Francamente

Che si sappia.

Due ragazzini di 11 anni si danno il cambio.

Marco, quello più simpatico, ha sbuffato per la ventesima e ultima volta nel giro di un’ora di fronte al present simple. Samuel, quello più timido, ha appena appoggiato lo zaino e sta litigando ancora con il giubbotto che non riesce a sfilarsi.

Sono compagni di classe.

Parlano in gergo, per qualche istante, di qualcosa che intuisco avere a che fare con un videogioco. Mi intrufolo per accelerare i tempi e inizio affettuosamente a prendere in giro Samuel che, ne sono certa prima ancora di chiederglielo, non avrà provato a fare da solo gli esercizi di matematica che gli avevo assegnato la volta scorsa. Lui abbozza una sorta di debolissima difesa fatta di gatti che rubano compiti o qualcosa del genere. Marco gli si avvicina, gli dà di gomito e gli dice serio: “Lascia perdere, ci ho provato anch’io a prenderla in giro e non ci sono riuscito”.

Mi sto facendo una reputazione.

E’

Ha gli zigomi un po’ arrossati, non so se per l’imbarazzo o per l’esposizione al sole di queste ore. La sua voce ha perso le sincopi degli ultimi tempi ed il tono è calmo.

Sta meglio e si vede.

“E’ la corsa”, mi spiega, ma ci dev’essere dell’altro. Corre regolarmente eppure nelle ultime settimane non era sufficiente a toglierle dagli occhi quelle nuvole scure di tristezza. Oggi il sole illumina tutto.

“E’ il mare”, aggiunge, spostando lo sguardo fuori dal finestrino del treno su quella distesa blu da cui ci stiamo già allontanando. Ma non è una donna d’acqua, non ci si è nemmeno avvicinata, l’ha solo guardato per un po’ infrangersi sulle rocce e ha nascosto, tra il rumore delle onde, qualche sospiro.

“E’ la montagna”, confessa. Ora la riconosco un po’ di più. La montagna è casa sua, non ha difficoltà a fondersi con la sua immobilità e il suo silenzio. Lei è montagna dentro, una solidità a cui spesso mi aggrappo e che non ho mai visto vacillare.

“E’ lasciare che qualcuno si prenda cura di me”, bisbiglia.

E’ di poche parole ma se si ha la pazienza di raccoglierle tutte si scopre che non ne manca nemmeno una.

Ha corso per un’ora tra salite e discese, con il mare da una parte e la montagna dall’altra, il vento a giocare con il suo respiro e a darle, a tratti, l’illusione del volo.
Davanti a lei, a condurla, il guerriero invisibile tra le cui mani lei permette a sé stessa di sgretolarsi: lui la raccoglie, la protegge, la tiene nascosta per tutto il tempo che le serve a ricomporsi.

E la restituisce poi al mondo più invincibile che mai.

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Prima vera

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E sotto quel casco un sorriso che avevo visto solo in foto scattate molto lontano da qui.

Epica

Mattia mi entra in casa agguerrito.
La volta scorsa ne era uscito in lacrime.
Mio figlio dice che li faccio piangere tutti ma non è vero. E’ che lavoro con persone a cui tengo tantissimo e per aiutarle a volte devo scovare il loro punto debole.
Trovarsi a tu per tu con le proprie debolezze può generare qualche lacrima se non si è abbastanza corazzati. Difficile che a 10 anni lo siano.

Il compito, oggi, è di epica. La parafrasi dello scontro verbale tra Achille e Agamennone.
“Il mio preferito!” esulto.
Come sempre.
Il brano sul suo libro di testo occupa un paio di pagine.
“La prof ha assegnato la parafrasi, a me ha detto di fare solo il primo pezzetto.”
Pausa.
Mi guarda.
Io resto zitta.
Lui prende coraggio: “Però magari ne facciamo qualche riga in più”.

