4 giorni in Val Passiria

Primo giorno

Non è ancora Val passiria. Forse non è nemmeno ancora provincia di Bolzano. Ma decidiamo di sfruttare la giornata fermandoci per un’escursione lungo la strada che dovrebbe portarci all’albergo che farà da campo base.

La scelta cade sul Corno Bianco (2300 m.)
Si chiama così perché la sua vetta di roccia bianca spicca sulla montagna verde.
Non so dirvi esattamente dove si trovi. Sicuramente nelle Dolomiti. Ma è la prima volta che vengo da queste parte e non ho molti punti di riferimento (Davide dirà che non cambierebbe niente neanche se fossi venuta qui per dieci anni di fila e temo abbia ragione).
Il Corno Bianco si vede dal fondo della gola scavata da un torrente, un ghiaione 900 metri sotto, dove i miei scarponcini lasciati nella scarpiera inutilizzati per anni si sono suicidati. Una figura un po’ da milanese per la quale mi sono scusata con tutte le stratificazioni dolomitiche vecchie di 300 milioni di anni che avevo intorno.
Ho infilato le scarpette di riserva e via, a salire, verso la croce in cima, con il sentiero non sempre semplicissimo per me ma capace di lasciarti a bocca aperta più per lo spettacolo che per l’affanno.
Croce raggiunta nel pomeriggio e poi giù per altre due ore attraverso rocce, ghiaia, prati in fiore, sentieri nel bosco, percorsi vietati agli slittini e l’ultimo chilometro, faticosissimo, sull’asfalto. Per un totale di… Boh, al quindicesimo km il garmin è morto.
Ma che importa.
La giornata, oggi, la misuriamo in un altro modo.

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Secondo giorno

Scarponcini nuovi di zecca per affrontare il secondo giorno.
Il programma di oggi è piuttosto facile: una passeggiata da San Leonardo a Moso risalendo il fiume Passirio (accento sulla prima i) che dà il nome alla valle che ha scavato, poco dislivello e il rumore dell’acqua ad accompagnarci.
Il gruppo è più folto, oggi, ma ci sgraniamo presto come un rosario, in gruppetti di avemaria separati ogni tanto da un gloria.
Non dovrebbero mai dirmi che un percorso è poco impegnativo, perché poi io affronto malamente anche le poche salite.
Se ieri l’elemento predominante è stata la roccia bianca, oggi è sicuramente l’acqua: verde e azzurra, bianca nelle creste di spuma tra i sassi o nei salti, scrosciante, a spruzzi, gocciolante da una fontana, presa a sorsi dalle borracce, che oggi faceva caldo anche qui (no, non la voglio sapere la temperatura di Milano).
Tra i particolari che vorrei ricordare c’è una cascata fragorosa, le caprette che non ci volevano lasciar passare, i piedi a mollo nel Passirio, i miei primi tentativi con i selfie, i 18 km che incasso anche oggi.
Inizio ad abbronzarmi.
I polpacci stasera fanno un male boia.

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Terzo giorno
Tutto il gruppo parte da Plan, dove abbiamo il campo base, e inizia a inerpicarsi non so bene con quale obiettivo: non partecipo mai ai meeting tecnici e oggi ne pagherò le conseguenze.
Dopo un’ora abbondante di salita tra pascoli, ruscelli e coperte di rododendri si arriva ad una malga di quelle che trovi solo qui: piena di dettagli che devi per forza fotografare.
Alcuni elementi del gruppo confabulano intorno a delle cartine e capisco che ci si sta per dividere: chi deve rientrare stasera, chi ha bambini al seguito, chi non se la sente di camminare ancora in salita raggiungerà una malga poco distante e poi una terza. Gli altri saliranno un po’ per provare a raggiungere un rifugio. Sono in tre: uomini e provetti camminatori di montagna. Io, che di solito sono una personcina molto razionale, perdo per un attimo il contatto con i miei neuroni e mi trovo incamminata con i tre temerari.
Il sentiero sale, sale e basta, il terreno diventa di roccia, spesso di pietrisco instabile. Ogni tanto ci si ferma a recuperare fiato e idratazione: “Ma sì, dai che arriviamo in cima”. La prima volta che mi indicano il rifugio è talmente lontano che dico di sì ma mica lo vedo. Le chiazze di neve sono sempre più vicine finché una bella grossa ce la troviamo davanti. Da attraversare, certo.
Il rifugio ormai lo vedo anch’io ed è solo quando ormai manca meno di mezz’ora a raggiungerlo che mi viene una curiosità:
“Scusate, ma a che altitudine si trova questo rifugio?”
“2900 metri”
“No dai, seriamente, non può essere a 2900 metri. Il paese da cui siamo partiti è a 1600”
“Certo, infatti dicevamo prima in malga che 1300 metri di dislivello forse erano un po’ troppi, ma ormai ci siamo dai”.
Controllo la vertigine ripetendomi: “Strudel. In cima c’è lo strudel” ed incredibilmente, signori, arrivo in cima.
Mi sento tanto calabrone ciccione che non conosce le leggi della fisica e quindi vola comunque.
Al rifugio non avevano lo strudel ma ho fatto la felice conoscenza del Kaiserschmarren.
Al ritorno la parete di neve l’ho fatta tutta in scivolata sul culo, tratto che il garmin rileverà come unico rettilineo e velocità massima.
La discesa è sembrata ancora più lunga della salita ma alla fine sono arrivata.
L’intero apparato locomotore è dolorante. Però manca solo un giorno: il calabrone non si metterà a studiare fisica proprio adesso, no?

