Questa è l’acqua (David Foster Wallace)

questa è l'acqua

David Foster Wallace è ritenuto da molti un genio della letteratura americana.

Non so cosa voglia dire, esattamente, ma quelle due parole, genio e letteratura, mi hanno messo in soggezione per un bel po’. Nel senso che compravo i suoi libri e poi li tenevo lì. Li guardavo da lontano. Soprattutto quel mastodonte di Infinite Jest, il suo romanzo più importante.

Credo di averli tutti. Ma questo è il primo che ho affrontato, scegliendolo un po’ a caso, un po’ perché da più parti mi era arrivato il consiglio alla cautela: inizia per gradi, mi dicevano, inizia dai racconti.

In questa raccolta sono contenuti cinque racconti e la trascrizione del discorso che l’autore ha tenuto in occasione del conferimento delle lauree al Kenyon College nel 2005.

I racconti sono diversissimi tra loro, nei temi, nei toni, nello stile e io non li ho capiti tutti. Se genio significa strano, un po’ complicato, con la tendenza a girare il tavolo da gioco ad ogni giro di pagina allora sì, sono d’accordo, Wallace è un genio.

Non ho capito per niente, ad esempio, il racconto dal titolo “Altra matematica”: sono quattro pagine in croce di soli dialoghi, senza termini difficili considerata anche la presenza di un bambino e la totale assenza della matematica del titolo, ma non ho capito niente lo stesso.

Ho afferrato solo qualcosa di “Crollo del ’69”. Bello lo spunto di sottolineare la straordinarietà di chi sbaglia sempre, che si tratti di indovinare l’esito di una gara di cavalli o l’andamento di un’azione in Borsa. Un tizio del genere può essere molto prezioso, a patto di saperlo interrogare.

“Ordine e fluttuazione a Northampton” è di una tenerezza infinita, con Barry Dingle alle prese con il suo amore per Myrnaloy Trask, un amore che ha le fattezze di un omuncolo che vive dentro il povero Barry, torturandolo dalle punte dei piedi, letteralmente, in su.

I racconti che ho preferito però sono “Solomon Silverfish” (pur non avendo compreso il finale) e “Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta”. Nel primo il concetto di “amore” si spoglia di ogni svolazzo etereo e diventa pietra solida, resistente a tutto, perché forse è solo quando ti ammali di un male che fa scempio del tuo corpo che capisci cosa ama esattamente di te chi dice di amarti da una vita. Nel secondo ho trovato la definizione più precisa e completa della depressione: non sono un’esperta in materia, ma Wallace sì visto che si è suicidato a 46 anni, e la sua descrizione della Cosa Brutta mi è sembrata molto efficace.

Il pezzo forte della raccolta, in ogni caso, quello che da solo vale il prezzo del libro, è la trascrizione del suo discorso ai laureandi del Kenyon College. Se non volete cimentarvi a leggere altro di quest’autore che in effetti non è facilissimo, fatevi il regalo di leggere almeno questo discorso. E’ lungo? Sì. E’ difficile? Un po’: se sei abituato a leggere solo testi della lunghezza di un tweet potresti incontrare qualche difficoltà ma la fatica verrà ripagata. Io vorrei provare a raccontarvelo qui, ma l’unico modo per parlare di quella roba lì è seduti su una panchina in un parco, o al tavolo di un ristorante, o su un comodo divano con in mano una tazza di tè (ok, va bene anche una birra). Si parla di senso della vita, di arroganza, della cultura che non serve a insegnarti a pensare ma ti dà la possibilità di scegliere a cosa pensare, del migliore augurio che si possa fare a dei laureandi che si affacciano alla vita di cui non sanno nulla, di come anche noi che non siamo più di primo pelo possiamo avere uno sguardo diverso su quello che ci succede intorno.  Ma non posso dirti di più, davvero, perché il suo modo di parlare di quei concetti è l’unico che, in questo momento, mi sembra possibile. Quindi ti propongo di leggerlo e poi di tornare qui a dirmi cosa ne pensi.

Magari riuscirai a spiegarmi anche il racconto che non ho capito.

Indice di regalabilità: 2/5 (libro un po’ ostico. Ma magari se lo regalate specificando che è soprattutto per il “Discorso” potreste avere qualche possibilità in più di trovare qualcuno che lo apprezza).

