ti eri letteralmente scorticato a sangue mentre sul tuo viso non si muoveva un muscolo.

E ho maledetto, per l’ultima volta, la media Fox.

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