La volta scorsa era toccato a geografia. Ai compagni dieci pagine da studiare per la verifica, a lui solo una fotocopia striminzita.
“Ma come?” mi ero indignata.
“Perchè la professoressa mi aiuta” mi aveva risposto con l’aria di quello che è riuscito a concludere l’affare migliore. Ed io glielo avevo demolito, quell’affare, mostrandogli come non era affatto un aiuto perchè i suoi compagni avrebbero saputo più cose di lui. Ma soprattutto perchè lo stavano trattando da stupido e lui non avrebbe dovuto permetterlo. Perchè era in grado, esattamente come i suoi compagni, di studiare tutte e dieci le pagine.

(*) Ah, rivestito d’impudenza, esoso nell’anima,
come può volentieri un Acheo obbedire ai tuoi comandi,
per mettersi in marcia o affrontare con forza i nemici?
Io non sono venuto per i Troiani armati di lancia
a combattere qui, ché di nulla mi sono colpevoli:
non m’hanno certo rubato le vacche e nemmeno i cavalli,
né mai sono stati a Ftia, fertile popolosa,
a devastare i miei campi, perché tra qui e lì ci sono troppi
monti ombrosi e mare fragoroso:

Qui compare il segno messo dalla sua insegnante. Spero che la rincorsa sia sufficiente  a trascinarlo oltre la paura per i numerosi versi che lo aspettano dopo quella croce.
Esita un attimo, prende una penna e mette una crocetta un po’ più in giù:
“Fino a qui” decide.
Epico, Mattia, che vuole dimostrare quello che è capace di fare. Che vuole provare quello che gli hanno detto che non è in grado di fare. E’ vero coraggio, questo.

ma te, sfrontatissimo, abbiamo seguito, per i tuoi comodi,
a mietere gloria per Menelao e per te, faccia di cane,
a danno dei Troiani; del che non ti curi né ti preoccupi,
e invece tu proprio minacci di togliermi il premio
per cui molto ho penato, e me l’hanno donato i figli degli Achei.
Mai ho un premio pari a te, quando gli Achei
distruggono una città ben popolata dei Troiani;
ma la maggior parte della guerra faticosa
la fanno le mani mie; se poi una volta c’è da dividere,
a te va il premio di molto maggiore, ed io uno piccolo, tutto mio,
me ne riporto alle navi, dopo essermi sfiancato a combattere.
Ma ora me ne torno a Ftia, perché è certo assai meglio
tornarmene a casa sulle navi ricurve, né ho intenzione
di restar qui disonorato, a procacciarti benessere e ricchezza.

Achille si interrompe. Mattia tira il fiato con lui.
Appoggia la penna, si massaggia il polso, è soddisfatto.
Io ancora no.
“Achille è proprio arrabbiato eh?”.
Sorride ma già fiuta la trappola.
“Agamennone non sta certo lì buono e zitto a farsi insultare…”.
Capisce verso cosa lo sto accompagnando e nei suoi occhi leggo distintamente il terrore per tutte quelle righe piene di parole.
“Facciamo così” propongo “io te lo leggo ad alta voce. Poi decidiamo se abbiamo voglia di fare la parafrasi.”

 «Fuggi pure, se la voglia ti spinge, né certo io
ti prego per me di restare: al mio seguito ci sono anche altri
che mi faranno onore, ma sopra tutti Zeus sapiente.
Il più odioso mi sei, fra i re alunni di Zeus:
sempre ti è cara la lite, le guerre e le battaglie:
se molto sei forte, questo in fondo è dono d’un dio.
Torna a casa con le navi tue e con i tuoi compagni,
sopra i Mirmidoni regna, ma io di te non mi curo,
e non tremo della tua ira; anzi, voglio minacciarti così:
dato che a me Febo Apollo ritoglie Criseide,
la spedirò con la nave mia e con i miei compagni,
ma io mi porto via Briseide dalle belle gote,
venendo in persona alla tenda, lei, il tuo premio, che tu sappia bene
quanto sono più forte di te, e chiunque altro rifugga
di mettersi a pari con me ed eguagliarmi a fronte»

Ci ho messo tutto l’impegno. Mi sono finta maschio, guerriero e con le balle girate. Delle parole comprende poco ma la mia faccia e il mio tono lo divertono. Ci chiariamo un po’ le idee sul significato del discorso di Agamennone poi lui dice: “Ok, la scrivo, mi sembra facile.”

