Pastorale americana (Philip Roth)

pastorale1

Anche questo è un consiglio che mi è stato proposto all’inizio del lungo periodo di immobilità. Di Roth avevo già letto e apprezzato “La macchia umana” e andavo quindi abbastanza sul sicuro.

La storia è ambientata a Newark, costa orientale degli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra e ha al centro lo Svedese, un tizio di quelli che lo vedi vivere e ti chiedi: “Ma perchè a lui va tutto bene?”: alto, bello, biondo (da cui il soprannome “Svedese”), da ragazzino è campione in qualunque sport si cimenti. E’ pure bravo scuola. E’ il più popolare, il punto di riferimento e  il motivo d’orgoglio di una comunità intera. Ma lui non se la tira. E’ sempre gentile, educato, precisino, rispetta le regole, sembra non spiegarsi tutta quella popolarità. Poi cresce, si fidanza con Miss New Jersey e, anche lei, non è una miss di quelle che potremmo immaginarci: quasi si scusa per la sua bellezza, non ne vuole sentire parlare, minimizza quando ci è costretta, riesce comunque a tenere testa al burbero futuro suocero e dopo il matrimonio si mette ad allevare mucche. Lo Svedese invece subentra al padre nella conduzione dell’azienda che produce guanti da donna e che prospera fino a diventare la migliore del Paese. Un successo dietro l’altro, senza mai una sbavatura, un’ambiguità, un volume alterato.

Ci penserà la figlia adolescente a portare tutta la rabbia, la violenza, la vergogna, le regole infrante, i toni sguaiati. E non importa quanto lo Svedese sia solido, paziente e saggio. La furia colpirà la sua famiglia mandandola in pezzi. E da quello squarcio uscirà uno Svedse disilluso, stanco e molto umano. E’ da quel momento in poi che non si riesce ad evitare di volergli bene.

E’ un libro intensissimo, talmente pieno di roba che è davvero difficile dire di cosa parli. Perchè intorno alla vita dello Svedese c’è la Storia e quindi c’è la guerra del Vietnam, ci sono i disordini razziali, le manifestazioni che mettono a ferro e fuoco la cittadina, gli attentati. C’è la tecnica minuziosa per la realizzazione di un paio di guanti come si deve. C’è l’antipatia tra due famiglie, una ebrea e l’altra cattolica, che vedono i propri rampolli fidanzarsi tra di loro. C’è la vita di un uomo corretto fino al midollo che di fronte al dramma cerca di salvare il possibile, fosse anche un solo minuscolo frammento.

Adoro il modo di scrivere di Roth, quelle descrizioni in apparenza superficiali che poi, nel corso di libro, si avvicinano a spirale sempre più al cuore del personaggio, della vicenda, del sentimento e quello che all’inizio sembrava banale alla fine stordisce di emozione.

Non mi è piaciuto il finale. Perchè non viene svelato nulla, tutto rimane lì, sospeso, nel giardino in cui alcuni dei personaggi stanno pranzando. 400 pagine a raccogliere fili di storie intrecciate, l’interesse portato ai massimi livelli e poi non si sa come va a finire niente. Ma per questo, lo so, devo prendermela con Nathan Zuckerman che si è inventato tutto e che però, ad un certo punto, si è stufato.

Indice di regalabilità: 3,5/5 (non adatto a chi preferisce letture semplici)

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato nel libro: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)

