Francamente

Stage

CameraZOOM-20170705080950575Non avevo mai partecipato ad uno stage prima d’ora ed ero quindi impreparata: come ci si arriva? Come ci si veste? Gli altri sono complici o avversari? Si prendono appunti? C’è una classifica?
I miei dubbi si sono tutti sciolti di fronte agli occhi azzurri di Ilaria: l’unico volto conosciuto, seppure solo via foto profilo, all’inizio di questa esperienza.
Ho trascorso quattro giorni sulla riva del Lago di Nembia, vicino a Molveno, in Trentino, a seguire i consigli di corsa di uno che ne sa.

Orlando Pizzolato è noto per aver vinto la maratona di New York per due anni consecutivi. Ma dà l’impressione di essere nato per fare quello che fa adesso: seguire, consigliare, spiegare, motivare.
È preciso, brillante e non perde occasione per una battuta. Il leggero accento veneto enfatizza la simpatia che non ha mai un attimo di cedimento così come la sua ironia, quasi sempre rivolta verso sé stesso. Tutto questo mi ha un po’ confusa i primi giorni perché il mio timore reverenziale veniva costantemente preso a sberle dalla sua gentilezza e dalla sua semplicità.

 

Ero la peggiore del gruppo, sia in termini atletici che di simpatia, ma non mi sono mai sentita esclusa. Ogni sua spiegazione tecnica veniva declinata sia per quelli bravi sia per chi, come me, del runner ha solo la maglietta fosforescente. In strada il suo sguardo attento seguiva le falcate ampie e sicure degli atleti così come i passi pesanti e scomposti della sottoscritta.
Per tutti ci sono stati test in pista eseguiti scrupolosamente, riprese video da diverse angolazioni, stampa dei dati, calcolo dei ritmi di corsa, previsioni di performance e tabella di allenamento personalizzata. L’ultimo giorno ho il coraggio di sollevare una perplessità su un dato: lui mi ascolta, mi fa domande, valuta, verifica e si prende la briga di ricalcolare tutta una tabella come se fossi una che si sta preparando per le Olimpiadi.

La moglie Ilaria si occupa dell’organizzazione ed è una macchina da guerra travestita da donna incantevole. Riesce a sorriderti mentre non perde una parola di quello che dici tu, il tizio al tavolo di fianco e il telecronista nel video alle sue spalle.  Se c’è un problema lei lo risolve prima ancora che tu lo veda. È anche l’ottima fotografa a cui ho rubato le immagini di questo articolo.

Sono stati giorni intensi in cui ho imparato moltissimo e in cui, complice anche la cornice offerta delle Dolomiti del Brenta, sono stata davvero bene.

Ora so cos’è uno stage. E sto già pensando al prossimo.

 

Arrosto tapascione

Ingredienti:
1 tapasciata
un pezzo di lonza
aromi vari (l’Ariosto è perfetto)
2/3 famigliari che si aspettano un pranzo pronto anche la domenica
un pizzico di faccia tosta
un po’ di coraggio
patate (opzionali)

La sera prima prepara tutto l’occorrente per la tapasciata e tira fuori il pezzo di lonza dal freezer. Poi punta la sveglia (intorno alle 6, 6,30 al massimo; per riuscirci usa metà del coraggio) e dormi il sonno del giusto.

Al risveglio prendi un bel pezzo di foglio di alluminio. Appoggiaci sopra la carne e, mentre la tazzona d’acqua per il Nescafe è nel microonde, massaggiala con gli aromi (la carne, non la tazza).

Fai colazione.

Poco prima di uscire (quando accendi il Garmin, per intenderci) metti la carne in forno e imposta la tempetatura a 100 gradi.
Usa il suo bel foglio di alluminio come teglia: una cosa in meno da lavare.

Saluta il tuo arrosto dalla finestra del forno. Io di solito gli dico: “Vai che vado anch’io! ”
Esci. (Con il forno acceso????? Sì: usa l’altra metà del coraggio).

Torna dopo quelle 3-4 ore. Tu avrai finito la tua tapasciata e l’arrosto sarà a buon punto della sua. Salutalo e urlagli: “Dai che è quasi finita!!!!”.