Certo che lo è.
La parte più difficile era decidere di provarci, di affrontare quello che altri, pensando di proteggerlo, lo avevano convinto di non poter fare.

Non è la prima volta che succede ma ancora non riesco a spiegarmelo: io li faccio piangere e poi, la volta dopo, loro fanno piangere me.

Achille e Agamennone sono dei grandi, lo sono da millenni.

Ma oggi il mio eroe è Mattia.

 (*) testo in versi da Libro I, vv. 148-187; 223-243 trad. it. di G. Cerri, Rizzoli

Uscite

Non capita spesso, ma quando mio figlio vuole uscire la sera è un dramma.
No, non è un problema di orario di rientro, è libero di rientrare quando vuole e io dormo serenamente anche se lui è fuori.
Non è neanche un problema dei posti o delle persone che frequenta perchè è un ragazzo serio e molto responsabile.
No.
Noi litighiamo su chi lo deve dire alla nonna.

I libri che più mi sono piaciuti nel 2015

L’ho già fatto l’anno scorso e ora provo a farla diventare una tradizione.
E’ divertente, un giorno all’anno, guardare al mucchio di libri letti e scegliere solo quelli che mi hanno colpita di più, quelli che sono stati più capaci di coinvolgermi, di incuriosirmi, di intrattenermi, di farmi riflettere.
Non è vero che è divertente.
E’ utile.

– Classici
I Malavoglia (Giovanni Verga)
E’ la storia che conosciamo tutti: la Provvidenza, carica di lupini, fa naufragio, Bastianazzo muore e la famiglia di Padron ‘Ntoni non avrà più pace. Gli abitanti del villaggio catanese meriterebbero, ciascuno, un romanzo.

– La gente e le sue storie
Morte di un uomo felice (Giorgio Fontana)
1981, Milano. Giacomo Colnaghi è un magistrato esperto di terrorismo (quello nostro, degli anni Settanta) che indaga sull’omicidio di un uomo politico interrogandosi soprattutto sul perchè di certi gesti, di certe soluzioni. Forse c’è qualcosa di simile a quello che ha animato la Resistenza vissuta in prima persona da suo padre.

Espiazione (Ian McEwan)
Una bambina accusa con leggerezza un uomo di aver commesso una cosa orribile. Poi cresce e si accorge di quello che ha fatto. Vorrebbe rimediare ma nel frattempo scoppia una cosa ancora più ingiusta, la Seconda Guerra Mondiale. La sua espiazione sarà commovente anche se del tutto inutile.

– Storia, quella vera
Ogni mattina a Jenin (Susan Abulhawa)
E’ la storia, credo molto autobiografica, di quattro generazioni di una famiglia palestinese. Una storia pacata, delicata, toccante, che si snoda dalla creazione dello Stato di Israele fino ai giorni nostri.

Come fossi solo (Marco Magini)
11 luglio 1995, Srebrenica.  Tre voci per raccontare un massacro: un soldato serbo, un casco blu olandese, un giudice. Le vittime sono tantissime. Il colpevole individuato solo uno. Ma di innocente non c’è nessuno.

– Poliziesco
Io uccido (Giorgio Faletti)
Sono parecchio in ritardo, lo so. E’ che certi pregiudizi sono un po’ difficili da superare. Ma alla fine ce l’ho fatta ed è stata una bella sorpresa. Prima o poi ci provo anche con Fabio Volo.

– Fantascienza:
L’uomo di Marte (Andy Weir)
Durante una missione un uomo viene abbandonato sul pianeta rosso. Ma lui, che è un ingegnere con la passione per la botanica, trova il modo di arrangiarsi. Sì, lo so, avete già visto il film. Ma il libro è meglio.