__

l’ironia è una consolazione della quale non hai proprio bisogno quando tutti ti considerano un dio.
__
ristorantini larghi tre tavoli e lunghi quattro lampadari,
__
Quando, per qualche istante, smisi di parlare, sentii che le mie parole, anziché cadere nella rete della coscienza del mio interlocutore, finivano nel nulla che c’era nel suo cervello, andavano là e scomparivano.
__
Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.
__
Se ci meritiamo il tempo che fa.
__
E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.
__
È incontestabile che, nella vita, non c’è nulla che dia piú sollievo di uno scatto di legittima indignazione.
__
Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso.
__
Una prova di resistenza durata tutta la vita. Una prestazione eccezionale realizzata su un campo in rovina. Levov lo Svedese ha una doppia vita.
__
La figlia che lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico,
__
Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato
__
Quando si soffre come soffriva lo Svedese, chiedergli di non farsi illudere dal sollievo di un momento, per dubbia che ne fosse la motivazione, sarebbe stato chiedere troppo.
__
Oggi dobbiamo continuamente riqualificare il personale. Oggi la nostra economia è tale che la gente viene a lavorare qui e, se qualcuno le offre qualcosa per cinquanta cent in piú l’ora, se ne va.
__
La riflessione, semplicemente, impallidiva davanti alla loro ignoranza. Erano onniscienti, e senza neanche pensare.
__
con l’aria di una persona la cui tragedia era di non essere mai stata la figlia di nessuno.
in quel caso non avrebbe urlato “papà papà”
__
Quando si tratta di conforto, è sempre il fratello sbagliato, il padre sbagliato, la madre sbagliata, la moglie sbagliata, che è la ragione per cui uno deve accontentarsi di consolarsi da solo ed essere forte e tirare avanti consolando gli altri.
__
Perché uno decide, nel bel mezzo delle tue piú acute sofferenze, che è venuto il momento di scaricarti addosso, sotto forma di analisi del carattere, il disprezzo che in tutti questi anni ha nutrito per te? Cosa c’è, nelle tue sofferenze, che rende cosí smaccata, cosí grande, la sua superiorità, che rende cosí piacevole esprimerla?
__
Io voglio stare dove mi piace e non voglio stare dove non mi piace. Non è questo che significa essere americani?
__
È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.
__
La gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: – Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non piú di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero.

Annunci

L’uomo che metteva in ordine il mondo (Fredrik Backman)

L'uomo che metteva

E’ il primo libro che mi è stato consigliato all’indomani della frattura al malleolo, in vista del lungo periodo di inattività forzata.
In quei giorni di dolore, di tentativi maldestri di raggiungere livelli minimi di autonomia e di preoccupazione di non poter tornare a correre, questa lettura è riuscita a portarmi altrove.
In Svezia, esattamente.
Dove ho incontrato Ove, un signore di 59 anni.
La prima cosa importante da sapere, di Ove, è che guida una Saab. Ha sempre guidato solo Saab. E quando si scopre perchè un po’ ci si commuove.
All’inizio Ove ti fa salire il nervoso: lo trovi in un negozio di computer mentre fa impazzire un commesso. In realtà lui è pedante e scorbutico un po’ con tutti: con chi non fa la differenziata come si deve, con i padroni stupidi di cagnolini isterici che gli fanno la pipì in giardino, con chi non sa parcheggiare in maniera digntosa.
Ogni mattina si alza e fa il giro del quartiere a controllare tutto. E se ti becca a fare qualcosa contro il regolamento sono dolori.
Non è solo pedante, è proprio antipatico: non saluta, non ti guarda in faccia, ti risponde solo se gli fai una domanda intelligente e, comunque, a monosillabi.
C’è anche un gatto spelacchiato che ha iniziato a seguirlo, non si capisce bene da dove sia sbucato, ma sembra impermeabile ai tentativi di Ove di liberarsene.
Ma Ove sembra volersi liberare proprio di tutti e di tutto.
In realtà lui vorrebbe proprio togliere il disturbo in maniera definitiva e raggiungere la sua adorata moglie morta qualche anno prima.
Ma anche per un precisino come lui, che disdice gli abbonamenti e i contratti delle utenze, che pulisce casa da cima a fondo, che prepara una busta con i documenti più importanti, insomma, anche per lui suicidarsi non è così semplice. Perchè succede sempre che qualcuno venga a chiedergli aiuto. E a lui tocca, brontolando e sacramentando, interrompere tutto e sistemare quel che va sistemato.
Perchè lui è così, non può lasciare niente fuori posto. E’ l’uomo che metteva a posto il mondo.