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Quarto giorno

È l’ultimo giorno e siamo rimasti in 7. Il percorso dovrà per forza essere breve per permettere a tutti di rientrare a casa.
Partiamo da Moso in Passiria diretti verso il Rifugio Montenevoso.
Il percorso è abbastanza semplice e invita alle chiacchiere che si mescolano, senza dare troppo fastidio, ai campanacci, al gorgoglìo dei ruscelli, al vento che scuote i cespugli di rododendri e ai fischi delle marmotte.
Il rifugio si trova a 2350 metri di altitudine ed è al centro di quel che resta di San Martino di Montenevoso, un piccolo villaggio di minatori che nei secoli scorsi hanno estratto da queste montagne rame, zinco e piombo.
Dopo lo strudel d’ordinanza si scende, un po’ mesti, verso le macchine: questa sera niente prelibatezze altoatesine in albergo, si torna a casa.
Anche a questo giro ho avuto compagni di viaggio straordinari: non li ho mai citati ma se tu che stai leggendo eri lì con me devi sapere che ti sono profondamente riconoscente.

In questi quattro giorni volevo riempirmi le gambe di salite, i polmoni di aria pulita e gli occhi di bellezza: ci sono decisamente riuscita. Temo di aver riempito anche il limite della pazienza di chi mi segue qui e me ne scuso. Credo di essere abbastanza brava a tenere per me delusioni, tristezze e preoccupazioni. Ma la felicità, quando mi prende, mi esplode dentro e devo raccontarla.

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Essere mortale (Atul Gawande)

Essere mortale

Sono in un’eta in cui è abbastanza comune venire in contatto con i problemi legati all’età che avanza di genitori e suoceri, propri o di amici, e a tutte le riflessioni che riguardano il modo di avvicinarsi alla morte. Ed è abbastanza inevitabile, o almeno a me è successo così, che queste riflessioni vengano traslate dall’anziano o dal malato di cui ci si sta preoccupando, al proprio futuro: come affronterò la mia malattia, il mio diventare vecchia, il mio dover farmi aiutare nei gesti più semplici, il mio avvicinarmi alla morte?

So che ci sono persone che preferiscono evitare questo pensiero: questo libro non fa per loro.

Ma se invece siete tra quelli che ogni tanto ci pensano, si interrogano e non hanno già trovato tutte le risposte, allora questo è un libro, a mio avviso, utilissimo. L’autore è un medico statunitense, di origine indiana, che attinge esempi dai casi clinici che ha seguito ma anche dalla sua stessa famiglia per accompagnarci in una riflessione sul modo occidentale di considerare la morte, un momento che tendiamo a vivere come qualcosa di eccezionale ma che, con la nascita, è l’episodio più naturale, più ovvio e più inevitabile della vita di ciascuno di noi.

I progressi della medicina ci permettono di vivere molto a più a lungo e consentono di trovare soluzioni a piccoli e grandi fastidi. Ma può succedere che i medici, impegnati nell’allungare la nostra vita ad ogni costo, non si accorgano che il numero di giorni guadagnati non è sempre l’unico parametro da considerare. Che anche la qualità di quei giorni è importante.