Il mondo nuovo (Aldous Huxley)
Nel mondo nuovo si viene concepiti esclusivamente in provetta, i feti vengono fatti crescere fuori da qualsiasi utero, in un’apposita fabbrica che li seleziona a seconda di quello a cui sono destinati. Fin dalla nascita poi si è sottoposti ad un condizionamento tale per cui tutti sono felici di essere quello che sono. Bello (inquietante) il romanzo, scritto nel 1932, ma ancora più interessante il saggio che lo accompagna, scritto vent’anni dopo.

– Inchieste
Sette pezzi d’America (a cura di S. Barillari)
Le traduzioni delle inchieste giornalistiche che, a loro tempo, hanno portato alla luce alcuni grandi temi e che si sono meritate il premio Pulitzer. Si parla di Watergate, Scientology, esperimenti al plutonio,  violenze in Vietnam, preti pedofili, esplosione del Challenger, industrie del tabacco. E soprattutto si capisce quanto è (era?) diverso il giornalismo americano dal nostro.

– Sulla scienza
Sette brevi lezioni di fisica (Carlo Rovelli)
La fisica comprensibile per tutti. La fisica resa poesia. E’ minuscolo. Non avete scuse.

Il cucchiaino scomparso (Sam Kean)
Gli elementi della tavola periodica come non ve li hanno mai raccontati. Se alla chimica togli le formule ti restano comunque tante storie da raccontare da poterci scrivere un librone. Questo.

– Sulla scuola
Parole di scuola (Mariapia Veladiano)
Questo invece è un libricino.  Una manciata di parole che possono riguardare la scuola e per ciascuna una piccola riflessione. Inspiring.

(L’elenco è in rigoroso ordine sparso)

(Qual è il libro più bello che hai letto tu, nel 2015?)

I libri che più mi sono piaciuti nel 2014

Renata

Sono venuta a portarle due cose che mi aveva chiesto di comprare.

E’ a letto, mi dice il marito, salga pure.

Io non voglio, sono imbarazzata, non siamo così in confidenza e soprattutto lei è una donna che ha sempre fatto della sua eleganza un aspetto irrinunciabile. Credo non vorrebbe mai farsi vedere se non in condizioni impeccabili.
Ma lui insiste in un modo che sgretola ogni mio disagio.

La trovo spaventata per una sciocchezza successa pochi minuti prima che arrivassi. Ma la paura è la prima compagna, immagino, quando il corpo inizia a non ubbidire più.

Cerco di rassicurarla, le parlo di cose lontane dalla sua preoccupazione, le mostro gli oggetti che le ho preso. Sembra un po’ più tranquilla ma quella era la parte facile. La malattia oggi la aggredisce più del solito ed io  mi maledico per non sapere assolutamente nulla di come si assista chi soffre. L’unica cosa che possa fare è scrutare i suoi occhi per interpretare un bisogno, un desiderio, prima che decida di esprimerlo.

Si gira nel letto, poi prova ad alzarsi, il braccio ed un lieve movimento del capo ad indicarmi che no, non vuole aiuto. Fa tre passi, torna al letto, si stende di traverso a pancia in giù. Mi chiede di metterle gli scaldini sulla schiena. Vuole parlare. Le metto un cuscino sotto il petto per dare un po’ di sostegno alle spalle irrigidite. Mi siedo sul pavimento perchè possa vedermi mentre parla. Parla e piange. Ma il pianto non viene dal dolore di quel male che lei, nella sua ironia, chiama il suo “amante”, l’unico che le starà vicino per sempre. Le lacrime arrivano da quella parte di lei che non trova conforto in chi ha sempre curato, sostenuto, amato. Le lacrime arrivano anche da quella che era e che non trova più. Dopo aver attraversato una vita piena di azione, di incontri, di bellezza e di intelligenza ora non vuole e non può più farne a meno. Non è rabbia la sua. E’ incredulità. E’ stanchezza.

Mi chiede di contare le gocce di un medicinale in un bicchiere e io mi concentro come fosse un’equazione differenziale. Mi consegna un pacchetto. Lo apro e dentro trovo un oggetto antico e prezioso. “Non posso accettarlo”, le dico, “è troppo”. Mi chiede di leggere il biglietto che lo accompagna. Non capisco quasi nessuna delle parole che ha provato a scrivere per imporsi su quel male bastardo e allora penso che una bastonata a quel male bastardo la posso dare anch’io e leggo ad alta voce una frase bellissima che mi invento sul momento con le poche parole che riesco a decifrare. La ringrazio commossa, lei lo è più di me, il male bastardo non capisce e gli sta bene.