E’ uno dei libri che mi ha coinvolto di più negli ulimi tempi. Un libro in cui ti trovi a sghignazzare su una pagina e a commuoverti in quella dopo e a ridere di gusto in quella dopo ancora. Alla fine vorresti tanto, tantissimo, che Ove fosse il tuo vicino di casa per correre a suonare il suo capanello: sai già che ti guarderebbe di traverso e di risponderebbe in malo modo, sai benissimo che da lui non avresti mai un sorriso né una parola gentile. Ma è Ove. E va benissimo così.

Indice di regalabilità: 5/5

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato nel libro: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante.)


Non è la corsa in sé a dare sui nervi a Ove, nient’affatto. Gli va benissimo che le persone facciano jogging. È solo che non capisce perché si debbano dare tutte quelle arie. Che vadano lenti o rapidi, corrono tutti con un sorriso saccente stampato in faccia, come se combattessero contro un enfisema. Quarantenni smidollati e superbi: con le loro corsette non fanno altro che urlare al mondo di non saper fare un accidenti. Ed è proprio necessario vestirsi come un ginnasta romeno di dodici anni, per farlo? Bisogna assomigliare a una squadra olimpica di slittino, solo perché si esce a trottare senza meta per tre quarti d’ora?

Davanti a sé, sul pavimento del soggiorno, Ove ha la sua piccola cassetta degli indispensabili. A casa loro è sempre andata così: tutte le cose comprate dalla moglie di Ove sono “carine” o “simpatiche”, tutte quelle comprate da Ove sono “indispensabili”. Hanno una funzione e servono a uno scopo preciso. Ove le conserva in due cassette diverse: la grande e la piccola. Quella piccola contiene viti, chiodi, tasselli, chiavi a tubo e altre cose simili. Ormai la gente non ha più in casa gli attrezzi indispensabili. La gente, ormai, possiede solo cazzate. Venti paia di scarpe, ma non uno straccio di calzascarpe. Forni a microonde e computer e televisori a schermo piatto, ma non uno straccio di tassello decente.

«Sensori di retromarcia, assistenti di parcheggio, videocamere e stronzate varie. Un uomo che ha bisogno di tutta ’sta roba per spostare un rimorchio in retromarcia non dovrebbe neanche pensare di spostarlo, un rimorchio in retromarcia, per la miseria.»

Forse gli uomini della sua generazione non erano stati preparati a sufficienza per vivere in un mondo in cui tutti parlano di fare le cose, ma in cui sembra che farle non abbia alcun valore.

La gente, ormai, spala la neve a caso, avanzando come un rullo compressore. Sembra che nella vita conti solo questo: farsi strada.

Ove, infatti, è il genere di uomo che, quando non sa bene dove andare, si limita a procedere, nella ferma convinzione che prima o poi la sua destinazione si manifesterà come d’incanto.

Tiene in mano un piatto di carta con due panini e sorride cauto a Ove. Ove si limita a rispondere con un cenno del capo, come se volesse fargli sapere che, anche se non ha intenzione di ricambiarlo, il sorriso è stato ricevuto.

Gli uomini come Ove e Rune appartenevano a una generazione nella quale si era ciò che si faceva, non ciò che si diceva,

“Amare una persona è come traslocare in una casa nuova” diceva sempre Sonja. “All’inizio ci si innamora senza riserve: ogni mattina ci si stupisce del fatto che tutto ci appartenga, come se si temesse che, all’improvviso, qualcuno possa irrompere dalla porta annunciando che si è verificato un grave errore e che non era previsto che si abitasse in un luogo così bello. Con il passare degli anni, però, le facciate si consumano, il legno si scheggia qua e là. Non si è più sopraffatti dallo stupore ogni mattina, e si comincia ad amare la casa non tanto per quel che è perfetto, quanto per quel che non lo è. S’impara a conoscerne ogni angolo e centimetro: come evitare che la chiave si blocchi nella serratura quando fuori gela, quali assi del parquet affondano leggermente quando le si calpesta, e come aprire le ante del guardaroba senza farle cigolare. Tutti quei piccoli segreti che rendono la casa nostra, e di nessun altro.”