Nella prima parte del libro si racconta anche di come, soprattutto negli Stati uniti, stia un po’ cambiando il concetto di Casa di Riposo, di vari esperimenti fatti nel tentativo lasciare agli anziani un minimo di autonomia che gli consenta di sentirsi vivi e di continuare a seguire i propri interessi.

Nella seconda parte si approfondisce il tema del fine vita. L’eutanasia è toccata di striscio, non è questo il tema principale. Piuttosto viene sottolineata l’importanza di affrontare con i propri famigliari questi argomenti che sono spesso un tabù: che cosa è davvero importante per te? Fino a che punto sei disposto ad affrontare disagi, dolori, impedimenti? Quali sono le attività che rendono la tua vita una vita che vuoi vivere? Le risposte qui sono diverse per ciascuno di noi e per ciascuno di noi cambiano nel tempo. Oggi per me potrebbe essere fondamentale la possibilità di muovermi sulle mie gambe ma non faccio fatica ad immaginare che, costretta su una sedia a rotella, potrei continuare ad essere io se solo avessi la possibilità di insegnare qualcosa, o di mangiare un gelato. Se fossi immobile in un letto, senza la possibilità di comunicare nè di gustare un cibo, e senza che ciascuna di queste funzioni abbia speranza di essere ripristinata, io non sarei più io. E, ci tengo a sottolinearlo, non è che la soluzione sia solo l’eutanasia. Anche in un paese come l’Italia c’è modo e modo di avvicinarsi alla morte per i malati di patologie gravi, dolorose, invalidanti.

Solo che spesso non lo sappiamo e, soprattutto, non vogliamo pensarci.

Indice di regalabilità: 3/5 (adatto a chi si trova ad occuparsi di un anziano o di un malato grave o a chi si interroga sul proprio fine vita)

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea dell’argomento e di come viene affrontato a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante. Chiedo scusa per la lunghezza dei testi che riproduco, non sono riuscita a limitarli più di così)


I progressi scientifici hanno trasformato l’invecchiare e il morire in esperienze mediche, in situazioni che devono essere gestite da professionisti del sistema sanitario. E tutti noi che lavoriamo nel mondo della medicina ci siamo rivelati inquietantemente impreparati a questo compito.

Un tempo per aiutarci a capire il mondo potevamo rivolgerci a una persona anziana. Oggi consultiamo Google e se abbiamo qualche problema con i computer chiediamo a un adolescente.

per la maggior parte delle nostre centinaia di migliaia di anni di esistenza – ad eccezione dell’ultimo paio di secoli – la vita media degli esseri umani è stata al massimo di trent’anni15. Per natura si moriva prima di arrivare alla vecchiaia. Anzi per la maggior parte della nostra storia, la morte è stata un rischio che incombeva assolutamente a tutte le età, senza particolari connessioni con l’invecchiamento.

Come scriveva Montaigne, osservando la vita nel tardo Cinquecento, «morir di vecchiaia è una morte rara, singolare e straordinaria, e tanto meno naturale delle altre; è l’ultima specie di morte, e la piú difficile»

Come gli ingegneri sanno ormai da tempo, i dispositivi semplici non invecchiano. Funzionano in modo affidabile fino al momento in cui un componente critico si guasta, decretando la morte all’istante dell’intero apparato. Un giocattolo a molla, ad esempio, funziona tranquillamente fino a quando un ingranaggio non si arrugginisce o la molla non si rompe, e a quel punto non si muove proprio piú. Ma i sistemi complessi, come potrebbe essere una centrale elettrica, devono funzionare e sopravvivere nonostante le migliaia di componenti critici potenzialmente fragili. Gli ingegneri quindi progettano queste macchine munendole di svariati livelli di ridondanza: di sistemi di riserva, e di sistemi di riserva per i sistemi di riserva. Ciò nonostante, man mano che i difetti del sistema complesso aumentano, arriva il momento in cui basta un solo difetto in piú a menomare l’intero insieme dell’apparato, portandolo in una condizione che chiamiamo di debolezza. Succede alle centrali elettriche, alle automobili, alle grandi organizzazioni. E succede a noi: alla fine un’articolazione di troppo si danneggia, un’arteria di troppo si calcifica. Le riserve sono esaurite. Ci consumiamo finché non resta piú niente da consumare.

Compito del medico, mi disse piú tardi Bludau, è sostenere la qualità della vita, espressione con cui intendeva due cose: la massima libertà possibile dalle devastazioni della malattia e la conservazione di un livello di funzionalità sufficiente per partecipare in modo attivo alle cose del mondo.