 

 

 

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Tanto gentile e tanto onesta pare

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendo si laudare,
benignamente d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare. 

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

Compito: indica quale persona o cosa ti farebbe pensare quello che Dante pensa di Beatrice.

Svolgimento di Matteo, seconda media.

ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare

Una bella macchina.

e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare
Un orto, grandissimo, di terra buona e con tanta acqua per irrigarlo.

che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova;

Quando faccio qualcosa con le mie mani, impiegando tanto tempo e tanta fatica. Se uno non ci ha mai provato non lo può capire.

Per me va bene.

Runterapia

Stavo per andarmene, maledicendoti per non avermi aspettata la prima volta che arrivo con cinque minuti di anticipo invece dei soliti quindici. Stavo per andarmene, quando ho sentito la chiave girare nella serratura. Nel piccolo spiraglio che hai aperto ho intravisto capelli spettinati, un pigiama enorme e delle ciabatte rosa: “Scusa, non ti ho avvisata. Io oggi non esco a correre. Ciao.”

Tu che non esci a correre la domenica mattina e quelle ciabatte rosa sono qualcosa che non trovano posto nell’universo conosciuto.

Infilo la mia Saucony grigia tra la porta e lo stipite per impedirti di chiuderla, tu non insisti, mi volti le spalle e torni al tuo divano. Lo interpreto come un invito ad entrare.

Da quello che vedo in giro direi che no, non sei in gran forma. Non provo neanche a chiederti cos’hai: mi risponderesti “niente” o “non lo so”, lo chiami sempre così questo macigno che riempie tutta la stanza e che sapresti descrivere con la precisione di un geologo.

Accendo la radio e ti preparo una tazzona di Nescafé. La lascio sul tavolo a fianco del divano che nel frattempo ha assunto la forma della tua schiena. Ma so che non resisti al Nescafé.

Cerco di liberare una sedia da indumenti accatastati e mi accorgo che sono uno dei tuoi completi per correre. Appena finisci il caffè te ne passo in silenzio un pezzo alla volta. Mi guardi come per dire: “No, io oggi non corro”. Ti guardo come per dire: “Lo so, mica corriamo. Vestiti e basta”.

Recupero anche le scarpe, finite sotto qualcosa, e come se fosse la cosa più normale del mondo ti porto in strada. “No, non corro”, questa volta lo dici davvero. A bassa voce ma lo dici. “Certo che no” ti rispondo.
E partiamo.

La campagna intorno a noi mescola il suo solito verde al bianco della brina e al grigio di un po’ di nebbia residua. Muoio di freddo ma tu sembri a tuo agio: quella bella corazza serve anche a qualcosa di utile, a quanto pare. Ti esce un commento sugli alberi, dici che devono essere davvero stupidi per passare l’inverno a braccia spalancate per abbracciare solo il freddo. Credo sia la prima volta, da quando ti conosco, che ti sento pronunciare una qualsiasi coniugazione del verbo abbracciare, tu che secondo me non hai mai abbracciato neanche un peluche.

Ti sto davanti un paio di passi, giusto per darti qualcosa da inseguire, mentre controllo con la coda dell’occhio che non ti venga in mente di fermarti. Ogni tanto ci provi e sussurri un basta. Ti propongo allora di arrivare  almeno fino all’incrocio, alla panchina, alla casa gialla, e quando ci arriviamo ti sei già dimenticata che volevi arrenderti. Di panchina in panchina completiamo il giro con un piccolo allungo che, come sempre, vinci tu.

Prima di chiuderti il cancello alle spalle mi guardi un istante, sulle tue guance c’è un po’ di rosso che il freddo ha rubato al grigio che ti occupava prima. Ti sorrido, magari adesso mi ringrazi, magari mi nomini tua migliore amica del cuore, magari mi dici che chissà come faresti senza di me. Invece mi dici solo: “Ora mi tocca pure fare la lavatrice”.