Perché la più grande paura legata alla morte è che ci passi accanto. Che si prenda chi amiamo. E che ci lasci soli.

Il cervello affamato (Stephan J. Guyenet)

ilcervelloaffamato

E’ il libro che mi ha convinta ad acquistare il kindle, lungo un percorso che è partito dallo scaricare l’estratto, è proseguito lungo la lettura sul telefono e si è concluso la mattina di un Prime day.
A parte questo, è un libro che ha catturato la mia attenzione fin dalle prime pagine e non l’ha più mollata fino alla fine.
Si tratta di un testo divulgativo, comprensibile ma non sempre semplicissimo: molte parti, soprattutte quelle più legate all’anatomia, alle reazioni chimiche e alle interazioni ormonali non le ho ovviamente capite. Ma resta il tipo di testo che prediligo: serio, rigoroso, senza proclami, pieno di citazioni ad altri lavori e di riferimenti ad esperimenti scientifici svolti lungo un periodo lunghissimo. Si parla di ipotesi, di verifiche, di controverifiche, di fallimenti: tutto per capire perchè cerchiamo cibo anche quando il nostro corpo ha già assunto tutti i nutrimenti di cui ha bisogno per funzionare e stare bene; perchè dopo che abbiamo mangiato fino allo sfinimento ma ci offrono una fetta di torta ci troviamo a rispondere di sì; perchè alcune persone mangiano il doppio di noi e sono grasse la metà; perchè per la maggior parte di noi è più facile ingrassare che dimagrire; quanto influiscono l’attività fisica, il sonno, lo stress ma soprattutto PERCHE’.
Adoro quando mi spiegano il perchè, in modo dettagliato, logico, senza polemiche e senza ritenere di possedere l’unica verità. Alla fine l’autore lo dice chiaramente: restano un sacco di dubbi, di aspetti da verificare e da scoprire. Ma il dubbio, secondo me, è un indice di affidabilità sia nelle persone che nei libri.
E’ un testo che consiglio a tutti coloro che sono interessati all’alimentazione da un punto di vista un po’ più ampio rispetto al semplice desiderio di indossare dignitosamente un costume da bagno. A chi, come me, perde la testa di fronte alla complessità e alla meravigliosità (esiste “meravigliosità”?) del corpo umano, di come funziona, del perchè (di nuovo) funziona così.
In genere, quando trovo un libro che mi appassiona, vorrei consigliarlo a tutti.
Questo no. Ci sono molte persone che non dovrebbero sprecare nemmeno un minuto del loro tempo per leggerlo:
– non è adatto a chi cerca una nuova dieta, un nuovo stile alimentare, trucchi per dimagrire più o meno in fretta, alimenti buoni e alimenti cattivi: non troverà niente di tutto questo o, perlomeno, niente che non sappia già.
– non è adatto a chi ha già una propria idea radicata, un proprio stile alimentare, creato magari nel tempo e con tanta informazione, e che in genere valuta l’affidabilità di notizie su questo tema solo in base a quanto aderiscono alle proprie convinzioni
– non è adatto agli animalisti: la maggior parte degli esperimenti descritti sono stati fatti sugli animali, soprattutto topi. Alcuni di questi esperimenti sono particolarmente crudi.
– non è adatto a chi va di fretta e cerca risposte brevi e semplici. Se la risposta fosse breve e semplice avremmo tutti la stessa taglia, la 38.

Indice di regalabilità: 2/5

(Riporto di seguito alcune parti che ho sottolineato (vedi la comodità del kindle? non devo nemmeno ricopiarle!): possono magari essere interessanti per qualcuno ma considerate sempre che una frase tolta dal suo contesto è sempre da prendere con almeno tre paia di pinze.)


