Passaggio di consegne

È iniziata con un “Da’ retta a ‘na vecchia”.

Poi è arrivato tutto il resto: l’asfalto (tanto), lo sterrato, la ghiaia, le salite (poche, ma potrebbe cambiare idea), la pioggia, la neve, il freddoporco, l’alba, il buio, il caldoumido padano, la convivenza con piedi orrendi e spesso doloranti.
“Però è lenta” l’ha rassicurata, “ti godi il panorama”.

Sembrava un passaggio di consegne sereno finché non è venuta fuori la storia delle alette glitterate. Qui la giovane si è fatta prendere dallo sconforto.
Le ho immortalate mentre la vecchia la abbracciava e la consolava: “Le ha fucsia, forse la scampi”.

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Diciannove

– E’ un percorso molto difficile.

– Sì, lo è.

– Mi chiedevo… ma se io alla fine ce la facessi…

– Non “se”. Quando.

– Ok. Quando ce la farò, poi sarà tutto più facile? Voglio dire, nella vita non potranno capitarmi cose più difficili di questa, giusto?

– Quando ce la farai, poi le cose facili non ti piaceranno più.

Torna qui tra una decina d’anni e fammi sapere se avevo ragione.

Buon compleanno.

19

Strategia

Ho un piano, anzi mezzo.

I primi cinque li farò cercando di godermi ogni istante, felice di essere lì. Mi guarderò intorno e sorriderò a tutti.

L’ultimo, se ci arrivo, lo farò ripetendomi in loop “Ma sei una grande!!! Ma ce la stai per fare davvero!”

Ne restano quindici, che mi piacerebbe distribuire a chi ha voglia di accompagnarmi in questa impresa: se ne sceglie uno (il settimo? il decimo? il diciottesimo?) e mi si suggeriscono pensieri. Lascerei perdere le preghiere, che i santi conto già di incontrarli tutti per conto mio.

Gli spazi vuoti e i momenti più duri  li riempirò con le persone che mi hanno fatto del male e davanti alle quali col cavolo che rallento.

Tra un mese preciso compio 45 anni.

Tra un mese preciso proverò a correre la mia prima mezza maratona.
Mi accompagni per un chilometro?

 

 

 

 

 

Savana milanese.

Due volte alla settimana, alle 5,30 del mattino, una donna si alza e inizia a correre.
Negli stessi giorni, alla stessa ora, una donna si alza e inizia a pulire le persiane delle sue finestre.
Due volte alla settimana, alle 5,30 del mattino, non importa che tu sia quella che corre o quella che pulisce.
Guarderai l’altra e penserai che è pazza.

Colloqui

Quaranta minuti a chiacchierare, in un’aula spoglia, di quel ragazzo serio e taciturno che lui osserva ogni tanto da una cattedra e che davanti a quella cattedra io ho, in qualche modo, condotto.

Ci siamo confrontati, consigliati a vicenda. Abbiamo fatto ipotesi, raccontato aneddoti, confessato timori, sussurrato speranze.

Ciascuno inclinato verso l’altro per non perdere neanche una parola, una sfumatura, di quel flusso prezioso ad entrambi per motivi diversi.

Neanche una parola che riguardasse i voti, il rendimento scolastico, le verifiche e le interrogazioni.

Lui insegna la materia più lontana dagli interessi e dalla capacità di comprensione di mio figlio. Ma un giorno Diego mi ha detto che quel professore era l’unica persona che avesse capito qualcosa di lui. Nemmeno una grave insufficienza mi avrebbe spinta con più energia a chiedere un appuntamento.

Ho pensato a lungo a quel colloquio, perchè conteneva cose su cui riflettere con calma. Deve averlo fatto anche lui e mi ha mandato per email questa citazione che è la naturale e completa conclusione di quello che ci siamo detti e che spero possa essere utile anche ad altri genitori:

Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore alla vita. Esso può prendere diverse forme, e a volte un ragazzo svogliato, solitario e schivo non è senza amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato di attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione d’un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita? (Natalia Ginzburg – Le piccole virtù)

Quando un professore ha così piena coscienza del suo ruolo di educatore la scuola diventa scuola davvero.

Wings for life

In questa corsa funziona che il traguardo ce l’hai alle spalle ed è lui che insegue te.
A mezz’ora dalla partenza parte una macchina che procede a velocità costante. Quando la macchina ti raggiunge tu hai terminato la corsa.
IMG-20160508-WA0068-01Raccontavo questa cosa nei giorni scorsi a Diego per farmi aiutare a calcolare dopo quanti km la macchina mi avrebbe presa. Lui, che è notoriamente impaziente di essere d’aiuto, alla mia esposizione ha risposto: “Tra’ ma’. Secondo Zenone non ti prenderà mai”.
Zenone non ha mai corso una Wings for life, evidentemente.
E io devo rivedere i piani di investimento sull’istruzione di mio figlio.
Perché la macchina mi ha presa e anche piuttosto in fretta.
Le mie scarse doti atletiche ed il caldo le hanno permesso di raggiungermi poco dopo il tredicesimo chilometro.

Per la foto celebrativa non potevo certo tornare indietro al cartello dei 10 km.

 

Che si sappia.

Due ragazzini di 11 anni si danno il cambio.

Marco, quello più simpatico, ha sbuffato per la ventesima e ultima volta nel giro di un’ora di fronte al present simple. Samuel, quello più timido, ha appena appoggiato lo zaino e sta litigando ancora con il giubbotto che non riesce a sfilarsi.

Sono compagni di classe.

Parlano in gergo, per qualche istante, di qualcosa che intuisco avere a che fare con un videogioco. Mi intrufolo per accelerare i tempi e inizio affettuosamente a prendere in giro Samuel che, ne sono certa prima ancora di chiederglielo, non avrà provato a fare da solo gli esercizi di matematica che gli avevo assegnato la volta scorsa. Lui abbozza una sorta di debolissima difesa fatta di gatti che rubano compiti o qualcosa del genere. Marco gli si avvicina, gli dà di gomito e gli dice serio: “Lascia perdere, ci ho provato anch’io a prenderla in giro e non ci sono riuscito”.

Mi sto facendo una reputazione.