Ti voglio bene anch’io.

mde

 

 

Io non mi chiamo Miriam (Axelsson Majgull)

Non mi chiamo Miriam

La mattina del suo ottantacinquesimo compleanno Miriam riceve gli auguri del figlio Thomas, della nuora Katarina e della nipote Camilla. Le portano in regalo un bel bracciale di artigianato zingaro su cui hanno inciso il suo nome: Miriam. E’ in quel momento che Miriam pronuncia a bassa voce quelle parole: “Io non mi chiamo Miriam”. I famigliari non ci fanno caso, pensano sia solo un po’ di confusione, solo la nipote ne è colpita. Più tardi, incalzata dalle domande di Camilla, Miriam inizia a raccontare quello che ha tenuto nascosto per più di sessant’anni. Perchè no, Miriam non si chiama Miriam. Non è nemmeno un’ebrea di buona famiglia, come tutti in quel piccolo paese svedese credono. Certo, era ad Auschwitz e poi a Ravensbruck, dove è sopravissuta per caso, per furbizia, per abilità, perchè voleva vivere.
Ma non si chiama Miriam.

La storia viene raccontata alternando tre piani temporali: l’oggi in cui Miriam chiacchiera con Camilla durante una passeggiata nel parco, l’ieri che vede Miriam adottata da Hanna che vuole farle recuperare il tempo perduto e renderla una brava svedese, e l’altro ieri terribile dei campi di concentramento.

Ma chi è davvero Miriam? La risposta che emerge dal libro è che, in fondo, chi sia davvero Miriam non ha nessuna importanza. Una persona non può essere definita da un nome, da una fede, da un’origine. Una persona è fatta dai cassetti, uno per ogni anno, in cui ciascuno di noi deposita le sue esperienze, le sue difficoltà, i suoi incontri, i suoi successi. Quelli andrebbero riempiti, più che i registri e i documenti.

E Miriam, o qualunque sia il suo nome, l’ha fatto.

Indice di regalabilità: 4/5 (libro facile da leggere, delicato, pur contenendo tutto l’orrore dei campi di concentramento).

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante. )

E lo fa. Si assicura che il lago brunastro diventi limpido e azzurro ghiaccio e che la vegetazione sul fondo sparisca, sostituita dalla nuda sabbia, che ogni zanzara nell’aria e ogni microbo nell’acqua smettano di esistere. Poi cade in ginocchio, ancora con le mani a coppa intorno al cervello e senza il minimo tremito. L’equilibrio è perfetto e le ginocchia consumate dall’artrosi non le fanno male per niente: si abbassa a terra con l’agilità di una giovane ballerina, si sporge in avanti e immerge il cervello nell’acqua cristallina lasciandola penetrare in ogni cavità, riempire ogni spazio, scorrere e lavare ogni cellula fino a liberarlo prima da tutti i vecchi odori disgustosi, poi da tutti i ricordi sgradevoli e infine da tutti i cattivi pensieri. Dopodiché lo strizza come una spugna e riporta la mano sulla testa. Preme e lascia che il cranio si apra. Rimette delicatamente il cervello lavato al suo posto e con uno scatto del collo fa richiudere il coperchio. Si guarda intorno e inspira a fondo. Ora il mondo ha un buon odore. Sa di ciliegio selvatico e lillà, rose e mughetto. Ed è bellissimo.

La ragazza smunta che aveva conosciuto all’arrivo aveva ragione: i nazisti odiavano gli ebrei più di quanto odiassero gli zingari. E però gli altri prigionieri disprezzavano gli zingari più degli ebrei. Il fatto era che nessuno, a parte le puttane e i ladri, sembrava disprezzare gli ebrei, mentre tutti si permettevano di disprezzare gli zingari. Zingari. Si sa come sono fatti, quelli…

Ad Auschwitz, si era resa conto che i rom erano gli unici a essere stati assegnati a un settore organizzato per famiglie. Tutti gli altri prigionieri scelti per ammazzarsi di lavoro al servizio del Reich erano stati messi in settori maschili e femminili separati. I rom no. Nel loro campo gli uomini si mescolavano alle donne e ai bambini. All’inizio Malika non capiva perché, ma poi ci era arrivata. Paura. Gli uomini delle SS, quei signori incredibilmente forti, eleganti e impettiti, erano in realtà intimoriti dagli zingari e dalla loro presunta ferocia.
Avevano capito che, se si fossero separati i mariti dalle mogli e i genitori dai figli,  avrebbero opposto resistenza e non volevano che succedesse. Di conseguenza avevano stipato nel settore degli zingari intere famiglie lasciando che fossero gli adulti stessi a decidere dove dormire. Non che fosse servito a molto. La resistenza avevano dovuto affrontarla lo stesso.