Se il sogno di tutti è vincere il tempo, l’ingrato compito del geriatra è farci accettare che non ne siamo capaci.

Questo è il risultato di una società che affronta la fase finale del ciclo dell’esistenza cercando di non pensarci. Ci ritroviamo con istituti che perseguono ogni tipo di obiettivo sociale – liberare i letti d’ospedale, alleggerire il carico che grava sulle famiglie, affrontare il problema della povertà tra gli anziani – tranne quello che importa a chi ci risiede: come condurre una vita che valga la pena vivere quando siamo deboli e vulnerabili e non sappiamo piú cavarcela da soli.

Una persona che rifiuta di fare le pulizie di casa con regolarità, che fuma sigarette e che mangia caramelle che le provocano una crisi diabetica e rendono quindi necessario il trasporto d’urgenza in ospedale è una vittima della trascuratezza o un archetipo di libertà?

che cosa rende la vita degna di essere vissuta quando siamo vecchi e fragili e incapaci di prenderci cura di noi stessi?

Apparentemente l’atteggiamento del personale era da imputare piú a incomprensione che a crudeltà, ma, come avrebbe detto Tolstoj, qual è in fin dei conti la differenza?

«Per noi vogliamo l’autonomia, per chi amiamo la sicurezza».

«Fanno la stessa vita che facevano nel loro quartiere, – diceva Carson dei suoi inquilini. – Continuano ad avere la possibilità di prendere decisioni per loro sbagliate, se vogliono».

Chiedono solo che sia loro consentito, nei limiti del possibile, di continuare a plasmare la storia del loro  essere al mondo: chiedono di fare scelte, di mantenere i contatti con il prossimo secondo le proprie priorità.

Nel 2008 il progetto nazionale Coping with Cancer ha pubblicato uno studio dove si dimostrava che i malati terminali di cancro sottoposti a ventilazione meccanica, defibrillazione elettrica o compressioni toraciche, o ricoverati in prossimità della morte in terapia intensiva, nell’ultima settimana avevano una qualità della vita di gran lunga peggiore rispetto a chi non riceveva questi interventi. E sei mesi dopo la morte, le persone che li avevano assistiti avevano il triplo di probabilità di cadere in una grave depressione.

Le persone gravemente ammalate hanno altre preoccupazioni oltre al semplice prolungamento della loro vita. Principalmente, come ci mostrano gli studi, vogliono evitare di soffrire, stare a piú stretto contatto con familiari e amici, mantenere la lucidità mentale, non essere di peso agli altri e riuscire a dare un senso di completezza alla propria esistenza. Il nostro sistema di assistenza sanitaria tecnologica si è dimostrato clamorosamente incapace di soddisfare queste esigenze, e il costo di questo fallimento non può certo essere misurato solo in denaro. Il problema, quindi, non è come riuscire a sostenere i costi dell’attuale sistema. Il vero problema è come costruire un’assistenza sanitaria che aiuti veramente le persone a ottenere ciò che è piú importante per loro alla fine della vita.

«Sta morendo?» mi chiese una sorella. Non sapevo che cosa rispondere. Non sapevo neanche che cosa poteva ancora significare la parola «morendo». Negli ultimissimi decenni la scienza medica non solo ha reso obsoleti secoli di esperienze, tradizioni ed espressioni legate alla nostra mortalità, ma ha posto l’umanità di fronte a un nuovo problema: come fare a morire.

La differenza tra l’assistenza medica tradizionale e quella dell’hospice non è che la prima cura e l’altra non fa niente, spiegò. La differenza risiede nelle priorità.

Abbiamo costruito un apparato da molti miliardi di dollari per dispensare l’equivalente sanitario dei biglietti della lotteria, mentre disponiamo soltanto di sistemi rudimentali per preparare i pazienti al fatto quasi certo che quei biglietti non saranno estratti. Il nostro progetto è la speranza, ma la speranza non è un progetto.

Pensiamo di poter tener duro fino a quando i dottori non ci diranno che non c’è piú niente da fare. Ma è raro che i dottori non abbiano piú niente da fare.

In altri termini, i pazienti che avevano concretamente discusso con i propri medici le preferenze relative all’ultimo periodo di vita avevano maggiori probabilità di morire in pace e con il controllo della situazione, e anche di risparmiare angosce ai familiari.