Intanto le dieci gocce hanno compiuto il loro percorso, lei si alza di nuovo, vuole vestirsi. L’aiuto come posso, quindi poco e male. Non rinuncia al suo filo di perle ed infine scendiamo quella scala imponente.

Prima di salutarmi apre la sua borsa appoggiata all’ingresso e ne tira fuori un vecchio articolo di giornale che parla di me e che lei ha conservato: “Questo ti dimostra quanto ti penso. Non ho mai fatto un regalo con tanta gioia come quello che ti ho fatto oggi”.

E io non ho mai ricevuto un regalo avvolto in tanto immeritato affetto.

 

 

 

Cucciola

Eri l’unica persona a potermi chiamare “cucciola” impunemente.

Lo facevi quando commettevo un errore o quando non ero abbastanza sveglia e veloce nel capire qualcosa.

Era un modo curioso, il tuo, di riprendermi. E molto efficace: mi toglieva tutta l’arroganza e l’orgoglio, mi ricordava che ero ancora ben lontana dal sapere tutto e mi metteva nella condizione migliore per imparare.
Ogni volta io immaginavo la scena vista in qualche documentario, quella in cui due cuccioli di leone giocano a fare i grandi aggredendosi in modo scombinato per poi finire a ruzzolare uno sopra l’altro mentre la leonessa li tiene d’occhio poco più in là.

Eri davvero la mia leonessa: il punto fermo in mille occasioni, la risposta ai dubbi, lo sguardo attento su cui potevo contare. Quella che mi lasciava fare casino per poi intervenire a fermarmi prima che mi facessi male.
Non sono mai riuscita a farti arrabbiare anche se, lo so, per me avevi una riserva di pazienza speciale.
Non eravamo amiche ma il contatto telefonico quotidiano con cui collegavamo le nostre due trincee lavorative aveva creato qualcosa di importante che riesco a vedere bene solo adesso che non ci sei più: era la certezza che mi avresti sempre coperto le spalle.

Mentre l’insicurezza comincia a farsi strada nella tristezza e nella mancanza penso a quello che mi avresti detto tu.

Mi dico “cucciola” da sola.
E lo farò, stanne certa, ogni volta che come oggi non riuscirò a capire qualcosa.

Un po’ aiuta.
Ma non sarà mai più la stessa cosa.

Di mostri e biscotti.

mostri

Come d’accordo vengo a chiamarti alle quattro.

Scendi subito ed iniziamo a correre.

I primi due chilometri sono di riscaldamento e l’unico momento in cui riusciamo a chiacchierare. Poi appena senti il beep del secondo chilometro tu inizi ad allungare e a me resta giusto il fiato per sopravvivere.

Ma oggi il silenzio è durato poco.

Al quinto chilometro ti sei fermata con un “Scusa, io cammino, tu continua pure se vuoi”.

Figuriamoci, sono ben felice di fermarmi anch’io. Molto più strano che lo faccia tu, tu che sotto i dieci km “non ti sei neanche guadagnata l’acqua calda della doccia”.

“Non stai bene?” ti chiedo. Tu sorridi e dici che è tutto a posto, solo che oggi non ti va di correre.
Ancora più strano perchè è la giornata ideale, cielo limpido, temperatura gradevole e tutti i colori possibili intorno.

Camminiamo un po’ in silenzio mentre io recupero un ritmo respiratorio accettabile. Mi confessi sottovoce che un’ora prima ti sei mangiata una decina di biscotti, che forse è per quello.
Che dovevi dar da mangiare al mostro.
Che altrimenti ti mangiava lui.

Io lo so che quando fai così devo stare zitta e lasciarti tutto lo spazio che ti serve per popolarlo di quelle metafore necessarie a dare un nome ed un aspetto a quello che ti tormenta.