Proprio come le droghe, queste sostanze alimentari possono non causare assuefazione fino a che non vengono processate, estratte, altamente raffinate e concentrate da moderni processi industriali; intanto, combinazioni di queste sostanze simili al cibo potrebbero aumentare in modo notevole le loro qualità che creano dipendenza.

la moderna tecnologia alimentare ci ha permesso di massimizzare le proprietà di rinforzo del cibo, rendendolo più attraente che mai nella storia umana.

«se trovate qualcosa di estremamente soddisfacente e il vostro controllo degli impulsi è scarso, siete in un mare
di guai».

Nei 2,6 milioni di anni da quando il nostro genere Homo è emerso, siamo stati cacciatoriraccoglitori per il 99,5 per cento del tempo, contadini legati a un’agricoltura di sussistenza per lo 0,5 per cento circa, e industrializzati per meno dello 0,008 per cento. Il nostro attuale sistema alimentare ha meno di cento anni, un tempo neppure minimamente sufficiente agli esseri umani per adattarsi geneticamente

il cibo di scarso gradimento della dieta avrebbe potuto abbassare il loro set point dell’adiposità.

Lo studioso affermò che i volontari che seguivano il regime a base di liquidi «avevano volontariamente ridotto la loro assunzione ed erano sempre di buonumore», mentre il gruppo che seguiva la dieta basata su una ridotta dimensione delle porzioni «doveva continuamente combattere il senso di appetito e sognava il cibo di notte».
Nei volontari che seguivano il regime a base di liquidi la risposta all’inedia non si manifestò mai. Cabanac concluse che negli esseri umani la gradevolezza della dieta influenza il set point del lipostato.

Sembra che l’attività fisica aiuti a mantenere il lipostato soddisfatto a un set point inferiore.

Mentre possediamo già le competenze tecniche per lavorare geneticamente sull’essere umano, e magari manipolarne direttamente i circuiti cerebrali che controllano l’alimentazione, al momento non lo riteniamo etico.

«Quando abbiamo fame, il nostro organismo non desidera cibo sano»,

non è azzardato immaginare che mangiare cibi gustosi possa bloccare i neuroni dell’nts che ci fanno sentire sazi.

se nel mondo di oggi una persona è magra o grassa, questo ha a che fare meno con ingordigia e forza di volontà e più con la roulette genetica21. Se desideriamo essere magri, la strategia più efficace è sceglierci con cura i genitori.

Finora i ricercatori hanno identificato circa cento geni che influenzano l’obesità, tuttavia questi geni, presi insieme, spiegano meno del 3 per cento delle differenze nell’adiposità delle persone.

Nonostante alcuni geni siano collegati ad altri processi, come il metabolismo dei grassi, la maggior parte di questi esercita la sua influenza sul cervello

le differenze genetiche nella funzione cerebrale siano la ragione principale per cui alcune persone sono più grasse di altre.

Questo ci porta a una conclusione fondamentale circa i geni responsabili dell’obesità: nella maggior parte dei casi, non ci fanno ingrassare, ma ci rendono semplicemente sensibili a un ambiente che ci fa prendere peso.

«la genetica carica la pistola, ma poi è l’ambiente a premere il grilletto».

Qualche fortunato è geneticamente così immune all’obesità che la svilupperà difficilmente, qualsiasi siano le circostanze che lo circondano. Altri sono così sensibili da poter sviluppare un eccesso di grasso perfino in un ambiente molto salutare. Per il resto di noi, invece, l’ambiente in cui viviamo ha un impatto fondamentale sul nostro peso.

Essenzialmente, se non dormiamo abbastanza, il nostro lipostato ritiene, erroneamente, che abbiamo bisogno di maggior energia, cosa che attiva il sistema del cibo come ricompensa e ci fa mangiare di più pur senza volerlo e, spesso, senza nemmeno accorgercene.

se non dormiamo a sufficienza siamo prigionieri dei nostri impulsi

Poiché la luce blu controlla la secrezione di melatonina, durante la notte i livelli di melatonina sono particolarmente sensibili alla luce. La luce blu artificiale, come quella emessa da lampadine, computer, televisioni e telefoni cellulari, reprime i livelli di melatonina in quel momento della notte in cui dovrebbero invece aumentare.