La morale che se ne può trarre è quasi zen: si vive piú a lungo solo quando si smette di cercare di vivere piú a lungo.

Ma Arnold mi aveva suggerito una strategia usata dagli specialisti in cure palliative quando devono discutere con i pazienti di brutte notizie: i medici «chiedono, rispondono, chiedono». Chiedono che cosa volete sapere, poi ve lo dicono, dopo di che chiedono che cosa avete capito di quello che vi hanno detto.

È questo che si deve intendere per avere autonomia: può succedere di non poter controllare le circostanze della vita, ma riuscire a essere l’autore della propria vita significa poter controllare quel che si fa con le circostanze che ci vengono date.

Nella vecchiaia e nella malattia sono necessari almeno due tipi di coraggio. Il primo è il coraggio di affrontare la realtà della mortalità: il coraggio di voler sapere la verità circa ciò che deve essere temuto e ciò che deve essere sperato. È una forma di coraggio già abbastanza difficile. C’è piú di un motivo per tirarsi indietro. Ma a sgomentare ancor di piú è il secondo tipo di coraggio: il coraggio di agire in base alla verità che abbiamo scoperto.

Fondamentalmente si tratta di un dibattito su quale sia l’errore per noi piú temibile, se quello di prolungare la sofferenza o quello di abbreviare una vita preziosa.

Dopo tutto il nostro obiettivo primario non è una buona morte, ma una buona vita fino alla fine.

La vita assistita è molto piú difficile della morte assistita, ma ha anche potenzialità straordinariamente piú grandi.

Ma qualunque cosa possiamo offrire, i nostri interventi, con i rischi e i sacrifici che comportano, sono giustificati solo se servono i piú vasti scopi della vita di una persona. Quando ce ne scordiamo, la sofferenza che infliggiamo può essere atroce. Quando lo teniamo presente, il bene che facciamo può far battere il cuore.

 

Saluto l’uomo. 


Saluto l’uomo che mi ha insegnato a camminare e, in un certo senso, anche a correre. 
Saluto l’uomo che mi ha insegnato la vera fatica perché non ne avessi paura e perché non influenzasse nessuna delle mie scelte. 

Saluto l’uomo che mi ha insegnato la preoccupazione di non essere di disturbo.  Non ha scelto lui quando andarsene, ma se avesse potuto farlo credo avrebbe scelto un periodo fuori stagione, possibilmente di mercoledì. Per non disturbare.

Saluto l’uomo che mi ha insegnato la differenza tra il bene e il male, soprattutto quando il bene non è tanto comodo. 

Saluto l’uomo con cui ho combattuto le battaglie più dure: i mostri del mondo, poi, li ho sistemati con la mano sinistra. 

Saluto l’uomo che mi ha insegnato come si affronta una malattia bastarda, che ti colpisce nelle forze su cui hai sempre contato ma che ti lascia lucido a vedere e a capire lo scempio che fa di te. 

Questa è stata la lezione più importante. L’unica che ho seguito in silenzio, senza ribellarmi. L’unica che mi fa dire: “Spero un giorno di essere forte come te”. 

Ciao papà. 

Dodici ricordi e un segreto (Enrica Tesio)

Dodici_ricordi_un_segreto

Attilio è un pensionato, ex maestro di scuola, vedovo.

Isabella è sua figlia, un’adulta fuori rimasta bambina dentro.

Aura è la figlia di di Isabella, ragazzina fuori e adulta dentro, per forza di cose.

La storia inizia con Aura ventenne che torna da una permanenza in Irlanda di un anno. Attilio ha una di quelle malattie bastarde che ti porta a diventare un estraneo anche per te stesso e ha fatto promettere alla nipote, prima che partisse, che non l’avrebbe mai più cercato: lei doveva essere la sentinella della versione migliore di quel nonno che le ha fatto da padre.

Quando Aura torna ha bisogno di punti di riferimento: la madre ha l’ennesimo nuovo compagno ma ad Aura manca il nonno. Nessuno le vuole dire dove sia ricoverato. E lei ne ripercorre gli ultimi pensieri lucidi in una serie di biglietti che trova nella casa in cui avevano abitato insieme.

Non posso dire molto di più della storia perchè ha senso solo se viene scoperta pian piano attraverso i personaggi che le danno vita, nell’esatto ordine che ha scelto l’autrice, che sembra ti stia raccontando una storia da niente, che stia giocando a intrecciare fili innocui e, improvvisamente, ti ritrovi in mano una bomba.