Se vuoi le patate è questo il momento di tagliarle a pezzettoni e buttare nell’acqua bollente. Poi ti butti tu sotto la doccia. Devi essere un po’ veloce, le patate sono in genere rapide. Io di solito esco in accappatoio, scolo la patate, le metto in una teglia con un po’ di olio e le affianco all’arrosto in forno che a questo punto copro con i bordi dell’alluminio.
Alzo la temperatura a 180 gradi.
Torno in bagno per la (mia) rifinitura.
Quando torno in cucina arrosto e patate sono pronti.

A me piace perché io faccio la mia fatica e lui la sua. Perché è più lento di me. E perché posso sfoggiare la mia faccia tosta, quella di chi ha dovuto passare tuuuuutta la domenica mattina in cucina per il pranzo della famiglia.

 

Una cosa bellissima.

A cena parla più del solito.
E sorride.
Adesso che ci faccio caso sorride un po’ troppo.
Lo osservo con più attenzione e mi accorgo che gli brillano gli occhi e le pupille hanno assunto una vaga forma a cuoricino.

“Ommioddio ci siamo” penso mentre preparo le condizioni ideali per indurlo a confessare.

“Ma’, oggi è successa una cosa bellissima!”

Sono vent’anni che mi preparo a cedere lo spazio ad un’altra donna ma non si è mai pronte abbastanza.

“Ah sì? “, fingo indifferenza, “che è successo?”

“Non ci potevo credere. C’era una visita guidata alla galleria del vento!”

“…”

Sembra che le madri degli aspiranti ingegneri abbiano più tempo per prepararsi.

Forse la devo smettere.

Forse la devo smettere di dire che corro: quello che faccio è qualcosa che non è camminare ma non è ancora correre. E inizio a credere che non lo diventerà mai. E’ più di un decennio ormai che macino chilometri con costanza ammirevole e sono ancora qui a sgomitare con il moribondo per non fargliele vincere proprio tutte.

Forse la devo smettere di scrivere parole che raccontano la corsa. Tendo a scriverne molte e chi mi legge, oltre ad annoiarsi a morte, mi immagina come un’atleta vera, cosa che è molto lontana dalla realtà. Ne scrivo perché la corsa è qualcosa che influenza molto quello che sono quando non corro. Ma quando corro sono un disastro.

Allora forse la devo smettere di correre. Avrei un sacco di tempo in più e di cellulite in meno visto che, si sa, la corsa la peggiora. Certo, dovrei mangiare un po’ di meno ma forse mi passerebbe anche questo appetito da muratore.
Forse io per la corsa non sono proprio portata.

Inciampavo in questi pensieri da un paio di giorni.
Fino a quando ho sentito il campanile battere le ore. Sette.
E automaticamente ho allungato il passo per finire quel decimo km in tempo per fare la doccia e prendere l’autobus per andare al lavoro.
È stato in quel momento che ho capito perché corro.

Non è per quella cosa di migliorarsi, di trovare i propri limiti.
Non è per le endorfine e neanche per dimagrire (che tanto io non dimagrisco).

È che la corsa è l’unico momento in cui tutta la mia razionalità non vince.
Lei continua imperterrita a esporre spiegazioni, percorsi logici, valutazioni che portano inevitabilmente lì: “Smettila che sei ridicola!”
Ma il resto del corpo si alza all’alba, si allaccia le scarpe ed esce a correre.

Quando sei tutta testa e niente anima questo assomiglia moltissimo alla libertà.

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Passaggio di consegne

È iniziata con un “Da’ retta a ‘na vecchia”.

Poi è arrivato tutto il resto: l’asfalto (tanto), lo sterrato, la ghiaia, le salite (poche, ma potrebbe cambiare idea), la pioggia, la neve, il freddoporco, l’alba, il buio, il caldoumido padano, la convivenza con piedi orrendi e spesso doloranti.
“Però è lenta” l’ha rassicurata, “ti godi il panorama”.

Sembrava un passaggio di consegne sereno finché non è venuta fuori la storia delle alette glitterate. Qui la giovane si è fatta prendere dallo sconforto.
Le ho immortalate mentre la vecchia la abbracciava e la consolava: “Le ha fucsia, forse la scampi”.

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Diciannove

– E’ un percorso molto difficile.

– Sì, lo è.

– Mi chiedevo… ma se io alla fine ce la facessi…

– Non “se”. Quando.