Il nostro corpo si prepara a difendersi da un orso grigio, anche se la vera minaccia è costituita da un foglio Excel.

La semplice aritmetica suggerisce che gli sforzi, senza grande determinazione, non daranno risultati.

Stage

CameraZOOM-20170705080950575Non avevo mai partecipato ad uno stage prima d’ora ed ero quindi impreparata: come ci si arriva? Come ci si veste? Gli altri sono complici o avversari? Si prendono appunti? C’è una classifica?
I miei dubbi si sono tutti sciolti di fronte agli occhi azzurri di Ilaria: l’unico volto conosciuto, seppure solo via foto profilo, all’inizio di questa esperienza.
Ho trascorso quattro giorni sulla riva del Lago di Nembia, vicino a Molveno, in Trentino, a seguire i consigli di corsa di uno che ne sa.

Orlando Pizzolato è noto per aver vinto la maratona di New York per due anni consecutivi. Ma dà l’impressione di essere nato per fare quello che fa adesso: seguire, consigliare, spiegare, motivare.
È preciso, brillante e non perde occasione per una battuta. Il leggero accento veneto enfatizza la simpatia che non ha mai un attimo di cedimento così come la sua ironia, quasi sempre rivolta verso sé stesso. Tutto questo mi ha un po’ confusa i primi giorni perché il mio timore reverenziale veniva costantemente preso a sberle dalla sua gentilezza e dalla sua semplicità.

 

Ero la peggiore del gruppo, sia in termini atletici che di simpatia, ma non mi sono mai sentita esclusa. Ogni sua spiegazione tecnica veniva declinata sia per quelli bravi sia per chi, come me, del runner ha solo la maglietta fosforescente. In strada il suo sguardo attento seguiva le falcate ampie e sicure degli atleti così come i passi pesanti e scomposti della sottoscritta.
Per tutti ci sono stati test in pista eseguiti scrupolosamente, riprese video da diverse angolazioni, stampa dei dati, calcolo dei ritmi di corsa, previsioni di performance e tabella di allenamento personalizzata. L’ultimo giorno ho il coraggio di sollevare una perplessità su un dato: lui mi ascolta, mi fa domande, valuta, verifica e si prende la briga di ricalcolare tutta una tabella come se fossi una che si sta preparando per le Olimpiadi.

La moglie Ilaria si occupa dell’organizzazione ed è una macchina da guerra travestita da donna incantevole. Riesce a sorriderti mentre non perde una parola di quello che dici tu, il tizio al tavolo di fianco e il telecronista nel video alle sue spalle.  Se c’è un problema lei lo risolve prima ancora che tu lo veda. È anche l’ottima fotografa a cui ho rubato le immagini di questo articolo.

Sono stati giorni intensi in cui ho imparato moltissimo e in cui, complice anche la cornice offerta delle Dolomiti del Brenta, sono stata davvero bene.

Ora so cos’è uno stage. E sto già pensando al prossimo.

 

Arrosto tapascione

Ingredienti:
1 tapasciata
un pezzo di lonza
aromi vari (l’Ariosto è perfetto)
2/3 famigliari che si aspettano un pranzo pronto anche la domenica
un pizzico di faccia tosta
un po’ di coraggio
patate (opzionali)

La sera prima prepara tutto l’occorrente per la tapasciata e tira fuori il pezzo di lonza dal freezer. Poi punta la sveglia (intorno alle 6, 6,30 al massimo; per riuscirci usa metà del coraggio) e dormi il sonno del giusto.

Al risveglio prendi un bel pezzo di foglio di alluminio. Appoggiaci sopra la carne e, mentre la tazzona d’acqua per il Nescafe è nel microonde, massaggiala con gli aromi (la carne, non la tazza).

Fai colazione.

Poco prima di uscire (quando accendi il Garmin, per intenderci) metti la carne in forno e imposta la tempetatura a 100 gradi.
Usa il suo bel foglio di alluminio come teglia: una cosa in meno da lavare.