Ho riempito il libro (elettronico) di sottolineature ma me l’aspettavo perchè mi capita di sottolineare idealmente quasi tutto quello che l’autrice scrive sul suo profilo Facebook.

Ho finito la storia ieri, su un autobus, di mattina presto, voltandomi verso il vetro per non fare vedere che mi stavo commuovendo come una dodicenne (voi leggetelo e poi ditemi se non vi commuovete nella scena finale, esattamente quando lui risponde “Sì”). Ed è da ieri che continuo a chiacchierare con quei personaggi: Attilio, Aura, Isabella, ma anche Guglielmo, Beatrice, Sergio (uhm, lui non tanto), Marilù, Gemma: me li voglio tenere intorno ancora per un po’. Anche quello stronzo di Tomaso che alla fine scopri che non è stronzo neanche un po’.

Indice di regalabilità: 4,5/5 (è un libro semplice, anche se non banale.  Accompagna senza affaticare dalla prima all’ultima pagina, dando il ritmo con capitoli brevi. A tradimento regala folate di parole preziose che si impigliano nei pensieri.)

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)

Contento viene dal latino contenere, che è una parola che circoscrive, trattiene. Ma la felicità è un’altra cosa. Felix è una parola che si associa agli alberi, arbor felix si diceva sempre in latino, è felice l’albero che dà tanti frutti. Quindi che fa tanto. La felicità è fare tanto seguendo la propria natura, scoprire che tipo di frutto dare è l’obiettivo della nostra vita.

Sarebbe bello morire di cuore invece che di testa, sarebbe più sano.

Piangere non le era mai servito a far passare il male, ma l’aiutava a ingannare l’attesa.

L’amore è la scintilla che dà vita alle famiglie, quello che non sapevo è che la famiglia è il mostro di Frankenstein. Una forzatura, un organismo in perenne sindrome da rigetto: una gamba più lunga dell’altra, le parti maldestramente attaccate con qualche punto di sutura, eppure vivo e vitale, in movimento. Tocca accettarla per quella che è: un mostro, arrabbiato, tragico, innamorato, solo. A volte irresistibilmente comico.

Ma se Dio avesse dato importanza alla vita degli uomini, avrebbe reso più complicato il meccanismo della procreazione.

“Tuo padre pare abbia le idee molto chiare sul tuo futuro.” “È facile tenerle pulite le idee quando ne hai due in tutto.”

Una foresta che cresce non fa rumore, ma le radici sentono tutto benissimo.

La matematica ci insegna l’infinito, le lettere ci insegnano a dargli un nome. La filosofia ci mostra come aprire il mondo, la chimica e la fisica le combinazioni che lo chiudono. La storia ci prepara, la ginnastica ci allena. A cosa esattamente lo devi decidere tu

“Qualsiasi torto tu credi di aver subito non ti giustifica, bisogna essere gentili e tu non lo sei. La gentilezza è la vera rivoluzione, e tuo nonno è stato un grande rivoluzionario. Come credi che reagirebbe nel vederti così, armata fino ai denti, con quella faccetta da adolescente fuori tempo massimo?”

noi siamo la reazione a ciò che ci capita e fortunatamente non sappiamo mai cosa ci potrà capitare domani.

“Cerca di avere dei pensieri, non delle convinzioni”

Ci sono donne a cui fa paura il punto, a guardarlo da vicino è poi un buco nero, dà le vertigini. Lei invece ci si tuffa e riemerge nella pagina successiva,

Lei non è come le altre donne, lei è diversa, è costante e distante, il contrario di sua madre, che è discontinua e invadente.

 

Come una milanese.