“Il mostro è tornato due giorni fa e non mi dà tregua. Gli mando giù di tutto, ma non basta, continua a strappare brandelli. Ma che vuole?”

Lo so cosa vuole e lo sai anche tu. Ma è più facile mandargli giù biscotti, che sono a portata di mano e a volte bastano a confonderlo per un po’. Poi di solito riesci a bastonarlo con le endorfine che raccogli su chilometri d’asfalto, ma questa volta è stato più veloce di te, ti ha legato le gambe e la volontà.

“Posso fare qualcosa?”.

Tu guardi verso un punto talmente lontano che intuisco essere ben nascosto dentro di te. Ti sforzi di sorridere ma poi decidi che è più facile ricominciare la corsa.

Sorrido io, perchè una volta tanto ho capito.

No, non ti lascio correre da sola.

Rutenio

rutenio

Rutenio – Immagine presa da http://www.wikipedia.it

Il rutenio è un metallo bianco e duro. Si presenta in quattro forme cristalline diverse e non si opacizza a temperature ordinarie. Si ossida però con reazione esplosiva.

Per via del suo effetto indurente su platino e palladio, il rutenio viene usato in lega con essi per produrre contatti elettrici molto resistenti all’usura. L’aggiunta dello 0,1% di rutenio al titanio ne aumenta la resistenza alla corrosione fino a 100 volte.

Il rutenio (dal latino Ruthenia, Russia) fu isolato da Karl Ernst Claus nel 1844. Elemento considerato abbastanza inutile, trovò un suo utilizzo industriale grazie a Kenneth Parker che nel 1941 mise sul mercato quella che viene generalmente considerata la più perfetta penna della storia, la Parker 51.

Immagine presa da www.wikipedia.com

Parker 51 – Immagine presa da http://www.wikipedia.com

Era l’eleganza fatta penna: il cappuccio poteva essere placcato oro o cromo; la clip era dorata e a forma di freccia. Il corpo era grassottello e invitante e si presentava in colori con nomi come “blu cedro”, “verde Nassau”, “cacao”, “rosso furia”. Il materiale del corpo era una plastica di nuova concezione, la lucite. Erano nuovi anche il meccanismo che regolava il flusso dell’inchiostro e l’inchiostro stesso. Per la prima volta i segni tracciati non si asciugavano per evaporazione ma penetravano nelle fibre stesse della carta e si asciugavano all’istante per assorbimento. L’unico punto debole di questa penna era la punta in oro, un materiale malleabile che si deforma facilmente. Parker mise al lavoro un esperto di metallurgia dell’Università di Yale e nel 1944 venne brevettato il pennino costituito da una lega di rutenio che lo rendeva resistentissimo. Il fatto che la penna fosse ricaricabile ed avesse ora un pennino praticamente indistruttibile la rese un oggetto praticamente eterno.
Questa penna divenne presto una sorta di status symbol, l’unico oggetto con cui banchieri, agenti di cambio e politici di alto livello firmavano assegni, conti del bar e schede segnapunti a golf. Nel 1945 Eisenhower e Mac Arthur usarono le loro rispettive 51 per firmare gli armistizi che misero fine alla seconda guerra mondiale in Europa e nel Pacifico.

In realtà non sono un’esperta di penne, anche se mi piacciono molto. E il rutenio è un elemento che ho sentito nominare per la prima volta solo qualche giorno fa.

Ma ho letto che Oliver Sacks, il grande neurologo e scrittore recentemente scomparso, aveva l’abitudine di collegare i suoi compleanni al relativo elemento sulla tavola periodica. Un’idea che trovo affascinante: gli anni non più considerati come un pesante accumulo ma piuttosto come transizione verso caratteristiche diverse e sempre più complesse. Un’idea che ho deciso di adottare e che oggi mi fa compiere un balzo proprio sulla casellina del rutenio.

(Le notizie relative al rutenio e alla Parker 51 vengono da Wikipedia e da un libro bellissimo sulla chimica, Il cucchiaino scomparso)

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