Era piacevolissimo sentire il peso delle lenzuola, bianche e lisce, e della coperta tirata. La tenevano al suo posto ed era bello essere una persona che aveva un posto.

A volte è un bene non essere troppo educati, perché si è più bravi a opporre resistenza.

Possiede una casa in cui il male non può entrare. Può farlo la delusione. E anche il dolore. Perfino i pensieri cattivi e le azioni malevole. Ma non il male in sé: non può entrare, non può aprire il cancello, non può imboccare il vialetto del giardino, non può salire i gradini, non può aprire la porta.

Siamo destinati a perdere tutto, anche le persone che hanno più importanza per noi.

Ai rom non era stato offerto nessun risarcimento. Non erano stati sterminati per ragioni razziali, avevano spiegato le autorità tedesche dopo la guerra, ma perché erano criminali. Fino all’ultimo. Anche le quattordicenni come Anuscha e i bambini come Didi. E gli onesti argentieri come il padre di Malika.


Sono passata per l’inferno, so cosa significa vivere all’inferno, e per questo non concedo niente a chi si crea il proprio inferno amatoriale per poi fingere di non poterne uscire. È ridicolo.

Sirene

Un pomeriggio di molti anni fa mi trovavo su un’auto che seguiva un carro funebre. Dovevamo attraversare un paese turistico, con un sacco di gente in giro perchè era una bella giornata di luglio.
Mentre avanzavamo a passo d’uomo, ho visto alcune persone che, indicandoci, si toccavano, facevano gesti, ridevano.
Su quel carro funebre c’era una piccola bara bianca, con dentro mio fratello, morto a sette mesi.
Di quel viaggio dall’ospedale alla Chiesa, durato circa un’ora, io ricordo solo le poche centinaia di metri in paese e le facce irrispettose di alcuni.
Non sono una persona che si indigna, che si lamenta o che protesta. Preferisco cercare di capire i motivi e impiego di solito poco tempo a trovare nella mia vita e nei miei comportamenti aspetti più vergognosi di quelli contro cui verrebbe da puntare il dito. Forse anch’io, prima, vedendo passare un carro funebre pensavo a qualcosa di ridicolo? Non lo so, non ricordo. Sicuramente non l’ho mai fatto dopo. Da quel giorno, se vedo un carro funebre, controllo chi c’è nella macchina che lo segue e offro un’espressione dispiaciuta.
Credo che la vita funzioni così per tutti: uno magari non ci pensa, crede siano stupidaggini, magari si sente anche brillante nel riuscire a scherzare su cose che per altri sono drammatiche. La vita però prima o poi ti prende per il collo, ti costringe a guardare da vicino lo schifo che sei e, se si è mediamente intelligenti, da quel momento si diventa persone migliori. Si cresce. Si diventa adulti capaci di costruire cose buone e utili per sé e per il mondo.
Non so quante possano essere le persone adulte che non hanno mai avuto qualcuno di caro su un carro funebre o su un’ambulanza che corre a sirene spiegate: magari qualcuno c’è, qualcuno che potrebbe anche ritenersi particolarmente fortunato, ma a cui mancano, dal mio personalissimo punto di vista, le basi per poter gestire una vita.
Figuriamoci un Paese.


(a mia futura memoria: questa riflessione nasce dopo aver letto che l’attuale vice premier e Ministro dell’Interno, sentendo le sirene di un’ambulanza durante un suo comizio,  ha commentato: “Un attimo che c’è l’ennesimo rosicone di sinistra che non riesce a digerire”)

1Q84 (Haruki Murakami)

Aomame è una giovane donna sola, indipendente, abile fisioterapista in un centro sportivo. Su commissione può uccidere un uomo con la punta di un rompighiaccio colpendolo in un punto preciso dietro la nuca, provocandone la morte immediata, senza apparente dolore e senza far uscire neanche una goccia di sangue.

Tengo è un uomo solo, piuttosto dimesso. Genio della matematica da ragazzino si è poi accontentato di un lavoro poco impegnativo presso una scuola preparatoria per l’università. Nel resto del tempo ama scrivere, collabora con una casa editrice e ad un certo punto gli viene chiesto di riscrivere la storia interessante ma scritta un po’ da schifo da una ragazzina diciassettenne silenziosa, molto strana, che sembra essere fuggita da una setta religiosa.