Saluta il tuo arrosto dalla finestra del forno. Io di solito gli dico: “Vai che vado anch’io! ”
Esci. (Con il forno acceso????? Sì: usa l’altra metà del coraggio).

Torna dopo quelle 3-4 ore. Tu avrai finito la tua tapasciata e l’arrosto sarà a buon punto della sua. Salutalo e urlagli: “Dai che è quasi finita!!!!”.

Se vuoi le patate è questo il momento di tagliarle a pezzettoni e buttare nell’acqua bollente. Poi ti butti tu sotto la doccia. Devi essere un po’ veloce, le patate sono in genere rapide. Io di solito esco in accappatoio, scolo la patate, le metto in una teglia con un po’ di olio e le affianco all’arrosto in forno che a questo punto copro con i bordi dell’alluminio.
Alzo la temperatura a 180 gradi.
Torno in bagno per la (mia) rifinitura.
Quando torno in cucina arrosto e patate sono pronti.

A me piace perché io faccio la mia fatica e lui la sua. Perché è più lento di me. E perché posso sfoggiare la mia faccia tosta, quella di chi ha dovuto passare tuuuuutta la domenica mattina in cucina per il pranzo della famiglia.

 

Una cosa bellissima.

A cena parla più del solito.
E sorride.
Adesso che ci faccio caso sorride un po’ troppo.
Lo osservo con più attenzione e mi accorgo che gli brillano gli occhi e le pupille hanno assunto una vaga forma a cuoricino.

“Ommioddio ci siamo” penso mentre preparo le condizioni ideali per indurlo a confessare.

“Ma’, oggi è successa una cosa bellissima!”

Sono vent’anni che mi preparo a cedere lo spazio ad un’altra donna ma non si è mai pronte abbastanza.

“Ah sì? “, fingo indifferenza, “che è successo?”

“Non ci potevo credere. C’era una visita guidata alla galleria del vento!”

“…”

Sembra che le madri degli aspiranti ingegneri abbiano più tempo per prepararsi.

Forse la devo smettere.

Forse la devo smettere di dire che corro: quello che faccio è qualcosa che non è camminare ma non è ancora correre. E inizio a credere che non lo diventerà mai. E’ più di un decennio ormai che macino chilometri con costanza ammirevole e sono ancora qui a sgomitare con il moribondo per non fargliele vincere proprio tutte.

Forse la devo smettere di scrivere parole che raccontano la corsa. Tendo a scriverne molte e chi mi legge, oltre ad annoiarsi a morte, mi immagina come un’atleta vera, cosa che è molto lontana dalla realtà. Ne scrivo perché la corsa è qualcosa che influenza molto quello che sono quando non corro. Ma quando corro sono un disastro.

Allora forse la devo smettere di correre. Avrei un sacco di tempo in più e di cellulite in meno visto che, si sa, la corsa la peggiora. Certo, dovrei mangiare un po’ di meno ma forse mi passerebbe anche questo appetito da muratore.
Forse io per la corsa non sono proprio portata.

Inciampavo in questi pensieri da un paio di giorni.
Fino a quando ho sentito il campanile battere le ore. Sette.
E automaticamente ho allungato il passo per finire quel decimo km in tempo per fare la doccia e prendere l’autobus per andare al lavoro.
È stato in quel momento che ho capito perché corro.

Non è per quella cosa di migliorarsi, di trovare i propri limiti.
Non è per le endorfine e neanche per dimagrire (che tanto io non dimagrisco).

È che la corsa è l’unico momento in cui tutta la mia razionalità non vince.
Lei continua imperterrita a esporre spiegazioni, percorsi logici, valutazioni che portano inevitabilmente lì: “Smettila che sei ridicola!”
Ma il resto del corpo si alza all’alba, si allaccia le scarpe ed esce a correre.

Quando sei tutta testa e niente anima questo assomiglia moltissimo alla libertà.

IMG-20170319-WA0005-02