Le vacanze di Natale sono terminate e bisogna scendere, come una milanese qualsiasi.
Selvino è un paese che funziona come un grande polmone: periodicamente si gonfia di turisti, provenienti soprattutto da Milano, e altrettanto periodicamente li espira, giù per la Val Seriana o per la Val Brembana. Tutta questa gente che sale e scende è importante come l’aria, per Selvino, che vive e prospera soprattutto grazie a loro.
Ma qui, quando ti danno del “milanese”, non è mai un complimento. È la solita rivalità tra chi vive in montagna e chi ci sale per una vacanza.
Manco da molti anni ma ancora la riconosco, seppure più sottile ed elegante.
Davide si diverte a raccontare che il giorno del matrimonio, mentre mi aspettava fuori dalla chiesa con i fiori in mano, fu avvicinato da una signora che in tono poco cordiale gli disse: “Lei porta via la ragazza più brava del paese!”. Non era vero, ovviamente: non sapevo nemmeno stirare una camicia. Ma ero di Selvino e lui un milanese, quello che stava per fare era molto simile a un’appropriazione indebita. 
Ho un po’ perso la cittadinanza con quel matrimonio e il trasferimento giù nella nebbia. Cerco di riconquistarne un pezzettino ogni volta che salgo ma è difficile: non conosco quasi più nessuno.
Nemmeno la corsa mi aiuta. Se sei di Selvino e dici che esci a fare una passeggiata qui pensano che come minimo arrivi in cima al Monte Poieto. Quelli che corrono, qui, si iscrivono al Gran Trail Orobie da 70 km. Io faccio due giri chiesa nuova – sorriso – marcellino – fontanella ciclisti – via roma – gildo – relax – tennis- via passeggio – crai – chiesa nuova e gli alberi sembrano guardarmi con la stessa espressione di Oldani alla fine dello spot Barilla.

Ma soprattutto devo scendere quando finiscono le vacanze: è questo, più del resto, a fare di me una milanese.

Ero carne e sono diventata respiro: vista così non sembra neanche tanto male.

sdr

Referendum

Credo molto nell’importanza del voto, di quello consapevole, di quello che ti costringe ad informarti, a pensare, a valutare le possibilità. Credo nell’importanza del voto anche quando, e mi capita spesso, quello che scelgo dopo tanto esplorare e tanto vagliare non è la scelta della maggioranza.
Credo nell’importanza del mio voto in quanto donna, perchè è da poco che noi donne possiamo dire la nostra e secondo me si potrebbe fare la differenza, dovremmo solo convincerci un po’ di più.

Sono sempre andata a votare, anche quando si trattava di scegliere il meno peggio ed il meno peggio non riuscivo a vederlo, anche quando sono stata chiamata a informarmi su argomenti lontani dalla mia capacità di comprensione quanto una piattaforma petrolifera.

Non ho mai voluto essere contata tra i distratti, tra gli indifferenti, tra quelli dei calcoli e controcalcoli, tra quelli del “Fate voi, tanto siete tutti ladri”.

Ma questo referendum mi fa alzare le braccia. Mi arrendo.

Non andrò a votare perchè mi sento trattata da stupida da chi spende i miei soldi facendo finta di chiedere la mia opinione, facendomi una domanda inutile, a cui posso rispondere in un solo modo per poi prendere la mia risposta e servirsene per rafforzare linee di pensiero che non condivido.

No, questa volta non ci sto. E non ci sto con rabbia e delusione, perchè vedo il mio diritto di voto ridicolizzato e strumentalizzato come mai prima d’ora.

Forse sto solo invecchiando, forse con gli anni avanza pure il disincanto ed è normale. Però così è davvero troppo anche per un’ingenua ed un’idealista come me, una a cui brillavano gli occhi all’idea di partecipare al primo voto elettronico.

E vabbeh, mi terrò la curiosità.

Pastorale americana (Philip Roth)

pastorale1

Anche questo è un consiglio che mi è stato proposto all’inizio del lungo periodo di immobilità. Di Roth avevo già letto e apprezzato “La macchia umana” e andavo quindi abbastanza sul sicuro.

La storia è ambientata a Newark, costa orientale degli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra e ha al centro lo Svedese, un tizio di quelli che lo vedi vivere e ti chiedi: “Ma perchè a lui va tutto bene?”: alto, bello, biondo (da cui il soprannome “Svedese”), da ragazzino è campione in qualunque sport si cimenti. E’ pure bravo scuola. E’ il più popolare, il punto di riferimento e  il motivo d’orgoglio di una comunità intera. Ma lui non se la tira. E’ sempre gentile, educato, precisino, rispetta le regole, sembra non spiegarsi tutta quella popolarità. Poi cresce, si fidanza con Miss New Jersey e, anche lei, non è una miss di quelle che potremmo immaginarci: quasi si scusa per la sua bellezza, non ne vuole sentire parlare, minimizza quando ci è costretta, riesce comunque a tenere testa al burbero futuro suocero e dopo il matrimonio si mette ad allevare mucche. Lo Svedese invece subentra al padre nella conduzione dell’azienda che produce guanti da donna e che prospera fino a diventare la migliore del Paese. Un successo dietro l’altro, senza mai una sbavatura, un’ambiguità, un volume alterato.