Un capitolo racconta la storia di Aomame. Un capitolo parla di Tengo. Uno e uno. Per tutto il primo libro si portano avanti queste due storie distinte senza capire che caspita c’entrino l’una con l’altra. I due personaggi non s’incontrano, non condividono nulla. Verso la fine del primo volume un elemento comune in realtà compare: Aomame si accorge che in cielo ci sono due lune. Anche nel romanzo che sta riscrivendo Tengo ci sono due lune. Che Aomame sia un personaggio del libro di Tengo? No, ve lo dico subito, non è così.

Nel secondo volume le due storie si avvicinano, come un meccanismo lento che, piano piano, porta ogni cosa al suo posto. Si inizia a capire qualcosa. “Ah vabbeh” pensi “questo, quello, certo, sì, tutto torna, anche le due lune. Torna addirittura anche il titolo, e anche le copertine.” Ti illudi che, cominciando a capire il meccanismo,  il tuo interesse diminuirà, che è una bella storia, sì, ma che forse non prenderai anche il terzo volume (nell’edizione italiana il primo e il secondo sono insieme in un unico libro). Bravo però, questo Murakami.  Già, talmente bravo che è proprio quando pensi di aver capito tutto che lui ti prende all’amo e ti tira su. Tanto per cominciare il secondo libro finisce con uno dei protagonisti in piedi sulla tangenziale di Tokyo e con una pistola in bocca. Tocca iniziare anche il terzo volume.

Il terzo libro è un vortice. Murakami è stato talmente bravo a costruire le storie nei primi due libri che il terzo proprio non riesci a lasciarlo giù. Si perdono le fermate della metro, per dire. Continua l’impostazione di un capitolo per Tengo e uno per Aomame, ora ne compare anche qualcuno per Ushikawa, una specie di investigatore privato molto molto intelligente e molto molto brutto. La storia scorre ora veloce, quello che doveva essere spiegato è stato spiegato prima, qui succede di tutto, fino all’epilogo finale sul quale sarei davvero imperdonabile se mi lasciassi sfuggire il minimo indizio togliendovi così il piacere del viaggio.

In 1Q84 ci sono un sacco di cose: vuoi il mistero? C’è. Vuoi la storia d’amore? C’è. Vuoi le riflessioni sulla solitudine, sulla morte, sulla religione? Ci sono.  Vuoi l’irreale, un pizzico di fantascienza? C’è. Vuoi il manga? C’è (dai, Fukada è un personaggio manga…). Vuoi sapere cosa si prepara per cena un giapponese? C’è. Ma ci sono anche cose che non ti aspetteresti: c’è la Sinfonietta di Janacek, ci sono i Little people che escono dalla bocca di una capra morta, c’è la crisalide d’aria, c’è il paese dei gatti, ci sono esattori del canone tv molto insistenti, c’è una serra di fiori meravigliosi curati da un’anziana ed elegante signora. Purtroppo ci sono anche un sacco di cose che non si capisce che fine facciano perchè l’autore, ad un certo punto, di tutti fili che hai in mano ne prende uno, te lo porta di nuovo in tangenziale e te lo molla lì. “E tutti gli altri?” ti chiedi voltandoti indietro dopo aver letto l’ultima pagina. Gli altri rimangono sospesi come capelli elettrici. Chissà, magari Murakami ci ripensa e ci regala un quarto volume.

(Grazie mille a Daniela che me l’ha consigliato)

Indice di regalabilità: 4/5 (adatto per chi già ama leggere e non è fissato con alcuni generi.  E’ un romanzo che può piacere sia agli uomini che alle donne. Non va bene per gli “ingegneri”, c’è un po’ di irrealtà e non tutto è spiegato).

(Di seguito alcune parti che ho sottolineato: a me servono per ricordare alcuni passaggi ma possono anche dare un’idea del tipo di storia e di scrittura a chi si sta lasciando incuriosire. Come sempre, le frasi prese fuori dal loro contesto possono avere un significato limitato o fuorviante. )

Che l’acutezza spirituale non potesse nascere da un ambiente protetto e confortevole, era un suo credo.

Grazie al fatto di leggere un’infinità di romanzi noiosi e mal scritti imparò sulla propria pelle che cosa fossero i romanzi noiosi e mal scritti.

“Lei non è un Angelo, e non è nemmeno Dio. Capisco benissimo che lei agisca spinta da un sentimento puro. Quindi capisco pure che non desideri ricevere in cambio del denaro. Eppure quest’istinto, proprio perché così puro è disinteressato, può essere pericoloso. Per un normale essere umano, vivere con un sentimento del genere non è un’impresa facile. Perciò è necessario che lei questo sentimento lo tenga saldamente legato a terra, come se mettesse un’ancora a un pallone aerostatico. Il denaro serve a questo. Anche se l’azione è giusta, e l’impeto che l’alimenta è puro, non è libera di fare qualsiasi cosa. “

“Tu lo sai qual è la più grossa differenza tra talento e intuito? È che per quanto uno possa essere dotato di talento, non è affatto sicuro che avrà da mangiare a sufficienza, mentre uno che possiede intuito non avrà mai problemi a pagarsi il pranzo”

Vivendo in un mondo come questo, dove tutto è più facile, la nostra sensibilità si è fatta più ottusa

Perché la maggior parte delle persone non crede nella verità, ma in ciò che desidera sia la verità. Per quanto questa gente possa tenere gli occhi bene aperti, in realtà non vede niente. Truffaldino è la cosa più facile che esista.

Negli ultimi due milioni cinquecentomila anni il cervello umano ha quadruplicato le sue dimensioni. Per quanto riguarda il peso, corrisponde solo al 2 per cento di quello totale del corpo, ma ciò nonostante consuma circa il 40 per cento delle sue energie complessive. Ciò che l’uomo ha ottenuto grazie a questo incredibile sviluppo dell’organo chiamato cervello, sono i concetti di tempo, spazio e possibilità

La moquette era fitta e morbida come il muschio antico di un’isola dell’estremo Nord. Il tempo che si era accumulato nel suo tessuto assorbiva il rumore dei passi che la calpestavano.

Per quanto potesse ricordare, non era mai piaciuto a nessuno. Quella situazione era normale per lui. Genitori e fratelli non lo avevano mai amato, gli insegnanti e i compagni di scuola nemmeno a parlarne, moglie e figlie non facevano eccezione. Se qualcuno gli avesse mostrato simpatia, si sarebbe sentito un po’ in imbarazzo. Risultare sgradito, invece, non gli creava problemi.

Dove ci sono speranze, ci sono ostacoli. Ne sono convinto anch’io. Però le speranze sono poche e quasi sempre astratte, mentre gli ostacoli sono moltissimi, e quasi sempre concreti.

Quando fu stanco di leggere, restò in silenzio a guardare il padre che continuava a dormire. Cercò di immaginare quali pensieri si agitassero nel suo cervello. Che tipo di coscienza si nascondeva in quel cranio testardo come una vecchia incudine? O forse all’interno non rimaneva piú nulla? Come una casa abbandonata, senza piú mobili
e utensili, portati via a uno a uno, e senza nemmeno una traccia delle persone che vi avevano vissuto. Ma se anche fosse stato cosí, sulle pareti e sul soffitto avrebbero dovuto esserci incisi, qua e là, ricordi o immagini. Cose coltivate tanto a lungo non possono venire risucchiate dal nulla cosí in fretta. Forse, mentre giaceva nel letto austero, in quell’istituto sul mare, nel buio e nel silenzio di una casa vuota, nascosta e remota, suo padre era circondato da immagini e ricordi che non apparivano agli altri.

«Nessuno è piú facile da ingannare di chi si sente dalla parte del giusto»,

Soprattutto, non erano dotati di quella sana capacità di dubitare, necessaria per sviluppare una vera saggezza.

 

 

Genetica

A volte guardo Diego e non riesco a capire dove sia finito il mio 50% di patrimonio genetico.

Fisicamente è un clone di suo padre. 

Caratterialmente è il mio contrario: abitudinario, non si arrabbia mai, compra e indossa vestiti di buona qualità, supera esami al Politecnico con la regolarità di un metronomo, non scrive una parola sui social, riesce a guardare una tappa intera del Tour de France anche per più giorni di fila, non mangia dolci, non legge romanzi. 

Sembra che non solo non l’abbia partorito io, ma che non ci siamo neanche frequentati molto negli ultimi vent’anni.

Poi però una mattina si alza, si prepara, prende la sua bici da corsa ed esce con la sola e precisa intenzione di pedalare sotto la pioggia.

E allora tutto torna.