– Ok. Quando ce la farò, poi sarà tutto più facile? Voglio dire, nella vita non potranno capitarmi cose più difficili di questa, giusto?

– Quando ce la farai, poi le cose facili non ti piaceranno più.

Torna qui tra una decina d’anni e fammi sapere se avevo ragione.

Buon compleanno.

19

Strategia

Ho un piano, anzi mezzo.

I primi cinque li farò cercando di godermi ogni istante, felice di essere lì. Mi guarderò intorno e sorriderò a tutti.

L’ultimo, se ci arrivo, lo farò ripetendomi in loop “Ma sei una grande!!! Ma ce la stai per fare davvero!”

Ne restano quindici, che mi piacerebbe distribuire a chi ha voglia di accompagnarmi in questa impresa: se ne sceglie uno (il settimo? il decimo? il diciottesimo?) e mi si suggeriscono pensieri. Lascerei perdere le preghiere, che i santi conto già di incontrarli tutti per conto mio.

Gli spazi vuoti e i momenti più duri  li riempirò con le persone che mi hanno fatto del male e davanti alle quali col cavolo che rallento.

Tra un mese preciso compio 45 anni.

Tra un mese preciso proverò a correre la mia prima mezza maratona.
Mi accompagni per un chilometro?

 

 

 

 

 

Savana milanese.

Due volte alla settimana, alle 5,30 del mattino, una donna si alza e inizia a correre.
Negli stessi giorni, alla stessa ora, una donna si alza e inizia a pulire le persiane delle sue finestre.
Due volte alla settimana, alle 5,30 del mattino, non importa che tu sia quella che corre o quella che pulisce.
Guarderai l’altra e penserai che è pazza.

Colloqui

Quaranta minuti a chiacchierare, in un’aula spoglia, di quel ragazzo serio e taciturno che lui osserva ogni tanto da una cattedra e che davanti a quella cattedra io ho, in qualche modo, condotto.

Ci siamo confrontati, consigliati a vicenda. Abbiamo fatto ipotesi, raccontato aneddoti, confessato timori, sussurrato speranze.

Ciascuno inclinato verso l’altro per non perdere neanche una parola, una sfumatura, di quel flusso prezioso ad entrambi per motivi diversi.

Neanche una parola che riguardasse i voti, il rendimento scolastico, le verifiche e le interrogazioni.

Lui insegna la materia più lontana dagli interessi e dalla capacità di comprensione di mio figlio. Ma un giorno Diego mi ha detto che quel professore era l’unica persona che avesse capito qualcosa di lui. Nemmeno una grave insufficienza mi avrebbe spinta con più energia a chiedere un appuntamento.

Ho pensato a lungo a quel colloquio, perchè conteneva cose su cui riflettere con calma. Deve averlo fatto anche lui e mi ha mandato per email questa citazione che è la naturale e completa conclusione di quello che ci siamo detti e che spero possa essere utile anche ad altri genitori:

Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore alla vita. Esso può prendere diverse forme, e a volte un ragazzo svogliato, solitario e schivo non è senza amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato di attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione d’un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita? (Natalia Ginzburg – Le piccole virtù)

Quando un professore ha così piena coscienza del suo ruolo di educatore la scuola diventa scuola davvero.

Wings for life

In questa corsa funziona che il traguardo ce l’hai alle spalle ed è lui che insegue te.
A mezz’ora dalla partenza parte una macchina che procede a velocità costante. Quando la macchina ti raggiunge tu hai terminato la corsa.
IMG-20160508-WA0068-01Raccontavo questa cosa nei giorni scorsi a Diego per farmi aiutare a calcolare dopo quanti km la macchina mi avrebbe presa. Lui, che è notoriamente impaziente di essere d’aiuto, alla mia esposizione ha risposto: “Tra’ ma’. Secondo Zenone non ti prenderà mai”.
Zenone non ha mai corso una Wings for life, evidentemente.
E io devo rivedere i piani di investimento sull’istruzione di mio figlio.
Perché la macchina mi ha presa e anche piuttosto in fretta.
Le mie scarse doti atletiche ed il caldo le hanno permesso di raggiungermi poco dopo il tredicesimo chilometro.

Per la foto celebrativa non potevo certo tornare indietro al cartello dei 10 km.

 

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