Ci penserà la figlia adolescente a portare tutta la rabbia, la violenza, la vergogna, le regole infrante, i toni sguaiati. E non importa quanto lo Svedese sia solido, paziente e saggio. La furia colpirà la sua famiglia mandandola in pezzi. E da quello squarcio uscirà uno Svedse disilluso, stanco e molto umano. E’ da quel momento in poi che non si riesce ad evitare di volergli bene.

E’ un libro intensissimo, talmente pieno di roba che è davvero difficile dire di cosa parli. Perchè intorno alla vita dello Svedese c’è la Storia e quindi c’è la guerra del Vietnam, ci sono i disordini razziali, le manifestazioni che mettono a ferro e fuoco la cittadina, gli attentati. C’è la tecnica minuziosa per la realizzazione di un paio di guanti come si deve. C’è l’antipatia tra due famiglie, una ebrea e l’altra cattolica, che vedono i propri rampolli fidanzarsi tra di loro. C’è la vita di un uomo corretto fino al midollo che di fronte al dramma cerca di salvare il possibile, fosse anche un solo minuscolo frammento.

Adoro il modo di scrivere di Roth, quelle descrizioni in apparenza superficiali che poi, nel corso di libro, si avvicinano a spirale sempre più al cuore del personaggio, della vicenda, del sentimento e quello che all’inizio sembrava banale alla fine stordisce di emozione.

Non mi è piaciuto il finale. Perchè non viene svelato nulla, tutto rimane lì, sospeso, nel giardino in cui alcuni dei personaggi stanno pranzando. 400 pagine a raccogliere fili di storie intrecciate, l’interesse portato ai massimi livelli e poi non si sa come va a finire niente. Ma per questo, lo so, devo prendermela con Nathan Zuckerman che si è inventato tutto e che però, ad un certo punto, si è stufato.

Indice di regalabilità: 3,5/5 (non adatto a chi preferisce letture semplici)

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato nel libro: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)

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l’ironia è una consolazione della quale non hai proprio bisogno quando tutti ti considerano un dio.
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ristorantini larghi tre tavoli e lunghi quattro lampadari,
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Quando, per qualche istante, smisi di parlare, sentii che le mie parole, anziché cadere nella rete della coscienza del mio interlocutore, finivano nel nulla che c’era nel suo cervello, andavano là e scomparivano.
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Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.
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Se ci meritiamo il tempo che fa.
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E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.
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È incontestabile che, nella vita, non c’è nulla che dia piú sollievo di uno scatto di legittima indignazione.
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Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso.
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Una prova di resistenza durata tutta la vita. Una prestazione eccezionale realizzata su un campo in rovina. Levov lo Svedese ha una doppia vita.
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La figlia che lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico,
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Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato
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Quando si soffre come soffriva lo Svedese, chiedergli di non farsi illudere dal sollievo di un momento, per dubbia che ne fosse la motivazione, sarebbe stato chiedere troppo.
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Oggi dobbiamo continuamente riqualificare il personale. Oggi la nostra economia è tale che la gente viene a lavorare qui e, se qualcuno le offre qualcosa per cinquanta cent in piú l’ora, se ne va.
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La riflessione, semplicemente, impallidiva davanti alla loro ignoranza. Erano onniscienti, e senza neanche pensare.
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con l’aria di una persona la cui tragedia era di non essere mai stata la figlia di nessuno.
in quel caso non avrebbe urlato “papà papà”
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Quando si tratta di conforto, è sempre il fratello sbagliato, il padre sbagliato, la madre sbagliata, la moglie sbagliata, che è la ragione per cui uno deve accontentarsi di consolarsi da solo ed essere forte e tirare avanti consolando gli altri.
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Perché uno decide, nel bel mezzo delle tue piú acute sofferenze, che è venuto il momento di scaricarti addosso, sotto forma di analisi del carattere, il disprezzo che in tutti questi anni ha nutrito per te? Cosa c’è, nelle tue sofferenze, che rende cosí smaccata, cosí grande, la sua superiorità, che rende cosí piacevole esprimerla?
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Io voglio stare dove mi piace e non voglio stare dove non mi piace. Non è questo che significa essere americani?
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È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.
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La gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: – Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non piú di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero.